Si è conclusa con successo la seconda puntata della COP 16 riunitasi a Roma nei giorni scorsi, dopo che i Paesi partecipanti non erano riusciti a trovare un accordo a Cali in Colombia lo scorso novembre. Dopo tre giorni di negoziati, i Paesi membri della Convenzione Onu sulla Biodiversità hanno trovato un’intesa sulla strategia finanziaria che possa arrivare a mobilitare almeno 200 miliardi all’anno al 2030 per la protezione della natura. L’accordo trovato riguarda la raccolta dei fondi necessari, insieme al programma di pianificazione, di monitoraggio, di rapporto e di revisione dei dati necessari a comprendere come si sta procedendo per la protezione della biodiversità sulla base degli obiettivi del piano Kunming-Montreal global biodiversity framework, approvato nel 2022 durante la COP 15.
L’obiettivo previsto dal Protocollo è tutelare il 30% della superficie terrestre e il 50% della superficie marina e oceanica entro il 2030, con l’eliminazione di 500 miliardi di dollari di sussidi dannosi all’ambiente e l’aumento della resilienza degli ecosistemi, che portano alla riduzione del tasso di estinzione della specie di 10 volte. Con l’istituzione del fondo Global biodiversity framework fund (Gbff), l’obiettivo finale è di colmare il gap finanziario di 700 miliardi di dollari all’anno, da impiegare per la conservazione della biodiversità globale.
In particolare, l’accordo prevede che si debba chiudere il gap raggiungendo l’obiettivo di mobilitare 200 miliardi di dollari all’anno al 2030, a partire dai 20 miliardi di dollari già dal 2025, fino ad arrivare a 30 miliardi di dollari al 2030 per la protezione degli habitat naturali, proseguendo in una via di sviluppo che possa mantenere l’equilibrio tra le specie viventi sul pianeta a tutela della salute umana.
I paesi più ricchi, inoltre, hanno garantito il loro impegno nello stanziamento di almeno 30 miliardi di dollari l’anno per i Paesi più poveri, al fine di tutelare la biodiversità, con l’affidamento dei fondi al Global environment facility (Gef), che opera sotto la supervisione della Banca mondiale, con una governance dominata dai Paesi donatori; mentre per le economie più povere premevano per la creazione di uno strumento ad hoc autonomo gestito direttamente dalla COP. Il compromesso è stato raggiunto, su proposta dal Brasile a nome dei Brics, utilizzando il Gef, che è la soluzione più prgmatica e che permette tempistiche più veloci, ma che la COP mantenga il pieno controllo sulla governance del fondo.
Infine, con il lancio ufficiale del Fondo Cali si arriva ad un altro momento di svolta per la COP 16, che utilizza il fondo come strumento di equa condivisione dei benefici che traggono aziende farmaceutiche e cosmetiche dall’utilizzo delle risorse genetiche per scopi commerciali legate alla biodiversità, che punta a incanalare i profitti per le popolazioni indigene, a supporto dei loro diritti.
