In un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, incertezze sociali, crisi ambientale e mutamenti nelle grandi alleanze sul clima, la sostenibilità deve tornare ad essere una leva concreta e strategica per la crescita economica. Anche perché le istanze sulla sostenibilità, da principio, non sono nate come una questione di compliance normativa, giunta a seguito della regolamentazione europea, bensì come una condizione imprescindibile per la continuità imprenditoriale nel lungo periodo. È quanto emerso dal panel Finanza sostenibile ed economia reale, nell’ambito della tredicesima edizione del Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale all’Università Bocconi.
Alla tavola rotonda, moderata da Alessandra Frangi, Founder di ESGnews, hanno partecipato Maria Grazia De Feo, Chief Financial Officer Gruppo Acinque, Luca Giordano Head of Corporate Social Responsibility Unipol, Claudia Miozzo Solution Consultant Workiva, Lorenzo Solimene Partner – Sustainability & Climate Change Services KPMG Advisory, Roberto Suglia CFO Autoguidovie.
Lo scenario globale è cambiato dal lancio del Green Deal europeo e dal Piano sulla Finanza Sostenibile: tra crisi energetica, conflitti, pressioni sui mercati e semplificazione normativa, il rischio, percepito negli ultimi mesi, è che le tematiche ambientali, sociali e di governance perdino rilevanza nelle strategie di business. Eppure, i dati parlano chiaro: i costi degli impatti del cambiamento climatico possono essere enormi se non si interviene. Il climate change potrebbe erodere il 7,6% del PIL globale nei prossimi 50 anni, mentre in Italia nel 2024, il cambiamento climatico è già costato lo 0,2% del PIL, percentuale che potrebbe salire al 5,1% entro il 2030 in assenza di investimenti mirati per la transizione.
Se da un lato quindi, la logica della massimizzazione del profitto nel breve periodo frena l’integrazione della sostenibilità per alcune imprese, soprattutto piccole e medie, il costo dell’inazione non può essere trascurato perché spesso coincide con la capacità di un’azienda non solo di restare competitiva, ma di rimanere sul mercato.
Le imprese lungimiranti, quindi, hanno integrato le tematiche ambientali, sociali e di governance nelle proprie strategie. Ne è esempio la multiutility quotata Acinque che ha inserito la transizione energetica e l’economia circolare al centro del nuovo piano industriale. Il gruppo ha messo in campo un piano di investimenti di circa 333 milioni, la maggior parte dei quali (66%) in linea con la tassonomia europea e con gli SDGs. Le iniziative promosse spaziano dal potenziamento di capacità rinnovabile e progetti di termovalorizzazione fino al recupero di cascami termici e al riuso di scarti industriali per teleriscaldamento, oltre che ai piani per ridurre le perdite idriche.
De Feo ha inoltre spiegato come una strategia green chiara abbia migliorato le relazioni con il sistema bancario, traducendosi in condizioni di accesso al credito più favorevoli e in strumenti di finanziamento legati a KPI di sostenibilità come il green loan da oltre 140 milioni ad agosto 2024 e linee revolving indicizzate a obiettivi ESG.
Ma se per una società quotata e soprattutto operante nel settore energetico il percorso di transizione è ormai scritto, considerando anche la crescita delle rinnovabili su scala globale, non è così scontato per chi invece opera in un settore come quello del traporto pubblico locale. Eppure, Autoguidovie con una flotta di oltre 1.700 autobus, un valore della produzione del perimetro gestito di 245 milioni di euro, un Ebitda del 16–17% e una politica di reinvestimento sistematico degli utili nel rinnovo della flotta (tanto da avere un’età media della flotta di circa 7 anni ben al di sotto dei 10/12 anni di media nazionale), ha fatto della sostenibilità un valore guida, dimostrando come questa può essere compatibile se non addirittura motore del profitto di medio-lungo periodo. Un orizzonte temporale che non sempre rientra nelle logiche degli istituti di credito. Suglia ha posto l’attenzione su alcuni limiti strutturali del sistema di finanziamenti quando basato su una logica di breve termine. Per il direttore finanziario di Autoguidovie, che non beneficia di garanzie statali ma opera in un mercato di gare pubbliche, seppur regolamentato e competitivo, serve una finanza di lungo periodo proiettata alla sostenibilità per sostenere gli operatori del trasporto e tutte le aziende che investono in maniera virtuosa.
