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Diritti umani

Schiavitù moderna: cos’è e come prevenirla

Cosa si intende per schiavitù moderna

Pensando al termine “schiavitù” si è indotti a considerarlo un concetto che appartiene al passato. Purtroppo, però, non è così. In questo momento, infatti, quasi 50 (49,6) milioni di persone[1] si trovano in condizioni riconducibili a schiavitù in tutto il mondo. Ed è un problema che riguarda tutti i paesi, più o meno direttamente, perché pervade le catene di fornitura globali. La schiavitù di oggi, definita modern slavery, ovvero “schiavitù moderna”, differisce da quella storica della tratta transatlantica, ma ha degli effetti ugualmente dannosi per milioni di persone e un quarto delle vittime è composto da bambini. Ma cosa si intende per modern slavery

Esistono centinaia di definizioni diverse del termine, ma tutte includono aspetti di controllo, coercizione, azioni involontarie e sfruttamento. In generale, un individuo si trova in una condizione di schiavitù quando viene sfruttato da altri, per guadagno personale o per una ragione legata ad un’attività commerciale. Tra le categorie più colpite, quella dei migranti, le cui condizioni sono state esacerbate anche dalla pandemia da Covid-19. 

Quali sono i tipi di schiavitù moderna

La schiavitù moderna assume molte forme, ma alcune sono più diffuse. La prima è quella del traffico di esseri umani, che implica l’uso della violenza, delle minacce o della coercizione per trasportare, reclutare o ospitare persone al fine di sfruttarle per scopi quali la prostituzione forzata, il lavoro, la criminalità, il matrimonio o il prelievo di organi. 

Un altro tipo è il lavoro forzato, che l’International Labour Organization (ILO) definisce come “qualsiasi lavoro o servizio estorto a una persona sotto minaccia di punizione e per il quale la persona non si è offerta volontariamente”. A livello globale, secondo l’ILO e l’IOM (International Organization for Migration) dei 50 milioni complessivi, 27,6 milioni di persone sono intrappolate nel lavoro forzato. Tra queste, 17,3 milioni sono sottoposte allo sfruttamento del lavoro forzato nel settore privato, 6,3 milioni allo sfruttamento sessuale a fini commerciali e quasi 4 milioni subiscono un tipo di lavoro forzato imposto dalle autorità statali.

La forma di schiavitù moderna più diffusa al mondo è però la servitù per debiti o lavoro obbligato, una condizione che costringe le persone in povertà a prendere in prestito denaro e a lavorare per ripagare il debito, perdendo il controllo sia sulle condizioni lavorative che sul debito. 

Altra piaga è il lavoro minorile. Nel mondo circa 200 milioni di minori lavorano e sono privati di un’educazione adeguata, di una buona salute e del rispetto dei diritti umani fondamentali. Di questi, 126 milioni (ovvero 1 ogni 12 bambini) sono esposti a forme di lavoro particolarmente rischiose, che mettono in pericolo il loro benessere fisico, mentale e morale. Inoltre circa otto milioni di minori sono sottoposti alle peggiori forme di lavoro minorile: la schiavitù, il lavoro forzato, il matrimonio precoce, lo sfruttamento nel commercio sessuale, nel traffico di stupefacenti e l’arruolamento come bambini-soldato in milizie. Il matrimonio forzato (e precoce), poi, riguarda ben 22 milioni di persone (di cui 2 su 5 bambini). 

Infine, anche la servitù domestica in alcuni casi, anche se non in tutti, può portare a forme di schiavitù moderna, dal momento che chi lavora a casa di un’altra persona può essere particolarmente vulnerabile agli abusi e allo sfruttamento senza che ciò venga alla luce o all’attenzione di alcuna tutela legale.  

Dove è più diffusa la schiavitù moderna

Come detto, il problema della schiavitù moderna riguarda tutto il mondo. Le catene di approvvigionamento globali, infatti, sono sempre più complesse e connesse e per questo è diventato ancora più difficile individuare i casi in cui i prodotti posizionati sugli scaffali dei negozi sono frutto di lavoro forzato. Secondo il 2023 Global Slavery Indexdell’organizzazione benefica per i diritti umani Walk Free, i paesi del G20, UE inclusa, stanno attualmente importando beni per un valore di 468 miliardi di dollari che rischiano di essere generati tramite lavoro forzato, un dato in crescita rispetto ai 354 miliardi di dollari dell’ultimo rapporto riferito a cinque anni prima (2018). Tra i paesi del G20, comunque, l’Italia non risulta tra quelli più esposti al fenomeno della schiavitù moderna, stimata in 3,3 persone ogni 1.000 abitanti. 

