La Commissione IX del Senato ha dato il via libera al primo pacchetto di misure per il settore moda nell’ambito del Disegno di legge annuale sulle piccole e medie imprese. Gli emendamenti, presentati in collaborazione con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, istituiscono un sistema di certificazione della filiera produttiva per garantire legalità, tracciabilità e correttezza in materia di lavoro e legislazione sociale lungo tutta la catena produttiva.
In base alle nuove disposizioni approvate, le imprese capofila del settore moda che otterranno la certificazione unica di conformità potranno beneficiare delle esenzioni di responsabilità previste dagli articoli 6 e 7 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231. Ciò sarà possibile qualora, prima della commissione del reato, l’impresa abbia adottato e attuato in modo efficace un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati dello stesso tipo, oppure abbia affidato il compito di vigilare sul funzionamento e sull’aggiornamento del modello a un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo.
Nel dettaglio, il pacchetto di emendamenti introduce un sistema volontario di certificazione della filiera, gestito da soggetti abilitati alla revisione legale. Tali soggetti verificheranno la regolarità contributiva, fiscale e giuslavoristica delle imprese lungo l’intero processo produttivo — dalla capofila fino ai subfornitori — e accerteranno l’assenza di condanne o sanzioni a carico di titolari e amministratori in materia di lavoro e sicurezza.
Un elemento di novità è rappresentato dall’obbligo di inserire nei contratti di filiera clausole che garantiscano il rispetto della normativa anche da parte dei subfornitori. Le imprese capofila, al momento della stipula dei contratti, dovranno acquisire la documentazione attestante la regolarità contributiva e fiscale, assicurando così trasparenza lungo tutta la catena produttiva.
Per ottenere la certificazione, le imprese dovranno adottare un modello organizzativo conforme al D.Lgs. 231/2001, finalizzato alla prevenzione dei reati legati allo sfruttamento del lavoro.
La certificazione avrà validità annuale e potrà essere rinnovata previa verifica da parte dei soggetti accreditati, anche attraverso audit presso i siti produttivi.
Le imprese certificate potranno inoltre utilizzare, nelle proprie attività promozionali, la dicitura “Filiera della moda certificata”.
Infine, presso il Mimit sarà istituito un registro pubblico delle certificazioni. Le imprese certificate potranno utilizzare la dicitura “Filiera della moda certificata” nelle attività promozionali; l’uso improprio sarà sanzionato dall’AGCM-Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con multe da 10.000 a 50.000 euro.
“La reputazione dei nostri brand è oggi sotto attacco, in Italia come all’estero. Siamo in campo con misure concrete per difendere con fermezza la moda italiana, per proteggerne la reputazione e i valori che l’hanno resa sinonimo di bellezza, qualità e autenticità: il Made in Italy che il mondo ammira e che abbiamo il dovere di tutelare e rendere ancora più forte anche sul piano della legalità ”, ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.
Dura la nota dei sindacati. “È gravissimo il colpo di spugna che, su pressione del Governo, la Commissione Industria del Senato ha inferto l’altro giorno alla lotta contro lo sfruttamento e il caporalato nel settore della moda, di fatto deresponsabilizzando l’impresa committente in caso di lavoro nero negli appalti e nelle forniture”, ha dichiarato Alessandro Genovesi, responsabile contrattazione inclusiva, appalti, lotta al lavoro nero della Cgil Nazionale. “Mentre il sindacato, unitariamente, chiede”, ha aggiunto Genovesi, “di introdurre criteri di verifica sul corretto rapporto tra quantità prodotta e numero minimo di lavoratori, sulla corretta applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro, sulla limitazione dei livelli di subappalto e subfornitura, e su una maggiore responsabilità della committenza, il Governo e il partito della premier fanno l’esatto contrario: riducono le tutele, abbassano la responsabilità dei committenti, cioè di chi vende a centinaia di euro prodotti pagati pochi euro a lavoratrici e lavoratori in nero”.