Ma non solo, a volte i KPI tradizionali per misurare l’impatto non restituiscono un’immagine completa di quello che è il beneficio di una soluzione rispetto a un’altra. “Se metto in circolazione un mezzo elettrico alimentato al 100% da fonti rinnovabili, il parametro di valutazione non può limitarsi alla sola riduzione delle emissioni di CO₂ rispetto a un benchmark. È necessario considerare, per esempio, anche quante automobili, e quindi quante emissioni di gas serra e particolato, vengono sottratte al traffico stradale grazie al numero di persone che usufruiscono del servizio. Solo così si ottiene una metrica realmente completa dell’impatto generato, che in alcuni casi, come nei mercati dei capitali e in particolare nei fondi di nuova generazione, gli impact mission fund, è già adottata come riferimento.” ha spiegato Suglia. Nuove metriche che indicano nuovi approcci metodologici a problemi complessi come quelli ambientali e sociali, ma che restituiscono il reale valore delle attività e degli investimenti ESG.
D’altro canto, l’allentamento delle direttive di sostenibilità proposte dal pacchetto Omnibus, rischia di minare la consapevolezza della necessità di intraprendere un percorso virtuoso di standardizzazione delle metriche ESG da cui far poi partire un’evoluzione in termini operativi e concreti, osserva Solimene offrendo una lettura critica delle dinamiche regolatorie. “La CSRD nasce come strumento utile agli operatori finanziari per valutare i rischi finanziari, ESG e di transizione, ma che perde di efficacia se gli strumenti e i dataset non sono standardizzati” afferma il partner di KPMG. Il rischio di un allentamento delle normative è che le aziende si trovino a gestire una quantità crescente di questionari e richieste di dati, mentre l’obiettivo iniziale, creare un reporting standardizzato e utile a investitori e banche per orientare i capitali e ridurre i rischi, stenta a realizzarsi. “Si osserva oggi un mismatch: gli investitori continuano a seguire criteri ESG, ma spesso manca un adeguato quadro informativo”.
Sull’importanza dei dati ha concordato Giovanna Zacchi ricordando che la BCE chiede alle banche di valutare l’esposizione delle istituzioni finanziarie ai rischi ESG e di integrarli nella gestione del credito, ma la mancanza di dati validati e standardizzati ostacola la valutazione dei piani di transizione e la concessione del credito. “La BCE ha richiesto alle banche di gestire i rischi legati ai fattori climatici, ambientali e sociali: le istituzioni finanziarie devono quindi seguire le linee guida dell’EBA e redigere piani di transizione, oltre a includere nel Pillar 3 una valutazione di come vengono gestiti i rischi ESG” ha affermato Zacchi, “ma ridurre il perimetro dell’obbligo di rendicontazione significa fornire alle banche meno dati affidabili, poiché quelli disponibili spesso non sono validati da provider esterni. Le banche, inoltre, devono valutare i piani di transizione delle imprese, ma diventa complesso se il cliente non dispone di un piano aggiornato e revisionato. La mancanza di informazioni è il vero nodo critico per rispettare le richieste dei supervisori”.
Il ruolo delle banche sta quindi cambiando, andando oltre la semplice erogazione del credito e arrivando al supporto strategico nel percorso di accompagnamento e formazione delle imprese nella transizione sostenibile. Gli istituti di credito si stanno attrezzando con strumenti per incentivare la trasformazione come i prodotti bancari “green” che offrono scontistiche legate alla sostenibilità. Tuttavia il quadro risulta sbilanciato in quanto, come sottolineato dall’esperta, gli incentivi green comportano costi aggiuntivi per la banca senza trovare una controparte nella valutazione dei requisiti patrimoniali prudenziali.
