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Cambiamento climatico

Super El Niño: dai prezzi del cibo ai rischi assicurativi, ecco perché preoccupa l’economia

Il possibile ritorno di un “super El Niño” riporta al centro dell’attenzione uno dei fenomeni climatici più influenti a livello globale. Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) statunitense, esiste una probabilità dell’81% che l’attuale episodio raggiunga un’intensità molto elevata tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, entrando tra gli eventi più forti osservati dagli anni Cinquanta.

Pur essendo un fenomeno naturale che si manifesta mediamente ogni due-sette anni attraverso un anomalo riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico equatoriale, gli effetti di El Niño si propagano ben oltre l’oceano, modificando i regimi delle precipitazioni, le temperature e la frequenza degli eventi estremi in numerose regioni del pianeta. In un contesto già segnato dal cambiamento climatico, le conseguenze economiche rischiano di essere particolarmente rilevanti.

Dall’agricoltura all’inflazione

Uno degli impatti più immediati riguarda la produzione alimentare. Siccità prolungate in alcune aree dell’Asia e precipitazioni eccezionali in parti del Sud America potrebbero compromettere i raccolti, ridurre l’offerta di materie prime agricole e aumentare la volatilità dei prezzi alimentari.

Secondo un’analisi di JPMorgan, un super El Niño potrebbe aumentare l’inflazione alimentare globale di circa 0,7 punti percentuali nel momento di massimo impatto. Se combinato con il rialzo dei prezzi dell’energia, il fenomeno potrebbe rallentare il processo di discesa dell’inflazione mondiale nel 2027, aggiungendo circa 0,3 punti percentuali all’indice generale dei prezzi.

L’impatto sarebbe particolarmente significativo nelle economie emergenti, dove il cibo rappresenta una quota più elevata della spesa delle famiglie e il settore agricolo pesa maggiormente sull’economia.

India, Africa e America Latina tra le aree più esposte

Tra i Paesi considerati più vulnerabili figurano India, Indonesia, Colombia e Brasile. In India, dove la stagione di monsoni determina circa il 70% delle precipitazioni annuali, un indebolimento delle piogge potrebbe compromettere la produzione di riso e zucchero, con ripercussioni sia sul mercato interno sia sugli scambi internazionali.

In America Latina, invece, Colombia e Perù potrebbero subire effetti sia sull’agricoltura sia sulla produzione di energia idroelettrica, mentre il Brasile potrebbe beneficiare di precipitazioni più abbondanti in alcune aree agricole.

Le prospettive sono particolarmente critiche per l’Africa. Secondo la Banca africana di sviluppo (AfDB), un evento di forte intensità potrebbe ridurre il PIL dei Paesi maggiormente colpiti dell’1-2%, con perdite economiche comprese tra 10 e 20 miliardi di dollari. Oltre ai danni per agricoltura, pesca e sicurezza alimentare, la banca teme un aumento delle migrazioni forzate e una crescente pressione sui bilanci pubblici, chiamati a finanziare interventi di emergenza e ricostruzione.

Gli assicuratori cambiano approccio e El Niño non è più una buona notizia

Le implicazioni riguardano anche il settore assicurativo. Tradizionalmente El Niño è stato associato a una riduzione del numero di uragani nell’Atlantico, grazie a condizioni atmosferiche che ne ostacolano la formazione.

Negli ultimi decenni però la crescita della popolazione e degli insediamenti lungo le coste statunitensi ha aumentato in modo significativo il valore economico esposto agli eventi estremi. Per questo motivo gli assicuratori stanno spostando l’attenzione dal numero di uragani alla loro intensità e, soprattutto, al luogo in cui approdano.

Un’unica tempesta che colpisca aree metropolitane ad alta concentrazione di valore, come Miami, Tampa o Houston, potrebbe infatti generare perdite assicurate superiori ai 100 miliardi di dollari, anche in una stagione con un numero di uragani inferiore alla media.

Un rischio sempre più difficile da modellizzare

Per il settore assicurativo il cambiamento climatico sta inoltre rendendo più complessa la valutazione del rischio. Oltre agli uragani, aumentano infatti incendi, alluvioni, siccità e altri eventi estremi che modificano rapidamente gli scenari storici utilizzati dai modelli previsionali.

Per questo le compagnie stanno investendo in modelli di rischio sempre più sofisticati, capaci di integrare segnali climatici stagionali, dati meteorologici ad alta risoluzione, informazioni sull’esposizione dei singoli immobili e strumenti di intelligenza artificiale per stimare con maggiore precisione le potenziali perdite economiche.

Adattamento e resilienza diventano centrali

Il possibile ritorno di un super El Niño evidenzia come i fenomeni climatici non rappresentino più soltanto una questione ambientale, ma un fattore capace di incidere sulla stabilità economica, sui mercati finanziari e sulle politiche monetarie.

Per governi, imprese e investitori, la sfida non consiste soltanto nel gestire gli impatti immediati degli eventi estremi, ma nel rafforzare gli investimenti in adattamento e resilienza. Secondo la Banca africana di sviluppo, le risorse destinate all’adattamento climatico dovranno aumentare significativamente per evitare che gli shock climatici si traducano in una perdita permanente di crescita economica e in un ampliamento delle disuguaglianze.

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