Negli ultimi anni la circolarità è diventata una delle parole chiave quando si parla di sostenibilità. Non si tratta di uno slogan, ma di un approccio che cambia radicalmente il modo di pensare i prodotti e i processi: ciò che era scarto diventa risorsa, la progettazione punta a rendere gli oggetti riparabili e riciclabili, i materiali vengono tracciati lungo l’intero ciclo di vita. È un cambio di prospettiva che richiede innovazione, competenze tecniche e visione di lungo periodo. Camilla Colucci, ceo & founder di Circularity, lo ha raccontato in un’intervista a ESGnews, spiegando come sempre più imprese, dal tessile all’automotive, dal beauty all’edilizia, abbiano scelto di investire in percorsi concreti di economia circolare, non solo spinte dalle normative, ma soprattutto dalla consapevolezza che si tratta di una leva di resilienza e crescita.
Com’è nata Circularity e qual è la sua missione?
Cicularity è nata nel 2018 con l’obiettivo di rivoluzionare il mondo dei rifiuti in Italia, aiutando le aziende a trasformare ciò che fino ad allora era considerato scarto in risorsa, attraverso progetti di recupero e riciclo.
Fin da subito, però, ci siamo resi conto che il mercato era ancora troppo acerbo. I principi dell’economia circolare erano poco conosciuti e le aziende avevano bisogno di un percorso guidato per comprendere i vantaggi di adottare pratiche sostenibili.
Per questo abbiamo iniziato offrendo consulenza e formazione focalizzate sulla circolarità, ampliando poi il raggio d’azione a tematiche complementari come la misurazione dell’impatto ambientale e la definizione di strategie ESG di lungo periodo.
L’obiettivo era coinvolgere non solo i responsabili di stabilimento o della produzione, che quotidianamente gestiscono i materiali, ma soprattutto i titolari delle imprese e gli amministratori delegati, puntando a definire strategie strutturate di lungo termine piuttosto che a interventi sporadici. Questo include la misurazione e la riduzione dell’impatto ambientale, studi di LCA, la partecipazione a bandi regionali, nazionali ed europei in tema di economia circolare e la valorizzazione dei sottoprodotti.
Con il tempo, abbiamo ampliato il nostro raggio d’azione per offrire un ventaglio sempre più completo di servizi, diventando un vero e proprio “one-stop shop” per l’economia circolare: un unico punto di riferimento in cui le aziende possano trovare formazione, consulenza personalizzata sulla sostenibilità e strumenti digitali sulla nostra piattaforma. In questo modo, non è più necessario interfacciarsi con una moltitudine di consulenti, ma è possibile trovare un unico referente per tutti i temi ESG.
Come si differenzia da altre realtà nel campo della sostenibilità?
È proprio una profonda competenza sulla circolarità unita la capacità di accompagnare le aziende con una consulenza sulla sostenibilità che ci differenzia dai competitor. Oggi ci confrontiamo con due tipologie di competitor principali. Da un lato le grandi multinazionali e le Big Four, che hanno ampliato i loro servizi anche alla consulenza sulla sostenibilità, dall’altro, startup molto verticali, spesso concentrate su settori specifici, come per esempio il tessile.
Tuttavia, è difficile trovare realtà con competenze realmente specialistiche sulla circolarità, dato che la normativa e la conoscenza tecnica legata ai rifiuti, agli impianti e ai processi di trattamento richiedono un livello di specializzazione che sono difficili da sviluppare.
Il valore aggiunto di Circularity è che ognuno di noi va oltre il ruolo di semplici consulenti: ci poniamo come veri e propri ESG manager per l’azienda, affiancandola in modo continuativo e personalizzato. Non ci limitiamo a fornire indicazioni, ma diventiamo partner strategici nel percorso di transizione, integrando la sostenibilità all’interno dei processi aziendali e supportando concretamente l’impresa nelle sue scelte operative e strategiche.
In più, siamo una realtà dinamica: ogni anno siamo stati in grado di sviluppare o acquisire nuove competenze, così da offrire servizi sempre aggiornati e in linea con le esigenze del mercato e con le sfide che le aziende si trovano ad affrontare.
Com’è cambiato il contesto e l’attenzione delle aziende verso la sostenibilità in questi sette anni?
Il mondo è cambiato in modo radicale. Da quando siamo nati ci siamo trovati ad affrontare prima i due anni di pandemia da Covid-19, poi un conflitto alle porte dell’Europa, quello in Ucraina, che ormai dura da tre anni e infine le tensioni tra Israele e Palestina. A questo scenario si sono sommati anche fattori politici come la presidenza Trump, che hanno ridisegnato le priorità delle agende internazionali.
