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Hope: il PNRR deve essere sostenuto dai capitali privati

Il PNRR offre un’ottima opportunità per generare esternalità positive e quindi per spingere su una riconfigurazione sostenibile della società e del nostro Paese, ma deve essere sostenuta da investimenti nei private markets. È quanto emerge dalla conferenza organizzata da Hope Sicaf alla Luiss, “Il PNRR e il ruolo degli investitori privati per la trasformazione del Paese verso la Sostenibilità”.

Oggi non è più possibile pensare alla ricchezza solo in termini finanziari. Le sfide del nuovo millennio ci pongono davanti l’evidenza che la massimizzazione esclusiva della ricchezza finanziaria ha creato alcune insostenibilità, economiche, sociali ed ambientali che tendono a riflettersi in un debito sociale, finanziario ed ecologico per le generazioni attuali e future.

Per affrontare le sfide di sostenibilità che abbiamo davanti è importante coinvolgere i capitali privati. In particolare, è importante investire in aziende, progetti e asset reali che non sono ancora quotati e che rappresentano ad oggi circa il 95% della ricchezza economica italiana.

Secondo quanto sostenuto da Claudio Scardovì, fondatore e AD di Hope, possiamo fare molto meglio rispetto a quello che stiamo facendo. L’esposizione sull’equity in Italia è decrementata nel tempo in modo significativo e, soprattutto, la quota di private equity rispetto al PIL è più bassa rispetto alla media europea.

Fonte: Presentazione Claudio Scardovì, Hope, 2022

Questa è un’opportunità per aumentare la ricchezza del nostro Paese perseguendo anche potenzialmente benefici di carattere sociale e ambientale, se gli investimenti sono realizzati posizionandosi su una strada di sostenibilità più eterogenea, inclusiva e totale rispetto a una mera ottimizzazione economico-finanziaria.

Pertanto, i private market rappresentano un’opportunità per indirizzare creazione di valore. La sfida è quella di superare la diffidenza degli investitori istituzionali che sono frenati dalla rischiosità del private equity, troppo illiquido, e al contempo provare a convogliare anche l’alta quota di risparmio, pari a 4,8 triliardi di euro tra le più alte in europa, dei cittadini e delle famiglie italiane che potrebbero investire anche solo una piccola parte in attività reali a difesa inflativa e collegate alla competitività e al benessere del proprio territorio contribuendo a far tornare i capitali, ora investiti all’estero, in Italia.

Secondo uno studio dello stesso Scardovì, che ha comparato fondi di private equity con quelli real estate, il rendimento medio annuo dell’ultimo ciclo è stato più elevato per chi ha investito in private market e il VaR, la volatilità, calcolato con un livello di confidenza piuttosto elevato al 97,5% è stato inferiore. Questo rispetto a un mercato stabile a prezzi correnti in un contesto di scenari inflattivi.

Fonte: Presentazione Claudio Scardovì, Hope, 2022

Qual è l’esigenza per l’Italia?

In Italia abbiamo una grande ricchezza economica che, secondo le stime di Hope, si attesta a circa 13 trilioni di valori economici. Il debito pubblico italiano è dunque gestibile a fronte di questa grande ricchezza e l’universo investibile per investitori istituzionali o privati è proprio legata a questi 13 trilioni (di cui 900 miliardi degli istituzionali privati quindi casse, fondi e fondazioni, compagnie assicurative e 4,8 trilioni di risorse finanziarie private) che sono molto di più degli attuali 600 miliardi circa di capitalizzazione delle imprese industriali quotate oggi su borsa italiana.

Fonte: Presentazione Claudio Scardovì, Hope, 2022

Negli ultimi anni, chiaramente, sono stati numerosi gli impatti sugli equity. Tutti i settori sono stati impattati dai cosiddetti “cigni neri” (non ultimo il Covid) che hanno contribuito ad allargare l’equity gap il quale, facendo riferimento solo al mondo impresa, si attestava, secondo uno studio della Banca d’Italia, intorno ai 500 miliardi e che ora, secondo stime HOPE, è intorno ai 600 miliardi.

