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Commissione europea

UE lancia l’Industrial Accelerator Act: nuove regole su appalti pubblici e aiuti industriali per supportare la transizione

Nuovi criteri per gli appalti pubblici e aiuti industriali per sostenere la produzione di tecnologie pulite: la Commissione europea ha adottato l’attesa proposta legislativa per rafforzare la capacità industriale dell’Unione nei settori strategici per la transizione. Si tratta dell’Industrial Accelerator Act, il quale si inserisce nel quadro del Clean Industrial Deal, la strategia con cui la Commissione punta a rafforzare la competitività dell’impresa europea nella transizione verso un’economia carbon neutral, e si applicherà a comparti selezionati, tra cui acciaio, cemento, alluminio, automobili e tecnologie a zero emissioni nette. Ma il quadro potrà essere esteso, se necessario, ad altri settori ad alta intensità energetica come le sostanze chimiche.

L’obiettivo è evitare che la decarbonizzazione produca fenomeni di deindustrializzazione o delocalizzazione produttiva, ovvero spinga produzione e investimenti fuori dall’Europa, e trasformare la transizione climatica in un motore di nuova industrializzazione. Per farlo, la Commissione propone una modifica nel modo in cui le autorità pubbliche europee selezionano i fornitori nei grandi progetti industriali e infrastrutturali. Il prezzo non sarà più l’unico criterio descisionale: conteranno le emissioni, la resilienza delle filiere e l’origine dei prodotti, con un vantaggio per le catene industriali europee o dei Paesi partner.

La Commissione individua tre problemi strutturali che oggi limitano lo sviluppo industriale europeo nei settori strategici della transizione:

  1. Vulnerabilità delle catene di approvvigionamento nei settori e nelle tecnologie strategiche per la transizione energetica.
  2. Domanda ancora limitata per i prodotti industriali europei a basse emissioni di carbonio, che rende più difficile sostenere gli investimenti nella decarbonizzazione.
  3. Difficoltà di diffusione su larga scala delle tecnologie industriali pulite, dovute soprattutto a procedure autorizzative lunghe, frammentate e incerte.

Queste criticità derivano da un contesto più ampio in cui diversi settori industriali europei stanno affrontando forti pressioni competitive e strutturali, con una produzione in calo e investimenti nella decarbonizzazione più lenti rispetto ad altre aree del mondo. Allo stesso tempo, alcune tecnologie chiave per la transizione energetica sono oggi prodotte prevalentemente al di fuori dell’Europa, spesso in mercati caratterizzati da forti politiche di sostegno pubblico, come nel caso della Cina che concentra gran parte della capacità produttiva globale in ambiti come batterie e fotovoltaico.

Il cuore della proposta riguarda il modo in cui le autorità pubbliche europee selezionano i fornitori nei grandi progetti industriali e infrastrutturali.

La Commissione propone infatti di introdurre nei processi di appalto pubblico e nei regimi di sostegno pubblico nuovi criteri di valutazione che non tengano conto esclusivamente del dato economico, ma anche di fattori legati alla sostenibilità ambientale, alla resilienza industriale e alla sicurezza delle catene di approvvigionamento.

In particolare, la proposta introduce:

  • criteri di preferenza per prodotti a basse emissioni, con l’obiettivo di favorire tecnologie e materiali prodotti con processi industriali meno intensivi in carbonio;
  • requisiti di resilienza industriale, che mirano a ridurre la dipendenza dell’Unione da fornitori concentrati in un numero limitato di paesi;
  • criteri di origine produttiva, spesso sintetizzati nel dibattito pubblico come requisiti “Made in Europe”.

Secondo la proposta della Commissione Europea, negli appalti pubblici per alcune tecnologie strategiche della transizione energetica il prezzo non sarà più l’unico criterio decisivo. Le amministrazioni dovranno infatti considerare anche l’origine e la resilienza delle filiere produttive, privilegiando prodotti realizzati nell’Unione europea o in Paesi partner con cui l’UE intrattiene stretti rapporti economici.