Tra le zone del globo maggiormente interessate si trovano i paesi a basso reddito, ubicati per lo più in Africa, Sud America, Medio Oriente e Asia centrale.

Secondo l’indice di Walk Free, Corea Del Nord, Eritrea e Mauritania hanno la più alta prevalenza di schiavitù moderna nel mondo. In particolare, l’autoritaria Corea del Nord ha la più alta prevalenza di schiavitù moderna (104,6 persone ogni 1.000 abitanti)Eritrea Mauritania seguono rispettivamente con un indice pari a 90,3 e 32 (sempre ogni 1.000 abitanti). Nelle prime 10 posizioni a livello globale figurano anche l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e ilKuwait, dove il sistema “kafala” (“fideiussione”) impone un modello restrittivo di permessi di lavoro che lega i lavoratori migranti al loro datore di lavoro. Altri paesi nelle prime posizioni per presenza del fenomeno sono laTurchia, che ospita milioni di rifugiati dalla Siria, il Tagikistan, la Russia e l’Afghanistan. Sebbene siano paesi molto diversi tra loro, sono tutti accomunati da una scarsa protezione delle libertà civili e dei diritti umani, dalla presenza di conflitti o instabilità politica o dalla forte presenza di rifugiati e migranti. 

Prevalenza stimata della schiavitù moderna per paese

Fonte: Walk Free, 2023 Global Slavery Index. Tenendo conto della prevalenza stimata per 1.000 abitanti per i 10 paesi con la prevalenza più alta.
Fonte: Walk Free.

Quali sono i settori più a rischio

Sebbene sia percepito come un settore a basso rischio di violazioni dei diritti umani, quello dei servizi finanziari è invece altamente esposto ai rischi che riguardano il rispetto dei lavoratori tramite le proprie attività di investimento o concessione del credito, ma anche attraverso le proprie catene di fornitura o i rapporti commerciali. A questo riguardo appare paradossale come l’accordo provvisorio tra Parlamento e Consiglio europeo sulla CSDD (Corporate Due Diligence Directive, la direttiva sulla sue diligence per la sostenibilità aziendale) abbia escluso al momento la finanza dall’ambito di applicazione. Ma a fronte dei potenziali rischi, le istituzioni finanziarie possono avere un ruolo fondamentale nella lotta alla schiavitù grazie alla loro capacità di influenzare il business globale, di promuovere migliori pratiche di investimento, di identificare flussi finanziari e di utilizzare il proprio ascendente sulle società in cui investono per migliorare le prassi aziendali. 

All’interno del comparto finanziario, i riflettori sono puntati sugli investimenti di asset owner e asset manager insocietà quotate in borsa. Sebbene le istituzioni finanziarie siano tenute al rispetto dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (UNGP) che stabiliscono la “responsabilità aziendale al rispetto”, compreso l’obbligo di evitare di causare o contribuire a impatti negativi sui diritti umani e di cercare di prevenirli o mitigarli lungo tutta la catena del valore, molta strada rimane da fare.

Nel 2021, Walk Free, WikiRate e il Business and Human Rights Resource Center hanno esaminato le dichiarazioni pubblicate da 79 gestori patrimoniali tenuti a riferire ai sensi del Modern Slavery Act del Regno Unito concludendo che i gestori patrimoniali non consideravano adeguatamente il rischio di schiavitù moderna nelle loro attività dirette o nelle catene di fornitura dei beni e dei servizi che acquistavano. Ma soprattutto non lo tenevano adeguatamente in considerazione nella loro attività di investimento, punto critico anche alla luce delle dimensioni dei loro portafogli di investimento. Nel dettaglio, solo un quarto circa (27%) indicato nella survey di aver condotto una qualche forma di due diligence sui diritti umani o sulle questioni relative alla schiavitù moderna nei loro portafogli. Inoltre, pochi avevano valutato le società partecipate per i rischi legati alla schiavitù moderna (9%) o si erano impegnati direttamente con le aziende per affrontare la schiavitù moderna attraverso audit sociali, revisioni di autovalutazione, presentando risoluzioni agli azionisti o fornendo formazione (15%). 