Durante la pandemia la sostenibilità era percepita come centrale e strategica, mentre oggi, in uno scenario più instabile e frammentato, rischia di passare in secondo piano e risultare solamente un obbligo normativo. Tuttavia, proprio per questo motivo, le imprese devono essere ancora più lungimiranti: integrare la sostenibilità all’interno del proprio modello di business non è un’opzione accessoria, ma una condizione imprescindibile per rimanere competitive e resilienti nel lungo periodo.
A questo si aggiunge l’Europa che sta facendo marcia indietro in ambito di sostenibilità, c’è il rischio che il processo di transizione verso modelli circolari subisca un rallentamento?
La maggior parte dei nostri clienti è rappresentata da imprese che hanno scelto volontariamente di avviare un percorso di sostenibilità in quanto non obbligati dalla normativa, sia che si trattasse di pubblicare un bilancio di sostenibilità, sia per trovare soluzioni innovative per il riciclo dei propri scarti. E, nonostante i recenti cambiamenti normativi, nessuno dei nostri clienti ha fatto passi indietro o messo in discussione il percorso avviato. Questo dimostra che, anche se a livello globale può sembrare che la sostenibilità abbia perso centralità, nella pratica le imprese che ci credono continuano a investire in questa direzione, anche senza obblighi. Per noi, questo è un segnale molto positivo.
Quanto al contesto normativo, oltre al decreto Omnibus, le nuove direttive non si limitano all’obbligo di rendicontazione. Alcune misure, nate per garantire maggiore trasparenza ai consumatori, introducono strumenti concreti come il diritto alla riparazione e il digital product passport. Sono provvedimenti che richiedono azioni reali da parte delle aziende in termini di tracciabilità dei materiali e implementazione di nuovi modelli di business circolari, i cui effetti si iniziano già a vedere.
Quali sono le principali difficoltà che incontrano le imprese quando cercano di adottare pratiche di economia circolare e come le aiutate a superarle?
La complessità nasce quando il rifiuto è difficile da riciclare o lo scarto è complicato da riutilizzare come nuova risorsa. E non si tratta solo della qualità della materia che, in alcuni casi, una volta riciclata, non raggiunge le stesse prestazioni di una materia prima vergine. La difficoltà riguarda anche la sostenibilità economica del processo. Ci sono casi in cui il costo per l’azienda di riciclare i rifiuti piuttosto che smaltirli è maggiore; casi in cui il costo di approvvigionamento dei materiali riciclati è superiore a quello delle materie prime vergini o possono esserci difficoltà nel pianificare gli investimenti necessari per sostenere il processo stesso di riciclo, soprattutto nell’attuale contesto geopolitico. La circolarità deve poter essere sostenibile anche a livello economico, perciò questa rimane la barriera principale, non la mancanza di interesse da parte delle aziende.
Come funziona la vostra piattaforma di simbiosi industriale?
Abbiamo creato la prima piattaforma di simbiosi industriale, una sorta di “Booking della circolarità”, con un’interfaccia simile a un portale di prenotazione online. La piattaforma, esclusivamente B2B, si presenta infatti come una mappa geolocalizzata che mostra i diversi attori della filiera presenti in una certa area geografica dai trasportatori ai produttori, per arrivare agli impianti di riciclo e ai potenziali utilizzatori di materiali riciclati.
La piattaforma funziona come un vero e proprio motore di ricerca. Le aziende possono registrarsi gratuitamente e, in base alla tipologia di rifiuto, individuare i partner più adatti con cui collaborare per la gestione, oppure cercare partner per l’approvvigionamento di materiali.
Il livello di dettaglio può essere molto specifico: ad esempio, si può cercare un partner per il riciclo di rifiuti plastici specificando che si tratta di materiali in HDPE, in polipropilene oppure di imballaggi misti. L’utente ha la possibilità di definire con precisione le caratteristiche del rifiuto e trovare l’interlocutore più adeguato alle proprie esigenze.
A quel punto la piattaforma genera un risultato che si aggiorna quotidianamente. Se, per esempio, venisse registrato un nuovo impianto che tratta il tipo di scarto prodotto da un certo cliente, quest’ultimo verrebbe avvisato. In questo modo si crea un match tra i vari attori e l’utente ottiene tutte le informazioni necessarie per valutare se il nuovo operatore possa risultare più efficiente rispetto a quelli già utilizzati.
