Il mercato del lavoro mostra segnali di dinamismo, ma i salari italiani restano tra i più deboli in Europa.
La retribuzione annua lorda media in Italia cresce del 3,6% nel 2025, mentre l’inflazione si ferma all’1,5%. Un differenziale positivo che consente, per il secondo anno consecutivo, un recupero del potere d’acquisto. Ma il dato cambia prospettiva se osservato su un orizzonte più ampio: dal 2015 a oggi i salari sono aumentati del 15%, a fronte di un’inflazione del 22,6%, con una perdita reale di quasi 8 punti percentuali. Nel frattempo, il 75% dei lavoratori resta sotto i 35.000 euro lordi annui e quasi il 90% non supera i 40.000 euro. Il divario interno rimane marcato, con i top manager che guadagnano fino a 8,8 volte più degli operai.
Il JP Salary Outlook 2026 dell’Osservatorio JobPricing restituisce così una fotografia complessa, con segnali di ripresa nel breve periodo, ma criticità profonde sul piano strutturale. Il tema salariale italiano si conferma dunque una questione economica e sociale di lungo periodo.
Indice
- 1 Salari in crescita ma potere d’acquisto ancora sotto i livelli pre-crisi
- 2 Composizione delle retribuzioni e ruolo crescente di variabile e welfare
- 3 Profilo dei lavoratori: genere, età e istruzione ridisegnano le retribuzioni
- 4 I servizi finanziari sono il settore più pagato
- 5 Geografia dei salari: Nord avanti, Sud in recupero ma il gap resta
Salari in crescita ma potere d’acquisto ancora sotto i livelli pre-crisi
Il biennio 2024-2025 rappresenta una fase di inversione rispetto alla lunga stagnazione che ha caratterizzato il mercato del lavoro italiano. Dopo lo shock inflazionistico del 2022 e 2023, che ha visto i prezzi crescere a ritmi ben superiori ai salari, il rallentamento dell’inflazione ha consentito una ripresa, seppur parziale, della capacità di spesa delle famiglie.
Nel 2025 la crescita nominale delle retribuzioni supera infatti l’inflazione, generando un miglioramento reale. Tuttavia, il livello dei prezzi resta molto più alto rispetto a quattro anni fa: tra il 2021 e il 2025 l’indice dei prezzi al consumo è aumentato di oltre il 19%. Questo significa che il recupero recente non è sufficiente a compensare le perdite accumulate.
L’analisi per categorie professionali evidenzia dinamiche differenziate. Gli impiegati registrano la crescita più marcata nell’ultimo anno (+3,8%), mentre gli operai mostrano la performance migliore nel lungo periodo (+16,6% dal 2015). I quadri crescono in modo più contenuto, mentre i dirigenti vedono una sostanziale stagnazione della componente fissa, compensata solo in parte dall’incremento della retribuzione variabile.

A livello complessivo, la RAL media si attesta a 32.991 euro, ma la distribuzione resta fortemente concentrata nelle fasce medio-basse. La media per i dirigenti è di 106.556 euro (sostanzialmente invariata), la media dei quadri di 58.551 euro (+3,2%), gli impiegati si attestano in media a 34.635 euro (+3,8%), infine gli operai a 27.909 euro (+2,4%).

Il confronto internazionale rafforza il quadro critico. L’Italia si colloca al 23° posto su 34 Paesi OCSE per salario medio annuo e risulta tra le poche economie avanzate in cui i salari reali sono diminuiti nell’ultimo decennio (Irlanda -1%, Paesi Bassi -6%, Grecia -5% e Italia -4%). Nel medesimo frangente, invece, molti Paesi hanno registrato una crescita a doppia cifra (Ungheria, +35%, Repubblica Ceca, +15%, Portogallo, +13%, Polonia, +31%) La distanza rispetto a Paesi come Germania e Francia non deriva tanto da una crescita più rapida altrove, quanto dalla difficoltà del sistema italiano nel generare aumenti salariali.