Altro settore è quello immobiliare, caratterizzato da catene di fornitura molto complesse. Per esempio nel settore edile, i lavoratori sono particolarmente vulnerabili a causa dell’elevata domanda di manodopera con competenze di base e poco costose. Anche le catene di fornitura del settore alimentare, delle bevande e dell’agricoltura sono ad alto rischio a causa delle caratteristiche del lavoro connesso alla produzione, lavorazione, confezionamento e trasporto di alimenti e fibre. Non a caso, secondo l’ILO, l’11% delle vittime del lavoro forzato in tutto il mondo appartiene al settore agricolo e della pesca. Altro comparto da tenere d’occhio è quello minerario, nonostante si sia ormai dotato di riferimenti solidi per fronteggiare i rischi legati ad ambiente e salute e sicurezza sul lavoro.

Come si può prevenire e mitigare la schiavitù moderna

Il diritto internazionale sui diritti umani e la legislazione di molti stati sovrani (ne è un esempio il Modern Slavery Actdel 2015 del Regno Unito) mettono al bando il lavoro forzato, la tratta di esseri umani e ogni forma di schiavitù. Inoltre, l’eliminazione della schiavitù moderna è uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (SDG 8.7, che prevede l’eradicazione del lavoro minorile in tutte le sue forme entro il 2025 e l’eliminazione del lavoro forzato, della schiavitù moderna e della tratta di esseri umani entro il 2030). Ciononostante, questo fenomeno continua a essere diffuso e il numero delle persone colpite è in aumento negli ultimi anni. Cosa si può fare per prevenirla e mitigarla?

Partiamo dal contesto normativo. Nel 2011, il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha approvato all’unanimità i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (UNGP). Tali principi, elaborati in consultazione con le imprese, riconoscono il dovere dei governi di proteggere i diritti umani sul territorio nazionale o sotto la propria giurisdizione, anche nel caso in cui siano le aziende a violarli. Allo stesso tempo, i principi affidano alle imprese la responsabilità di rispettare i diritti umani. Gli UNGP, quindi, se presi in considerazione con la dovuta attenzione, offrono un quadro per la guida aziendale sui diritti umani, un percorso chiaro per dimostrare l’impegno per un cambiamento a lungo termine.

I requisiti chiave dell’UNGP si riflettono anche nelle recenti disposizioni nazionali sulla trasparenza dei diritti umani, che stanno proliferando in tutto il mondo. Tra queste, l’EU Supply Chain Due Diligence Legislation e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (adottata dal 2024) nell’Unione Europea, nel Regno Unito il Modern Slavery Act e negli USA l’Uyghur Forced Labor Prevention Act (2022). La legge statunitense sulla prevenzione del lavoro forzato uiguro ha conferito alla protezione doganale e delle frontiere degli Stati Uniti il potere di bloccare le merci importate sulla base del presupposto confutabile che le merci prodotte nella regione dello Xinjiang siano state realizzate mediante lavoro forzato. Tale legislazione ha inserito la schiavitù moderna e i diritti umani nell’agenda delle imprese. 

Il panorama normativo su lavoro forzato e diritti umani

Fonte: CCLA. Quasi due terzi di tutti i casi di lavoro forzato sono collegati alle catene di fornitura globali. Una persona su 150 si trova in una condizione di schiavitù moderna nel mondo.

I principali attori che possono promuovere cambiamenti positivi, dunque, sono le imprese, i governi e, in qualche modo, anche gli investitori. 

Nel dettaglio, le aziende possono intervenire sia nelle loro attività che attraverso le loro catene di fornitura internazionali. Le imprese, quindi, possono stabilire gli standard, intercettare attivamente la schiavitù moderna, lavorare per risolverla e agire per prevenirla. Tuttavia, secondo diversi studi, ad oggi solo un piccolo numero di società ha rivelato di aver riscontrato casi di schiavitù moderna all’interno della propria catena di fornitura ed è difficile per gli investitori valutare se questo riflette la mancanza di un processo di analisi efficace o l’assenza del fenomeno. 

I governi, dal canto loro, possono introdurre leggi e rafforzare quelle esistenti in materia di segnalazione obbligatoria includendo e implementando sanzioni, nonché stabilire obblighi di informativa per le società quotate in merito ai rischi ESG, inclusa la schiavitù moderna, e alle azioni intraprese per affrontarli. I governi, inoltre, possono collaborare per garantire che gli standard di reporting sulla sostenibilità affrontino pienamente i problemi della schiavitù moderna e garantire. 