In questo modo, anche le aziende che hanno già fornitori per il ritiro dei rifiuti possono scegliere partner specializzati nel riciclo, garantendo tracciabilità e la possibilità di misurare e confrontare l’impatto ambientale delle diverse opzioni, dalla semplice cernita manuale a sistemi industriali avanzati.
Avviene tutto in modo automatizzato?
Si, online sulla nostra piattaforma, ma se di interesse, offriamo anche un supporto di tipo consulenziale. Alcune aziende, infatti, preferiscono avere un supporto diretto da parte nostra. In questi casi interveniamo noi per conto loro, raccogliendo tutti i dati relativi ai rifiuti e utilizzando la piattaforma per ricercare i risultati, così da fornire all’azienda informazioni utili e strutturate sui potenziali partner con cui potrebbero interfacciarsi.
Uno dei progetti di simbiosi industriale che abbiamo realizzato quest’anno, per il quale abbiamo anche ricevuto il premio Blu Green Economy Award, coinvolge diverse aziende produttive del settore edilizio e delle costruzioni e demolizioni, oltre che rivenditori, impianti di riciclo e trasportatori.
Per loro abbiamo sviluppato una piattaforma dedicata, che replica in piccolo la nostra, che consente di gestire il matching e la tracciabilità di tutti gli scarti o degli invenduti. Registrandosi alla piattaforma si accede ad un sistema digitale nel quale è possibile tenere traccia di tutti i dati relativi ai propri materiali e rifiuti, visualizzando su mappa la localizzazione degli impianti di recupero. Attraverso la piattaforma è possibile quindi rivendere i materiali, gestire i rifiuti edili in impianti di riciclo tracciando la filiera e, allo stesso tempo, misurare l’impatto ambientale delle operazioni. I produttori grazie alla piattaforma possono così visualizzare in tempo reale e con dati oggettivi quale è il flusso dei loro prodotti una volta che hanno raggiunto il fine vita, e costruire progetti di economia circolare riuscendo concretamente a “chiudere il cerchio”.
Quali sono i settori maggiormente attenti al riciclo?
La piattaforma può essere utilizzata da qualsiasi azienda produttiva, ma tra i settori in cui negli ultimi anni è cresciuta la sensibilità verso i temi della sostenibilità spiccano il farmaceutico e l’automotive. Stiamo lavorando molto anche con il settore del beauty e della cosmetica che si stanno muovendo, soprattutto per gestire in modo più circolare i prodotti invenduti, gli scarti di magazzino o i prodotti scaduti.
Il tessile resta un settore particolarmente rilevante, anche perché al centro del dibattito mediatico, basti pensare al problema degli scarti derivanti dal fast fashion, che finiscono in discariche a cielo aperto nei Paesi in via di sviluppo. In questo contesto, stiamo collaborando con aziende produttrici di filati che cercano soluzioni e impianti in grado di riciclare scarti tessili e materiali non più riutilizzabili, così da trasformarli in nuove risorse per la produzione di capi d’abbigliamento.
La piattaforma ha dunque un campo di applicazione molto ampio e trasversale. Per questo motivo il nostro team tecnico è composto principalmente da ingegneri dei materiali e ingegneri ambientali: ogni progetto richiede un’analisi approfondita a livello normativo, materico economico e tecnologico, al fine di individuare le soluzioni di recupero e riciclo più adatte per ridurre l’impatto ambientale della filiera produttiva e ridare valore alla materia di scarto.
La nuova direttiva dell’eco-design pone l’attenzione a monte, su come viene concepito il prodotto affinché possa essere riciclato o riutilizzato. Aiutate le aziende nel ridisegnare I processi e i prodotti?
Il riciclo dovrebbe essere l’ultimo passaggio prima della discarica e non il primo. Da tempo ci siamo specializzati nella realizzazione di studi di Life Cycle Assessment (LCA) comparativi, analizzando i diversi fattori di emissione. Un esempio interessante è quello di un’azienda specializzata nella produzione di detergenti che ci ha chiesto di condurre un LCA su diverse linee di prodotti, collaborando con il loro dipartimento R&D, per scegliere materiali e processi produttivi che avessero un minore impatto ambientale. Si tratta, quindi, di attività di eco-design, che permettono di orientare le scelte dell’azienda verso la realizzazione di prodotti di consumo più sostenibili.
