Fabio Cappa natura | ESG News

Intervista a Fabio Cappa di Raiffeisen Capital Management

Sostenibilità significa migliore qualità del portafoglio e gestione più efficace dei rischi

In un momento in cui il mercato appare sull’ottovolante per gli annunci e i cambi di rotta sui dazi al commercio mondiale da parte degli Stati Uniti, risulta più difficile avere la concentrazione di focalizzarsi sulle vere tendenze di lungo periodo. Cioè su quei fattori che, come le caratteristiche di sostenibilità di un’azienda, permettono un migliore controllo dei rischi e maggiore resilienza. Non è il caso di crolli e impennate come quello provocato dall’imposizione di tariffe sui commerci globali annunciate e poi sospese dagli Stati Uniti. Nel caso di shock così impattanti nel breve periodo è difficile che i titoli mostrino le proprie qualità, anche per le dinamiche del mercato legate agli investimenti indicizzati. Eppure, le strategie ESG avevano raggiunto un livello di maturità in grado di liberarle dal pregiudizio di una minore redditività attesa rispetto agli investimenti tradizionali. I dati evidenziano come le aziende con un forte posizionamento ESG dimostrano infatti una maggiore solidità finanziaria e una resilienza superiore nei momenti di crisi.

È quindi importante, sottolinea Fabio Cappa, Senior Institutional Client Manager di Raiffeisen Capital Management in questa intervista a ESGnews, “educare gli investitori sulla reale natura degli investimenti sostenibili, mostrando chiaramente come sostenibilità significhi soprattutto migliore qualità del portafoglio e gestione più efficace dei rischi sul medio e sul lungo periodo”.

L’analisi degli ultimi anni conferma questa tendenza: nonostante le difficoltà del 2022, nel 2023 i fondi ESG hanno ripreso a sovraperformare i benchmark tradizionali. “ESG è sempre generoso di rendimento, senza dubbio più di armi e petrolio” afferma Cappa. Restano però alcune sfide da affrontare: il rischio regolatorio, la necessità di contrastare il greenwashing e l’influenza delle politiche e scelte internazionali, in primis quelle statunitensi che potrebbero rallentare, ma non fermare, il processo di transizione verde. Eppure, evidenzia Cappa, “è opportuno sottolineare (e non dimenticare anche in momenti di vento contrario) che il trend verso la sostenibilità è ormai un fenomeno strutturale che va ben oltre le politiche di una singola amministrazione”.

Tra i settori più promettenti, il consulente finanziario di Raiffeisen, indica le rinnovabili, pur penalizzate dall’aumento dei tassi, le infrastrutture per la transizione energetica e la mobilità elettrica. Investire in ESG, dunque, non è solo una scelta etica, ma una strategia lungimirante per costruire il futuro dell’economia globale.

Le strategie ESG non riescono a scrollarsi di dosso il timore di garantire una resa inferiore rispetto ad altri criteri di investimento. A cosa ritiene sia dovuto questo atteggiamento e come superarlo?

Questo scetticismo deriva da un equivoco storico e culturale: l’idea che scegliere aziende sostenibili significhi sacrificare inevitabilmente parte della performance. Si tratta di un’eredità legata ai primi investimenti “etici”, spesso limitati in termini di selezione e costosi. Oggi però disponiamo di una vasta letteratura finanziaria che dimostra esattamente il contrario: aziende ben posizionate sul piano ESG, soprattutto quelle strettamente legate alla lotta ai cambiamenti climatici, tendono a mostrare maggiore solidità finanziaria, minore volatilità e una resilienza superiore durante crisi o momenti di forte instabilità. La chiave per superare questo timore è una comunicazione basata sui dati concreti: più facciamo emergere le evidenze empiriche e meno spazio si lascia a pregiudizi. È importante anche educare gli investitori sulla reale natura degli investimenti ESG, mostrando chiaramente come sostenibilità significhi soprattutto migliore qualità del portafoglio e gestione più efficace dei rischi sul medio e sul lungo periodo.

Se analizziamo i dati, come si è evoluta la performance delle strategie ESG negli ultimi anni rispetto ai benchmark tradizionali?

Guardando l’evoluzione degli ultimi cinque-dieci anni, la performance delle strategie ESG è stata molto positiva e spesso superiore ai benchmark tradizionali, soprattutto se valutata in termini di rischio-rendimento. Se aggiungiamo che negli ultimi 5 anni è successo di tutto contro ESG (aumento dei tassi, crisi energetica, due guerre ed una politica americana autolesionista, contro la scienza e fuori da ogni logica) è impressionante vedere come i risparmiatori siano stati straordinariamente remunerati dalle performance. Fino al 2021 molti indici ESG globali hanno sovraperformato i loro equivalenti standard, beneficiando della maggiore esposizione a titoli tecnologici e ad aziende di qualità. Poi, il 2022 ha visto una temporanea inversione a causa proprio della crisi energetica che menzionavo, dinamica che ha favorito aziende di combustibili fossili generalmente sottopesate o inesistenti nei portafogli sostenibili. Tuttavia, già nel 2023 si è tornati a una sovraperformance dei fondi ESG, confermando che, pur con inevitabili oscillazioni, l’approccio sostenibile resta competitivo sul medio e lungo periodo.

Eppure, il 2022 è stato un anno difficile per gli investimenti ESG. Quali lezioni ne avete tratto?