Gli investitori, infine, possono migliorare la rendicontazione e fornire informazioni più dettagliate sui rischi della schiavitù moderna. Essi dovrebbero anche implementare solidi processi di valutazione del rischio prima di prendere decisioni di investimento e condurre un’attività di engagement costante con le società partecipate per migliorare la loro gestione del rischio di schiavitù moderna e considerare l’uso della leva finanziaria collettiva per migliorare la performance del rischio aziendale. 

L’esempio delle società in UK

CCLA Investment Management, gestore patrimoniale londinese attivo nel settore degli investimenti sostenibili, ha lanciato l’iniziativa Find it, Fix it, Prevent it per contrastare la diffusione della schiavitù moderna nel Regno Unito. Il paese, infatti, secondo le stime di Walk Free, importa ogni anno beni per un valore di 26 miliardi di dollari circa che, con ogni probabilità, utilizzano lavoro in schiavitù nella loro produzione. Le aziende, quindi, hanno l’obbligo di lavorare per supportare le vittime della schiavitù moderna presenti nella loro catena di fornitura e nelle operazioni dirette. A tal fine, l’iniziativa Find it, Fix it, Prevent it prevede tre passaggi: la promozione di un contesto normativosignificativo attraverso la collaborazione con il governo e il Ministero degli Interni, il supporto alle aziende nella ricerca di soluzioni che prevengano la schiavitù moderna e la collaborazione con fornitori di dati, ONG e mondo accademico per sviluppare dati migliori. 

Per rendere operativa l’iniziativa, CCLA ha sviluppato il CCLA Modern Slavery Benchmark. Tale strumento è rivolto principalmente agli investitori, che possono utilizzarlo per valutare in modo obiettivo come le società quotate affrontano e gestiscono la schiavitù moderna sulla base delle informazioni pubblicate

Le società analizzate da CCLA incluse nel benchmark sono 100 aziende del Regno Unito, selezionate in base alla loro capitalizzazione di mercato, che complessivamente supera di poco i 2 trilioni di sterline. Le aziende coinvolte rappresentavano 11 settori, tra cui quello delle comunicazioni, i beni di prima necessità, energia, finanza, assistenza sanitaria, industria, tecnologia dell’informazione, immobiliare e servizi di pubblica utilità. Secondo l’analisi, solo 25 aziende hanno riferito di aver riscontrato forme di schiavitù moderna nella propria catena di fornitura, nonostante tutte adottassero politiche in materia. Ciò, sottolinea CCLA, è preoccupante perché la schiavitù moderna è prevalente in molte attività a causa delle catene di fornitura globali così interconnesse nel mondo globalizzato. 

Un paradosso riscontrato dallo studio è che le aziende valutate erano più brave a identificare i rischi nella loro catena di fornitura che nelle loro operazioni. Tra le aziende esaminate, infatti, 75 hanno identificato rischi nella catena di fornitura, mentre 59 hanno identificato rischi interni all’impresa. 

Tra gli altri risultati, è emerso che 30 aziende hanno reso note le misure adottate per porre fine ai rischi in corso nel caso in cui sia stata riscontrata una violazione e nove hanno riferito i risultati del processo di riparazione per le vittime. Soltanto un’impresa, però, ha fornito una prova adeguata di aver effettuato interventi di riparazione. Inoltre, 42 aziende hanno divulgato una politica relativa alle pratiche di approvvigionamento responsabile, ma solo 14 hanno effettivamente fornito esempi delle loro pratiche. Infine, le aziende dei settori dei beni di consumo tendevano ad avere punteggi più elevati rispetto a quelle che operavano nel business-to-business, un aspetto probabilmente legato alla maggiore preoccupazione di imprese con un profilo pubblico più elevato di incappare in rischi di tipo reputazionale derivanti da una scarsa divulgazione delle informazioni relative alla schiavitù moderna. 

Alla luce dei risultati sulle imprese del Regno Unito, CCLA conclude che complessivamente esiste un divario di attuazione tra politiche e pratiche, divario che rispecchia le evidenze di altri rapporti accademici e di consulenza, sebbene, in generale, la qualità della rendicontazione in materia sembri essere in miglioramento. 


[1] Fonte: International Labour Organization (ILO) e International Organization for Migration (IOM), settembre 2022.