Senza le materie prime critiche non si può realizzare la transizione ecologica in nessuna parte del mondo, neanche in Italia. Il fabbisogno italiano di tali materie aumenterà entro il 2040 dalle 5 alle 11 volte. Il leader mondiale nel settore è la Cina, che negli ultimi 30 anni ha investito 90 miliardi di euro per attivare i processi di estrazione, raffinazione e commercializzazione e che copre il 56% del fabbisogno di Italia ed Europa di materie prime critiche. Questa dipendenza rende l’Italia e gli altri Paesi dell’UE estremamente vulnerabili. È da questa consapevolezza che è nato lo studio promosso da Iren e realizzato da The European House – Ambrosetti, “Materie prime critiche e produzioni industriali italiane – Le opportunità derivanti dall’economia circolare”, con l’obiettivo di identificare la centralità delle materie prime critiche per le produzioni industriali europee, mettendo in luce le potenziali criticità legate alla concentrazione delle forniture, e di quantificare il fabbisogno attuale e prospettico per l’Italia identificando le opportunità derivanti dall’economia circolare.
“Ad oggi abbiamo investito come Europa quasi 300 miliardi di euro per la transizione, utilizzando materiali critici provenienti dalla Cina. Se continua questa dipendenza senza Pechino l’UE non potrà attuare la transizione”, afferma Luca Dal Fabbro, presidente di Iren. “I risultati della ricerca”, prosegue Dal Fabbro, “dimostrano come l’incremento della dotazione impiantistica in termini di recupero e riciclo delle materie prime critiche sia l’azione più urgente da intraprendere a beneficio della sicurezza del sistema economico italiano. Al 2040 l’economia circolare potrà soddisfare fino al 32% del fabbisogno annuo di materie prime strategiche in Italia. Iren eserciterà un ruolo da protagonista in questo ambito, forte di un piano industriale che prevede al 2030 10,5 miliardi di euro di investimenti con l’obiettivo di diventare il player di riferimento per l’economia circolare nel Paese”.
Sul riciclo, infatti, l’Italia è leader in Europa. Ed è proprio partendo da questa forza che il Paese deve sfruttare il potenziale delle materie prime critiche. La centralità dell’economia circolare in questo settore è stata messa in luce anche dal “Critical Raw Materials Act” della Commissione UE pubblicato nel marzo 2023. Nel documento, l’UE ha individuato 34 materie prime critiche per l’industria Europea, 20 in più rispetto alla rilevazione effettuata nel 2011. La Commissione ha stabilito anche che entro il 2030, estrazione, raffinazione e riciclo debbano soddisfare, rispettivamente, almeno il 10%, 40% e 15% del fabbisogno europeo di materie prime critiche, con l’obiettivo di rendere le filiere industriali più resilienti e meno dipendenti da Paesi terzi. Inoltre, al massimo il 65% delle materie prime critiche consumate potranno essere importate da un singolo Paese.
La dipendenza dalla Cina, infatti, sottolinea Valerio De Molli, Managing Partner e amministratore delegato di The European House – Ambrosetti, ci rende estremamente vulnerabili. “Se la Cina interrompesse la fornitura di terre rare all’Europa, da qui al 2030 sarebbero a rischio 241 GW di eolico, il 47% del totale, e 33,8 milioni di veicoli elettrici, il 66% del totale, rendendo impossibile il raggiungimento degli obiettivi legati alle linee guida europee”, afferma De Molli.
Il posizionamento della Cina sulle materie prime critiche non si basa solamente sulla produzione domestica, ma anche sulla capacità di raffinazione. La Cina, infatti, raffina oltre il 90% della produzione mondiale di terre rare, di manganese e di germanio. Non solo: tra il 2005 e il 2021 la Cina ha indirizzato oltre 80 miliardi di euro di investimenti diretti esteri verso il settore estrattivo e della raffinazione. Si tratta di un valore pari a 2,3 volte gli investimenti pubblici europei in rinnovabili osservati nello stesso periodo di riferimento, sottolinea De Molli. I primi 3 Paesi in cui la Cina ha diretto gli investimenti sono Australia (26,6 miliardi di euro), Repubblica Democratica del Congo (13,7 miliardi di euro) e Perù (11,8 miliardi di euro).
Gli effetti di questa strategia sono visibili su materie prime critiche quali cobalto e litio, per cui la Cina detiene il 3% e l’11% della capacità mineraria globale, ma con quota che raggiunge rispettivamente il 25% e il 24% includendo le società a controllo cinese.
L’analisi di The European House – Ambrosetti analizza anche il concetto introdotto dalla Commissione UE di materie prime strategiche, ovvero le materie prime necessarie per produzioni industriali che ricadono in settori di utilizzo strategici identificati in: energie rinnovabili, mobilità elettrica, digitale, aerospazio e difesa. Basandosi su oltre 50 documenti di policy europei degli ultimi 5 anni, il centro di ricerca ha identificato le tecnologie sottostanti ai settori strategici (fotovoltaico, eolico, batterie, data storage e server, prodotti di elettronica, droni e satelliti), per poi individuare il fabbisogno italiano, attuale e prospettico, di materie prime strategiche.