Il 2022 ci ha insegnato innanzitutto l’importanza della diversificazione interna alle strategie ESG. Infatti, la forte esposizione ai titoli growth e la sottoesposizione ai settori energetici convenzionali hanno creato una situazione difficile. La lezione più importante è stata quella di non escludere del tutto settori critici come l’energia, ma piuttosto privilegiare le aziende più virtuose che stanno affrontando concretamente la transizione energetica. Abbiamo avuto ancora una volta la prova che non basta definirsi sostenibili, occorre dimostrarlo chiaramente attraverso trasparenza, solidità dei criteri di selezione e reale impatto. Inoltre, è emerso con chiarezza che “anche” un investitore ESG deve essere pronto ad affrontare temporanei periodi di sotto performance relativa senza mettere in discussione la strategia di fondo, che rimane fortemente orientata verso obiettivi di medio e di lungo periodo.

Quali fattori hanno inciso maggiormente sui rendimenti delle strategie ESG?

I fattori più influenti sulla performance ESG sono stati tre: innanzitutto l’allocazione settoriale, che favorisce solitamente tecnologie pulite, sanità e settori con forti standard sociali e ambientali, e penalizza settori ad alto impatto ambientale come energia fossile e materie prime. In secondo luogo, il contesto macroeconomico è determinante: variazioni dei tassi d’interesse, inflazione e politiche governative sulle energie rinnovabili influenzano direttamente la performance ESG. Infine, la qualità intrinseca delle aziende selezionate – cioè la robustezza del loro posizionamento ambientale e sociale e una governance efficace – contribuisce significativamente a generare un rendimento aggiustato per il rischio generalmente migliore nel lungo periodo.

Quali sono i principali rischi che un investitore ESG deve considerare nel contesto attuale?

Chi investe con criteri ESG deve prestare particolare attenzione al rischio politico e regolatorio, considerando la variabilità delle politiche ambientali da paese a paese e la crescente polarizzazione del dibattito politico attorno ai temi sostenibili. Altro rischio significativo è quello reputazionale legato al greenwashing: è essenziale quindi una rigorosa analisi delle aziende e dei fondi ESG per assicurarsi che dietro le promesse ci siano fatti concreti. Inoltre, il rischio di concentrazione in pochi settori e titoli può rendere il portafoglio più volatile, richiedendo una gestione attiva e ben diversificata. Occorre considerare il rischio di tracking error, cioè l’eventualità che il portafoglio ESG possa temporaneamente discostarsi significativamente dai benchmark tradizionali in momenti particolari del ciclo economico. Infine, mi lasci sottolineare come il numero di gestori che hanno abbandonato l’iniziativa “Net Zero Asset Manager” per motivi facilmente immaginabili, rappresentano un plus per tutta la finanza sostenibile. Quei principi, prima sbandierati ai 4 venti e poi rinnegati, inevitabilmente torneranno alla ribalta molto presto, ed allora i risparmiatori ricorderanno chi predicava sostenibilità per convinzione e chi per convenienza.

Ritiene che le politiche di Trump penalizzeranno gli investimenti in soluzioni e tecnologie attenti all’ambiente come le energie rinnovabili?

Sicuramente, l’approccio politico di Trump, storicamente meno favorevole a normative ambientali e incentivi alle energie rinnovabili, potrebbe rappresentare un temporaneo ostacolo per il settore, ma non dimentichiamo che gli Stati Uniti sono una grande democrazia e la lettera firmata a metà marzo da 21 parlamentari repubblicani perché non fossero aboliti le agevolazioni fiscali previste dal Inflation Reduction Act di Biden a supporto della transizione energetica, ne è la prova eloquente. Trump ha soli 3 seggi di vantaggio al Congresso, quindi quei 21 membri del suo partito sono in grado di imporre la rotta. Anche a seguito di questa presa di posizione, è opportuno ricordare che il trend verso la sostenibilità è ormai un fenomeno strutturale che va ben oltre le politiche di una singola amministrazione. Oggi le tecnologie rinnovabili sono competitive dal punto di vista economico e molte aziende hanno ormai integrato strategie ambientali di lungo termine indipendentemente dalla politica governativa. Al massimo, potrebbe verificarsi un rallentamento degli investimenti negli USA, compensato però da una crescente accelerazione in Europa e Asia, regioni dove la transizione verde continua a essere sostenuta fortemente dai governi e dai mercati stessi.

Quali settori o temi ESG offrono oggi le opportunità di investimento più interessanti?

Tra i temi più promettenti troviamo certamente le energie rinnovabili (fortemente penalizzate da aumento dei tassi e dalla politica) e le infrastrutture per la transizione energetica, grazie ai costi sempre più competitivi e al crescente sostegno istituzionale globale. Per i titoli delle rinnovabili ho scritto di recente un articolo dove le presentavo come quel “Settore che ha scontato anche l’Apocalisse”, ma attenzione alla componente dei titoli presenti nei fondi sulle rinnovabili: se negli ultimi 2 anni hanno registrato performance positive, vuol dire che non hanno investito sulle rinnovabili ma sulla tecnologia. Nessuno più di me ama la tecnologia, ma se voglio acquistare un fondo tecnologico ho una bella selezione da fare, non ho bisogno di acquistarne uno “travestito” da transizione energetica. Quelli certamente non hanno “scontato anche l’Apocalisse”. Altro tema chiave è la mobilità elettrica, con un mercato destinato a crescere enormemente nei prossimi dieci anni. Interessanti sono anche le opportunità legate all’efficienza energetica (edilizia sostenibile, sistemi di risparmio energetico) e all’economia circolare, soprattutto nel campo del riciclo e della gestione delle risorse idriche e agricole. Infine, da non sottovalutare sono i settori a impatto sociale positivo, come la salute accessibile e l’educazione, che rappresentano la frontiera successiva della sostenibilità finanziaria. Investire oggi in questi ambiti significa partecipare concretamente a una trasformazione ormai irreversibile dell’economia globale, destinata ad essere la vera protagonista del futuro.

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