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Per la transizione servono competenze STEM, ma l’Europa rischia di non averle

In Europa solo il 26,5% degli studenti sceglie percorsi STEM e oltre metà delle aziende fatica a reperire profili qualificati.

La transizione digitale ed ecologica corre, il mercato chiede competenze tecniche più di quanto riesca a trovarle e le aziende europee inciampano in un paradosso già noto alle istituzioni e ai player finanziari: mancano professionisti STEM, soprattutto donne con percorsi tecnico-scientifici, proprio nei settori che guidano innovazione, AI, sostenibilità e competitività globale. A dirlo è il nuovo European STEM Observatory 2024-2025, lo studio realizzato da Fondazione Deloitte e dal Public Policy Program di Deloitte, basato su dati Eurostat, Cedefop, OCSE e su oltre 11.000 interviste in dieci Paesi europei. Il report, infatti, fotografa una situazione ferma da oltre dieci anni: in Europa solo il 26,5% degli studenti universitari sceglie facoltà STEM, un dato quasi identico alla rilevazione precedente (26,6%), segno di un immobilismo culturale e formativo che contrasta con le numerose richieste di mercato.

La questione di genere, pur non essendo l’unico focus, si conferma una variabile determinante anche in ottica CSRD, DEI e governance ESG. La carenza di donne in ICT e Ingegneria è infatti più marcata proprio nei segmenti strategici per l’industria 5.0. Nel frattempo, le imprese europee segnalano un fabbisogno crescente di figure tecniche, tanto che più della metà delle aziende non trova i profili necessari, con impatti evidenti sulla produttività e sulla competitività internazionale.

In Europa solo uno studente su quattro sceglie le STEM. E nel digitale le donne sono appena il 20,6%

Lo studio evidenzia come pur rappresentando il 55,1% degli studenti universitari, le donne iscritte a percorsi STEM siano appena il 32,2%, un valore cresciuto di soli 0,3 punti percentuali in un decennio. Un dato stagnante, preoccupante soprattutto nei corsi con maggiore impatto sull’innovazione.

In Ingegneria le donne sono il 27,5%, mentre nel settore ICT, la disciplina con la domanda più alta e la remunerazione più competitiva, scendono addirittura al 20,6%. Scienze naturali, Matematica e Statistica è l’unico ambito in cui si è raggiunta la parità di genere con un 50,6% di iscritte.

Un gap che non è certo dato dalla mancanza di capacità dato che, quando presenti, le studentesse si laureano con performance migliori dei colleghi in tutti i cluster STEM, inclusa l’informatica. Tuttavia il problema si manifesta a monte, nella scelta del percorso, fortemente influenzata dal contesto familiare (51%), culturale e motivazionale. Sei giovani non-STEM su dieci avrebbero preso in considerazione un corso tecnico-scientifico ma rinunciano perché ritenuto troppo difficile o non adatto alle proprie inclinazioni. Una percezione che pesa soprattutto sulle ragazze, più esposte a stereotipi, bias e discriminazioni. Nello specifico oltre sette su dieci tra studentesse e giovani lavoratrici STEM dichiarano di aver assistito a episodi discriminatori e il 48% delle studentesse afferma di averli subiti in prima persona.

Il risultato finale è un bacino ridotto di talenti in ingresso, con una pipeline che si assottiglia esattamente dove servirebbe ampliarla. Se consideriamo che solo uno studente su cinque sceglie l’ICT, la frattura tra domanda e offerta appare evidente. Il dato si traduce direttamente in un evidente disallineamento con oltre il 55% delle imprese che fatica a trovare profili STEM qualificati, criticità che sale al 63% nell’ingegneria.

Dal percorso di studi al lavoro: dove si blocca il talento STEM europeo

Il problema non riguarda solo la formazione. Il report mostra che anche chi avvia percorsi STEM spesso incontra barriere nell’ingresso nel mondo del lavoro, tra cui scarsa offerta di posizioni formative, difficoltà di work-life balance e selezioni altamente competitive. A ciò si aggiunge un elemento strutturale: molti laureati STEM dichiarano che le competenze acquisite non sono pienamente allineate con le richieste tecniche reali delle imprese, confermando una distanza ancora significativa tra percorsi accademici e esigenze produttive.

Nonostante questo, i profili tecnico-scientifici sono quelli che mostrano i più alti indicatori di adattabilità. Gli studenti STEM riportano livelli di soddisfazione formativa superiori rispetto ai non-STEM e una volta inseriti nel mercato, quasi nove su dieci dichiarano di essere soddisfatti del proprio lavoro, con una propensione alla crescita professionale più alta della media europea.

Fonte: European STEM Observatory 2024-2025, Fondazione Deloitte

I lavoratori STEM sono anche quelli più dinamici, più propensi alla mobilità internazionale e più orientati alla formazione continua, con oltre il 63% che continua a investire in upskilling anche dopo l’ingresso nel mercato del lavoro. Questa disponibilità al continuo aggiornamento è fondamentale in un mondo in cui si prevede che nei prossimi 5 anni cambierà il 22% delle professioni esistenti.

Fonte: European STEM Observatory 2024-2025, Fondazione Deloitte

Un altro problema è che, anche una volta trovati i talenti, non sempre le imprese riescono a trattenerli. Quasi un’azienda su tre lamenta la concorrenza internazionale come fattore che rende difficile mantenere personale qualificato. Da qui un doppio rischio: perdita di competenze verso altri Paesi e rallentamento dell’innovazione interna.

Per cercare di risolvere la situazione, le imprese dichiarano di voler aumentare salari per renderli più competitivi, rafforzare percorsi di carriera, collaborare con università e investire in formazione. Allo stesso tempo chiedono supporto pubblico, finanziamenti e politiche strutturali su formazione, mobilità internazionale e raccordo tra accademia e aziende.

“I risultati dell’Osservatorio STEM confermano che le competenze scientifiche e tecnologiche non sono semplicemente un requisito del mercato del lavoro, ma il fondamento dell’autonomia strategica e della capacità di innovare dell’Europa”, ha evidenziato il Presidente di Fondazione Deloitte Guido Borsani, presentando lo studio. “Va costruito un ecosistema capace di attrarre, trattenere e far crescere i talenti. È prioritario in particolare rimuovere barriere culturali, rendere l’orientamento un investimento strutturale, sostenere la mobilità e affrontare con decisione il divario di genere che ancora ostacola troppe giovani europee”, ha rimarcato.