A tal proposito, la definizione della Commissione di “Made in Europe“, adottata nel testo, non si limita ai soli prodotti fabbricati all’interno dell’Unione, ma include anche quelli provenienti da Paesi terzi che abbiano concluso con l’UE accordi che istituiscono un’area di libero scambio o un’unione doganale.

La nozione proposta dal legislatore europeo non è dunque strettamente territoriale, ma riflette piuttosto una logica di integrazione economica e affidabilità delle catene produttive. In questo modo la Commissione cerca di rafforzare la produzione industriale europea senza chiudere il mercato, mantenendo aperte le filiere con partner commerciali considerati strategici.

Tuttavia, pur rimanendo aperta agli investimenti esteri diretti, l’IAA definisce regole precise per i grandi investimenti in settori strategici superiori a 100 milioni di euro, soprattutto quando un singolo Paese terzo controlla più del 40% della capacità produttiva mondiale. In questi casi, gli investimenti devono contribuire concretamente all’economia europea: creare posti di lavoro di alta qualità, stimolare innovazione e crescita, trasferire tecnologie e competenze e rispettare i requisiti sui contenuti locali. Devono inoltre garantire che almeno la metà dell’occupazione generata rimanga in Europa, assicurando che imprese e cittadini traggano benefici tangibili dall’accesso al mercato unico. In questo modo, l’IAA rafforza la sicurezza economica dell’UE e aumenta la resilienza delle catene di approvvigionamento.

La proposta presenta anche un altro elemento che caratterizza sempre più la legislazione europea recente: la capacità di incidere indirettamente sulle catene globali del valore.

Pur trattandosi di una normativa formalmente destinata al mercato interno, l’impostazione adottata dalla Commissione produce effetti che si estendono anche oltre i confini dell’Unione. I criteri di origine, sostenibilità e resilienza delle filiere tendono infatti a orientare i comportamenti delle imprese lungo l’intera catena produttiva, comprese quelle localizzate in Paesi terzi.

Sotto questo profilo, l’Industrial Accelerator Act si inserisce in una tendenza più ampia della regolazione europea, già evidente in strumenti come la direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CSDDD). Anche in quel caso il legislatore europeo ha adottato un approccio che supera i confini formali della soggettività giuridica e della territorialità, estendendo obblighi di diligenza e responsabilità alle attività svolte lungo le catene globali del valore e anche alle imprese stabilite in paesi terzi ma economicamente integrate nel mercato europeo.

Il risultato è una forma di proiezione regolatoria dell’ordinamento europeo, nella quale l’accesso al mercato dell’Unione diventa lo strumento attraverso cui il legislatore esercita una moral suasion normativa sulle filiere globali.

In questo senso, anche l’Industrial Accelerator Act sembra confermare una tendenza ormai consolidata: la capacità dell’Unione europea di utilizzare il proprio peso economico e normativo per orientare progressivamente gli standard industriali, ambientali e produttivi ben oltre i propri confini.

Quando nell’autunno del 1970 l’economista Milton Friedman scriveva sul New York Times che “la responsabilità sociale dell’impresa è aumentare i propri profitti”, difficilmente si sarebbe potuto immaginare il quadro normativo che oggi caratterizza l’economia europea.

Negli ultimi anni, infatti, il legislatore europeo ha progressivamente superato una visione strettamente shareholder-centrica dell’impresa, riconoscendo che le grandi sfide contemporanee, dalla crisi climatica all’insicurezza geopolitica, richiedono l’integrazione della logica del profitto con finalità ambientali, sociali e di governance.

Non si tratta di modificare la funzione economica dell’impresa, né di attribuirle compiti tradizionalmente propri dello Stato, rischiando una politicizzazione del diritto societario. Al contrario, occorre prendere atto che le grandi sfide del nostro tempo richiedono una responsabilità condivisa e una cooperazione strutturata fra Stato e impresa, finalizzate al raggiungimento degli obiettivi di transizione ecologica e alla tutela degli interessi diffusi.

È proprio alla luce di queste considerazioni che si comprende meglio la proposta della Commissione sull’Acceleratore Industriale: un tentativo di creare strumenti normativi in grado di rafforzare la competitività industriale europea senza compromettere gli obiettivi climatici.

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