“I risultati dell’analisi evidenziano come il fabbisogno odierno italiano di materie prime strategiche si attesti a circa 2.782 tonnellate nel 2020, con il rame che rappresenta il 44% del totale. Al 2040, inoltre, il fabbisogno è previsto crescere fino a 11 volte rispetto a tali volumi, nell’ipotesi di una specializzazione produttiva del Paese sugli ambiti dell’eolico e del fotovoltaico e di una espansionetecnologica coerente con i target energetici europei”, spiega De Molli.
In generale, alla luce del crescente fabbisogno di materie prime critiche strategiche, esistono dei vincoli da considerare per soddisfare tali fabbisogni. Infatti, da un lato, le materie prime critiche strategiche hanno pochi materiali sostituti, parte dei quali sono a loro volta critici e con soluzioni a minor maturità tecnologica che rendono difficile performance comparabili. Dall’altro lato, l’estrazione di materiali minerali metallici in Italia è oggi sostanzialmente nulla, con tempi autorizzativi per valorizzare un nuovo sito minerario che raggiungono in Europa 15/17 anni.
Ed è proprio sulle criticità amministrative e legate alle autorizzazioni che si focalizza l’intervento di Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy. “Nei prossimi mesi elaboreremo un piano nazionale sulle materie prime critiche italiane. Ma per renderlo operativo è necessario che la burocrazia e il processo di autorizzazione per gli impianti si snellisca. La questione delle autorizzazioni è decisamente critica, dato che la maggior parte delle materie prime critiche si trovano in giacimenti localizzati in aree protette in Liguria, Toscana, Sardegna, Campania e Alpi. Abbiamo chiesto alla Commissione europea di fornire informazioni più dettagliate su come spiegare ai cittadini che la transizione è una rivoluzione e porta con sé anche delle sfide”, afferma il ministro.
Conciliare la tutela ambientale con la necessità di sviluppare l’industria è fondamentale per Fiorenzo Fumanti, geologo dell’ISPRA. “Anche nel nostro giardino possiamo attuare l’attività estrattiva, ma docciamo farlo seguendo criteri di estrazione sostenibili definiti a livello europeo”, sostiene l’esperto.
L’economia circolare è quindi una leva ad alto potenziale, anche alla luce dei volumi crescenti di tecnologie low-carbon che raggiungeranno il fine vita: lo stock di prodotti riciclabili da qui al 2040 è previsto crescere di 13 volte. In questo contesto, il riciclopotrà soddisfare nel 2040 dal 20% al 32% del fabbisogno italiano annuo di materie prime strategiche, con il target del 15% fissato dalla Commissione Europea che può essere raggiunto già nel 2030. Tuttavia, per raggiungere tassi di riciclo significativi e potenziare l’autonomia strategica italiana è necessario un incremento della dotazione impiantistica: The European House – Ambrosetti ha stimato che in Italia saranno necessari 7 impianti per valorizzare i prodotti che contengono materie prime critiche, per un investimento complessivo di circa 336 milioni di euro. “Occorre una presa di coscienza del fatto che non c’è tempo. Dobbiamo giocare le nostre carte vincenti, nel caso dell’Italia il riciclo, che ha una base industriale solida ma che è poco supportata da azioni incisive e strategiche delle istituzioni. I rifiuti tecnologici sono importanti perché contengono molte materie prime critiche. Inoltre, sono in continua crescita. Quindi bisogna guardare a questi rifiuti come a un’opportunità. Oggi quante tonnellate otteniamo? Poche decine. Ce ne servirebbero almeno 2.000 secondo i dati dello studio di Ambrosetti”, spiega Danilo Bonato, direttore generale di Erion, società senza fini di lucro dedicata alla gestione dei rifiuti di pile e accumulatori. “Si spera che il Critical Raw Materials Act della Commissione UE sia un ottimo punto di partenza per essere più incisivi e concreti”, aggiunge Bonato.
In questo contesto, diventa quindi fondamentale il ruolo delle multiutility come Iren, grazie al forte presidio territoriale, l’elevata capacità di investimento e la presenza radicata in tutta la filiera energetica e dei rifiuti. Iren, infatti, attiva nei settori strategici dell’energia, dell’acqua, dell’ambiente e delle reti fornirà un contributo sostanziale al raggiungimento dei target richiesti dal Critical Raw Materials Act grazie alla gestione diretta di circa 60 impianti di trattamento dei rifiuti in Italia, fra i quali innovative linee di trattamento dei RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) per il recupero delle materie prime critiche contenute.
Nel piano industriale Iren al 2030, che prevede circa 10,5 miliardi di investimenti, l’80% dei quali dedicati alla crescita sostenibile, è previsto un ulteriore sviluppo impiantistico, fra cui la realizzazione del primo impianto italiano dedicato esclusivamente al recupero dei materiali preziosi e materie prime critiche, la cui costruzione partirà entro il 2023 in Valdarno.