Fonte: Presentazione Claudio Scardovì, Hope, 2022

Ipotizzando l’inclusione anche del mondo real estate e infrastrutture si arriva poi a circa un trilione di equity gap che è quell’ammontare che servirebbe a riportare il paese a una competitività paragonata ad altri paesi europei e che permetterebbe di aumentare quella produttività che, se supera il costo del capitale, aiuta a recuperare il debito pubblico, stabilizzare l’inflazione e creare ricchezza economica (che deve essere perseguita avendo bene a mente anche il bilanciamento di obiettivi sociali e ecologici).

Ma dove occorrerebbe investire per ottimizzare non solo il tasso di rendimento ma anche la sostenibilità totale del paese?

Fonte: Presentazione Claudio Scardovì, Hope, 2022

Secondo l’analisi presentata da Scordovì i settori su cui si gioca la partita del PNRR sono quello dell’automotive e dell’industria pesante, del turismo e dell’agri-food. Nel grafico infatti sulle ordinate è mostrata una proxy della sostenibilità economica vista come equity gap ex Covid sul PIL  e sulle ascisse una proxy della sostenibilità sociale vista come equity gap ex Covid su numero di dipendenti.

I settori sono poi dimensionati in base al contributo in termini di emissioni di CO2: quindi a bolle più grandi corrisponde un settore più emissivo che può essere letto in negativo in termini di impatto ambientale ed esternalità negativa ma in positivo se si pensa che chi investe in private market e pone all’azienda su cui investe un obiettivo di riconversione può contribuire di più agli obiettivi di decarbonizzazione. È infatti più facile investire in una azienda che è già net zero, mentre è più difficile, ma apporta maggiore valore aggiunto, investire in un’azienda che produce molta CO2 ma ha ampio margine di recupero.

Mappando dunque le tre dimensioni economica, sociale e ambientale risulta che sono nei settori dell’automotive e dell’industria pesante , del turismo e dell’agri-food le grandi partite che devono essere giocate grazie al contributo del PNRR ma che non possono essere vinte soltanto con il contributo del PNRR.

Il PNRR e la sfida dei privati

L’opportunità offerta dal PNRR è quella di avere un bacino di fondi pubblici per generare esternalità positive, dunque contributi statali finanziati da debito che creano esternalità positive e che devono essere sfruttati. Vi sono però due rischi: il primo è che alcuni di questi investimenti vengano sprecati, impiegati nei settori sbagliati; il rischio è dunque quello di un’allocazione non ottimale delle risorse che non contribuisca realmente alla produzione delle esternalità positive auspicate. Il secondo è che tali fondi pubblici possano generare debito e quindi un’ulteriore inflazione che riduce il potere d’acquisto e, collegato a questo, il fatto che a un certo punto si possa genere disinteresse nella reale buona riuscita degli investimenti proprio perché effettuati con denaro pubblico che va a investire in opere pubbliche, sicuramente importanti, ma non necessariamente collegati al payoff individuale.

Da qui la necessità di affiancare il PNRR con un intervento di capitali privati istituzionali e retail che coinvolgano i cittadini e li rendano parte dell’equazione, convogliando le risorse economiche lì dove questi vogliono vedere i benefici come contribuenti, lavoratori e consumatori. Investendo in private market dunque gli italiani possono contribuire alla ripresa del paese favorendo investimenti nel lungo periodo i quali avendo come riferimento obiettivi di sostenibilità permettono di recuperare quel patto generazionale, di lasciare un mondo sostenibile e abitabile ai posteri, che è venuto meno negli anni passati.

Come sottolineato dai panelist delle tavole rotonde, (Francesco Di Ciommo, Prorettore Luiss e Presidente Previndai, Nunzio Luciano, Presidente EMAPI, Alberto Oliveti, Presidente ENDAPP ed ENPAM, Francesco Profumo, Presidente ACRI e Presidente Fondazione Compagnia San Paolo, Anna Gervasoni, Direttore Generale AIFI e Professore Ordinario Università Cattaneo – LIUC, Giovanna Beatrice Maria Boggio Robutti , Direttore Generale della Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio, Cinzia Tagliabue, Vicepresidente Assogestioni e CEO Amundi SGR, Angelo Doni, Co-Direttore Generale ANIA) per raggiungere tale obiettivo c’è bisogno di premere l’acceleratore su una trasformazione culturale per scardinare false convinzioni e investire nell’educazione finanziaria.

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