Modificare il proprio processo produttivo è complesso perché richiede ricerche di mercato, analisi di processo e investimenti significativi. Lo scopo dell’ecodesign è portare sullo stesso piano anche gli aspetti ambientali per apportare un cambiamento profondo, anche a livello industriale, ma rappresenta la base per ridurre l’impatto ambientale, prevenire la produzione di rifiuti e progettare prodotti che siano prima di tutto riparabili e scomponibili, e solo in ultima istanza riciclabili.
In che modo supportate le aziende nel passaggio da un modello lineare a uno circolare?
Partiamo da un primo assessment, una sorta di fotografia iniziale della gestione interna della materia negli stabilimenti aziendali. Analizziamo, per esempio, i fornitori, le tipologie di materie prime utilizzate (vergini o riciclate) e l’impatto ambientale legato al trasporto.
Successivamente, analizziamo cosa accade all’interno del processo produttivo a partire dalle quantità di materiale utilizzate ogni giorno per arrivare agli scarti generati e alla loro gestione. Analizziamo dalla tipologia di fornitori a dove vanno a finire i rifiuti e soprattutto quanto l’azienda conosce del destino di quei materiali. Nella maggior parte dei casi l’azienda sa soltanto dove vengono inviati i propri, per adempiere agli obblighi di legge, ma non conosce l’effettivo fine vita dello scarto e l’impatto dell’intera filiera.
Il nostro obiettivo è quindi duplice. Da una parte aumentare la circolarità dei rifiuti dall’altra accrescere la consapevolezza dell’azienda sulla sua filiera produttiva. Dati, peraltro, sempre più importanti anche ai fini della reportistica di sostenibilità.
Una volta completata la mappatura dei materiali, passiamo all’implementazione delle possibili soluzioni che possono efficientare la gestione, ridurre i costi e aumentare la circolarità, replicando modelli di successo già utilizzati o avviandone di completamente nuovi studiati ad hoc per l’azienda.
E quanto è importante l’innovazione?
È essenziale. Collaboriamo fin dall’inizio con università come il Politecnico di Milano e Torino su progetti di ricerca, ad esempio nello sviluppo di fibre ottiche capaci di identificare materiali diversi su un nastro in impianto. Nel tessile, questo permette di distinguere fibre organiche da sintetiche e separare quindi filati in cotone o poliestere, anche nei capi misti difficili da riciclare. In parallelo, lavoriamo con partner strategici e laboratori per affrontare rifiuti complessi, sviluppando impianti sperimentali su misura. Si tratta spesso di soluzioni non ancora esistenti né in Italia né in Europa, ma potenzialmente scalabili e replicabili anche per altre aziende che producono lo stesso tipo di scarto.
Per noi innovare significa anche arricchire costantemente la nostra offerta. Uno degli ambiti più recenti riguarda i rischi climatici: quest’anno abbiamo realizzato due progetti per misurare l’esposizione delle aziende a fenomeni come alluvioni, innalzamento delle temperature o altre calamità naturali, valutando la vulnerabilità in base alla localizzazione degli stabilimenti e definendo azioni concrete da intraprendere nei prossimi 5, 10 o 30 anni per mitigare questi rischi.
L’innovazione, quindi, è fondamentale sia nella ricerca sui materiali, sia nello sviluppo di nuovi servizi capaci di anticipare le sfide ambientali.
Tra i vostri servizi digitali c’è anche un tool per misurare il livello di circolarità. Come funziona?
Uno dei nostri servizi più innovativi è il Circularity Assessment, che permette di misurare le performance di circolarità di un’azienda o di un gruppo di aziende. Il tool, basato sulla specifica tecnica UNI 11820:2024, analizza sei ambiti con l’obiettivo di valutare le performance aziendali in tema di economia circolare e individuare le aree di miglioramento. Nello specifico il tool approfondisce diversi aspetti della circolarità, come materie prime riciclate, energia e acqua, gestione circolare degli scarti, logistica, gestione delle relazioni e sostenibilità anche sociale.
È un approccio completo, che può essere utilizzato in autonomia dalle aziende oppure con il nostro supporto consulenziale, anche attraverso raccolte di dati e analisi dedicate.
Si tratta della prima norma che fornisce le linee guida per misurare la circolarità aziendale, anticipando persino le linee guida ISO. Per questo rappresenta un punto di riferimento molto interessante e coerente con le evoluzioni normative e di mercato. Come soci UNI collaboriamo da tempo per promuovere l’adozione di questa norma: il nostro strumento, infatti, segue fedelmente i principi stabiliti, così che le aziende possano successivamente certificarsi tramite enti terzi e comunicare in modo trasparente il loro livello di circolarità.