Composizione delle retribuzioni e ruolo crescente di variabile e welfare
Oltre al livello delle retribuzioni, un elemento chiave riguarda la loro composizione. Il modello italiano resta infatti fortemente sbilanciato sulla componente fissa, mentre la parte variabile e i benefit continuano a essere poco diffusi.
Solo il 37,4% dei lavoratori percepisce una quota variabile della retribuzione, con un’incidenza media pari all’8,1% della RAL. Un dato in aumento di poco più di tre punti percentuali rispetto al 2024, con forti differenze di inquadramento. A percepire la retribuzione variabile, infatti sono soprattutto i dirigenti (67%) e i quadri (70%), mentre la quota di percettori tra gli operai si ferma al 30%.

Anche il welfare aziendale mostra segnali di espansione, ma con forti disuguaglianze. Circa il 40% dei lavoratori ha accesso a strumenti di welfare, con un valore medio annuo di 794 euro. Tuttavia, la distribuzione è fortemente concentrata nelle fasce più alte: l’81% dei dirigenti beneficia di questi strumenti, contro appena il 27% degli operai.

Negli ultimi anni sono cresciuti soprattutto i benefit legati alla sanità integrativa, alla previdenza e alle coperture assicurative, mentre i fringe benefit tradizionali mostrano una stabilità.
Inoltre la questione salariale italiana non riguarda solo il livello medio delle retribuzioni, ma anche la loro distribuzione. Il mercato del lavoro si caratterizza infatti per una forte concentrazione nelle fasce medio-basse e per divari significativi tra le diverse categorie.
Il dato secondo cui il 75% dei lavoratori guadagna meno di 35.000 euro lordi annui evidenzia una struttura retributiva compressa, con una limitata presenza di salari medio-alti. Allo stesso tempo, la distanza tra i livelli estremi resta elevata, basti pensare che un CEO può guadagnare quasi nove volte un operaio.
Nonostante questo, il sistema italiano presenta una distribuzione relativamente meno diseguale rispetto ad altri Paesi, grazie alla diffusione della contrattazione collettiva. La percentuale di salari molto bassi è infatti tra le più contenute in Europa.
Profilo dei lavoratori: genere, età e istruzione ridisegnano le retribuzioni
Le differenze salariali in Italia si articolano anche lungo le caratteristiche individuali dei lavoratori, delineando un sistema in cui genere, età e livello di istruzione incidono in modo significativo sulle opportunità economiche.
Il gender pay gap rappresenta uno degli indicatori più evidenti. Le donne percepiscono in media una retribuzione inferiore dell’8,5% rispetto agli uomini, un divario che aumenta al 10% considerando la retribuzione globale.

Questo dato riflette non solo differenze salariali dirette, ma anche una minore presenza femminile nelle posizioni apicali e una maggiore concentrazione in settori a bassa remunerazione. In questo scenario si inserisce la Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva, che obbligherà le aziende a rendere più chiari i criteri salariali e a intervenire sui gap ingiustificati.

L’età anagrafica è un altro fattore determinante. Il differenziale retributivo tra lavoratori in ingresso e in uscita dal mercato del lavoro è pari al 32,4%.

La crescita salariale è più rapida nelle prime fasi della carriera, con un rallentamento progressivo dopo i 45 anni. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, i lavoratori under 35 hanno registrato una dinamica retributiva più favorevole rispetto alle altre fasce, segno di una maggiore domanda per profili giovani e qualificati.
Infine il livello di istruzione resta uno dei principali driver di differenziazione salariale. Un laureato guadagna mediamente il 36,7% in più rispetto a un non laureato.

Passando alle variazioni rispetto all’ultimo anno, le RAL dei non laureati sono aumentate mediamente più di quelle dei laureati: 3,1% contro 1,6%, in continuità con il 2024; questo risultato è deducibile dall’andamento del mercato generale, in cui la componente operaia nel 2024, composta quasi esclusivamente da figure non laureate, e quella impiegatizia nel 2025, composta in prevalenza da profili non laureati, ha visto aumentare con maggiore impatto le proprie retribuzioni rispetto alle altre qualifiche contrattuali.

