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Quando i diritti umani spariscono dai rating ESG: il caso Gaza

La fiducia nei rating ESG è un pilastro fondamentale per orientare le scelte degli investitori, tuttavia recenti rivelazioni gettano un’ombra sull’affidabilità di queste valutazioni, soprattutto quando si tratta di diritti umani in aree di conflitto. Un’inchiesta, condotta da Follow The Money e rilanciata in Italia da Il Sole 24 Ore e IrpiMedia, ha portato alla luce modifiche significative nei criteri ESG adottati da due colossi del settore: MSCI e Morningstar Sustainalytics.

Secondo i documenti, MSCI avrebbe rimosso dalla propria analisi gli impatti negativi in materia di diritti umani legati all’occupazione israeliana nei territori palestinesi. Parallelamente, Morningstar avrebbe escluso del tutto l’area del conflitto israelo-palestinese dalle sue valutazioni sociali. Le modifiche, motivate da pressioni politiche e lobbistiche, hanno generato un’impennata nei rating ESG di aziende precedentemente sotto osservazione per il loro coinvolgimento in attività controverse.

Un esempio emblematico è quello di Caterpillar, storicamente nel mirino per la vendita di bulldozer all’esercito israeliano, utilizzati nelle demolizioni di abitazioni palestinesi. Fino al 2023, MSCI attribuiva all’azienda un punteggio basso nella componente “diritti umani”. Ma a partire dall’agosto 2024, il report ha omesso qualsiasi riferimento al contesto di Gaza, assegnando un rating ESG massimo pari a 10 su 10.

Simile il caso di Motorola, fornitrice di tecnologie per il monitoraggio nelle colonie israeliane. In passato segnalata per “controversie severe”, l’azienda ha visto il suo rating salire da “A” a “AA”.

Interpellata dal consorzio giornalistico, MSCI ha negato cambiamenti metodologici, sostenendo che le controversie non aggiornate vengono archiviate. Tuttavia, la mancanza di trasparenza sulle più recenti violazioni solleva dubbi legittimi.

Diverso l’approccio di Morningstar, che ha ammesso apertamente l’influenza di pressioni esterne, in particolare da parte di JLens, gruppo finanziario vicino a posizioni filoisraeliane che mira a eliminare qualsiasi “pregiudizio anti-israeliano” nei report ESG. Morningstar ha quindi dapprima modificato il linguaggio, eliminando espressioni come “territori occupati” mentre a fine 2024 ha dichiarato di escludere l’area del conflitto dalle analisi ESG per la difficoltà di formulare valutazioni “oggettive e coerenti”.

Le implicazioni di queste scelte sono profonde. In un mercato in cui i fondi ESG valgono oltre 2.800 miliardi di euro – l’84% dei quali in Europa – la credibilità delle metriche è essenziale. Eppure, MSCI e Morningstar, che insieme coprono l’80% dei dati ESG a livello globale, sembrano ora vacillare proprio sul fronte della coerenza. L’assenza di commenti ufficiali da parte di Morningstar non fa che alimentare ulteriori interrogativi. Il rischio è che il marchio “ESG” venga svuotato di significato proprio mentre cresce la domanda di investimenti etici e responsabili.

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