Sul tema dei dati è intervenuta poi Claudia Miozzo sintetizzando le difficoltà pratiche delle aziende nella rendicontazione dei fattori di sostenibilità che operano su sistemi dati disconnessi e dove prevale una mancanza di dialogo tra funzioni aziendali. La tecnologia può risolvere molte criticità, creando una fonte unica e audit-ready in cui i dati ESG sono collegati tra loro e tracciabili lungo la catena del valore. L’intelligenza artificiale, ha spiegato Miozzo, aiuta ad aggiornare automaticamente le disclosure conformemente alle norme, trasformando la rendicontazione da onere a base informativa per decisioni strategiche. “L’Omnibus ha concesso del tempo per prepararsi a molte aziende, ma il vero salto in ambito ESG si avrà quando la maggior parte delle imprese passerà da un mero livello operativo a un’effettiva governance strategica”.
A chiudere il quadro degli operatori finanziari, Luca Giordano ha evidenziato il ruolo cruciale delle compagnie assicurative: le assicurazioni non solo investono capitali, ma sono chiamate a gestire e mitigare i rischi climatici. Unipol opera infatti su due fronti, quello della mitigazione, attraverso la riduzione dell’impatto delle emissioni nel portafoglio investito e quello dell’adattamento, tramite le coperture assicurative e gli strumenti per ridurre la vulnerabilità delle comunità ai rischi ESG.
Un problema rilevante, ha sottolineato l’head of CSR, in Italia è quello della sottoassicurazione: “L’Italia è un Paese strutturalmente fragile, ma solo una piccola parte della popolazione è oggi coperta da polizze contro i rischi naturali: appena il 5% delle abitazioni è assicurato, per un valore complessivo di circa 49 miliardi di euro”. Giordano individua tre principali fattori che frenano lo sviluppo delle coperture assicurative. Innanzitutto, un problema di affordability: molte famiglie non si assicurano semplicemente perché non possono permetterselo. In questo senso, la mutualità può essere una risposta efficace, rendendo le coperture più accessibili attraverso meccanismi di condivisione del rischio. C’è poi un tema di consapevolezza: i cittadini tendono a sottovalutare la propria esposizione ai rischi climatici e ambientali. Occorre quindi investire in strumenti di autovalutazione che aiutino le persone a comprendere il livello di rischio a cui sono effettivamente esposte. Infine, esiste un problema di comprensibilità: i prodotti assicurativi sono spesso percepiti come complessi, e l’industria deve impegnarsi per renderli più chiari e vicini ai bisogni reali.
Sul fronte dell’adattamento, Giordano ha sottolineato l’importanza di creare incentivi per ridurre il rischio dell’assicurato, premiando comportamenti virtuosi che diminuiscano la vulnerabilità. “Bisogna costruire strumenti che guidino l’assicurato in un percorso di riduzione del rischio”, ha spiegato, “e che permettano all’assicurazione di riconoscere concretamente questo impegno.” Le politiche di adattamento, tuttavia, sono costose e ancora troppo poco sviluppate. “Mancano strategie pubbliche strutturate”, ha aggiunto, “serve investire nella finanza dell’adattamento, per rendere sostenibili nel tempo le misure necessarie a proteggere persone, imprese e territori”.
Per Giordano, infine, la sostenibilità è innanzitutto un tema di business, prima ancora che di compliance. “Il dibattito deve tornare qui”, ha sottolineato, “perché la sostenibilità non è un vincolo normativo, ma una condizione di agibilità del business stesso.” Un punto su cui sono apparsi concordi tutti i partecipanti e le partecipanti. D’altro canto, investire in un cliente o in un emittente esposto a rischi ESG, per esempio un’azienda che punta su tecnologie destinate a diventare obsolete, significa esporsi a un deprezzamento del portafoglio: un rischio finanziario a tutti gli effetti, come quello di mercato o di credito. L’assessment ESG, dunque la valutazione degli aspetti ambientali, sociali di governance, significa occuparsi del proprio profilo di rischio complessivo per cercare di evitare una violazione, per esempio in ambito sociale o di governance, come nel caso dei diritti dei lavoratori, che potrebbe avere impatti diretti sulle passività degli investitori.
Costruire consapevolezza su questi temi è quindi fondamentale per investimenti lungimiranti e duraturi e per un sistema economico – finanziario che possa perdurare generando valore aggiunto nel tempo.