Questi elementi contribuiscono a ridefinire la geografia sociale del lavoro in Italia. La combinazione tra istruzione, esperienza e genere determina percorsi retributivi molto diversi, con implicazioni rilevanti in termini di mobilità sociale e inclusione.
I servizi finanziari sono il settore più pagato
Il settore dei servizi finanziari si conferma il settore storicamente caratterizzato dalle retribuzioni medie più elevate, con una RAL media di 46.697 euro; al contrario, l’agricoltura presenta il salario medio più contenuto, con 26.640 euro.
Rispetto alla media nazionale, al di sopra della media oltre ai servizi finanziari troviamo i settori industriali e le utilities, con una RAL media superiore ai 34mila euro, mentre al di sotto, insieme all’agricoltura, troviamo il mercato legato ai servizi e al commercio (meno di 31mila euro), cui si aggiunge il settore edilizio, sotto i 30mila euro.

Ovviamente ad aumentare la differenza tra i settori vi è soprattutto la composizione della forza lavoro per livello di inquadramento. Quanto maggiore è la presenza di lavoratori con qualifiche contrattuali basse, tanto più contenuto è il livello medio delle retribuzioni nel settore. Non è un caso dunque che i due comparti agli estremi della classifica riflettono proprio questa dinamica: da un lato l’Agricoltura, caratterizzata da una forte presenza di operai, dall’altro i Servizi Finanziari, dove la concentrazione di figure dirigenziali e di quadro arriva al 30%.

Geografia dei salari: Nord avanti, Sud in recupero ma il gap resta
Il divario territoriale continua a essere uno dei tratti distintivi del mercato del lavoro italiano. La differenza tra le retribuzioni medie del Nord e quelle del Sud si attesta intorno ai 4.400 euro annui, con uno scarto percentuale di circa il 15%. Tra Nord e Centro, invece, il differenziale è pari a circa 1.400 euro di RAL.

Le regioni settentrionali concentrano le retribuzioni più elevate, trainate da una maggiore presenza di grandi imprese, settori ad alto valore aggiunto e connessioni con i mercati internazionali. Lombardia, Lazio e Liguria si confermano ai vertici della classifica, mentre Basilicata, Calabria e Molise occupano le posizioni più basse.

È importante sottolineare che la Lombardia non è solo la regione che ottiene guadagni più di altri (35.317 euro in media), ma ha anche guidato la crescita retributiva del Nord Italia e dell’intero Paese, per la prima volta dopo molti anni, con un aumento medio delle RAL del 4,5%: questo fenomeno è in controtendenza rispetto all’ultimo decennio, in cui la regione lombarda è stata la più deficitaria in termini di crescita retributiva.

Tornando a una visione macro del sistema Paese, negli ultimi anni si osserva un fenomeno di progressiva convergenza. Le regioni meridionali stanno infatti beneficiando di un effetto di recupero, sostenuto da una maggiore dinamica occupazionale e dalla diffusione di nuove attività economiche. Questo “catching up” non è però sufficiente a colmare il divario strutturale.
Diverse sono le motivazioni di queste differenze territoriali. Prima fra tutte il fatto che i settori più remunerativi, come i servizi finanziari, sono concentrati nelle aree più sviluppate, mentre nel Mezzogiorno prevalgono attività a minor valore aggiunto.
Segue poi la dimensione aziendale che incide in modo significativo. Le imprese più grandi e con una maggiore esposizione internazionale offrono salari più elevati, mentre le piccole realtà, più diffuse nel Sud, presentano livelli retributivi inferiori.
Il tema territoriale si intreccia quindi con quello della competitività e della coesione sociale. Ridurre il divario Nord-Sud non significa solo aumentare i salari nelle regioni meno sviluppate, ma anche rafforzare il tessuto produttivo e migliorare la qualità del lavoro.
