Dalla classificazione dei prodotti al coinvolgimento dei fornitori, fino al ruolo dell’intelligenza artificiale: Giuseppe Dimaria di osapiens illustra i principali aspetti operativi dell’EUDR ed i temi al centro del webinar del 9 settembre dedicato a come trasformare la compliance in un’opportunità di crescita e competitività.
In poco meno di due anni di attività sul mercato italiano, osapiens ha registrato una crescita importante, arrivando a circa 80 aziende clienti in Italia, tra cui anche grandi realtà industriali. Un percorso che testimonia il crescente interesse delle imprese verso soluzioni in grado di supportarle sui temi della sostenibilità, della compliance normativa e della trasparenza lungo tutta la catena di fornitura.
Tra le sfide più rilevanti per le aziende c’è sicuramente l’EUDR (European Union Deforestation Regulation), il regolamento europeo sulla deforestazione che, anche alla luce dei recenti cambiamenti, richiede alle imprese coinvolte di rivedere con attenzione processi di due diligence, tracciabilità e gestione delle informazioni lungo la filiera.
Per approfondire gli ultimi aggiornamenti normativi e le implicazioni operative per le imprese, osapiens terrà un webinar il 9 settembre dal titolo EUDR: dall’interpretazione legale all’applicazione pratica, un appuntamento dedicato alle aziende che vogliono comprendere come affrontare il percorso di adeguamento e trasformare un obbligo normativo in un’opportunità di maggiore controllo e trasparenza della filiera.
In vista del webinar abbiamo approfondito con Giuseppe Dimaria, Direttore Vendite Sud Europa di osapiens, quali sono i principali dubbi delle imprese, quali settori risultano maggiormente coinvolti e quale ruolo può avere la tecnologia nel rendere più semplice la raccolta dei dati, la gestione documentale e il controllo della conformità lungo tutta la supply chain.
L’EUDR viene spesso associato a settori come caffè, cacao e legno. Quali sono invece le aziende che dovranno prepararsi per l’EUDR e, magari, sottovalutano il loro coinvolgimento nel regolamento?
Sicuramente le aziende che operano nel mondo della soia e dell’olio di palma sono tra quelle che spesso sottovalutano maggiormente il proprio coinvolgimento. L’olio di palma, in particolare, viene associato principalmente al settore alimentare o ai biocarburanti, ma in realtà ha un ruolo molto importante anche in ambiti industriali meno immediati, come quello cosmetico e chimico, settori ampiamente rappresentati da aziende italiane. Dall’olio di palma viene infatti ricavato l’acido palmitico, un elemento utilizzato in moltissimi preparati dell’industria cosmetica e chimica. Per questo motivo numerose aziende del settore, che inizialmente non si consideravano direttamente coinvolte dall’EUDR, stanno iniziando a confrontarsi con il regolamento e con i nuovi obblighi di tracciabilità. È una tendenza che stiamo osservando direttamente anche nella nostra attività: se il caffè continua a rappresentare una delle filiere più importanti tra i nostri clienti in Italia, anche grazie alla tradizione che questo comparto ha nel nostro Paese, stiamo registrando una crescita significativa proprio nel settore chimico.
A contribuire a questo cambiamento ci sono anche i più recenti aggiornamenti della normativa, che hanno ampliato il perimetro di applicazione introducendo ulteriori prodotti riconducibili a filiere come soia, caffè e, appunto, olio di palma.
Alla luce degli ultimi chiarimenti della Commissione europea, quali sono le priorità operative che le imprese dovrebbero affrontare nei prossimi mesi per arrivare preparate all’entrata in vigore dell’EUDR?
La prima attività che le aziende devono fare è sicuramente verificare quali siano i prodotti effettivamente coinvolti dal regolamento. Questo significa analizzare il proprio portafoglio prodotti e capire quali articoli rientrino nell’ambito dell’EUDR, soprattutto per le aziende che operano come primi importatori e che quindi hanno l’obbligo di predisporre la due diligence.
Un secondo passaggio fondamentale è comprendere quali processi siano già presenti internamente e quali invece debbano essere costruiti o modificati per gestire correttamente la raccolta delle informazioni, il rapporto con i fornitori e la gestione della documentazione.
Un altro aspetto riguarda le aziende che non sono primi importatori, ma acquistano prodotti da soggetti che hanno già effettuato l’importazione. Anche queste realtà, che operano a valle della filiera, nel caso siano il primo operatore downstream, possono essere coinvolte dagli obblighi EUDR. Pur non dovendo necessariamente svolgere una due diligence completa, possono comunque ricevere e nel caso gestire i due diligence statement, garantire la tracciabilità delle informazioni e verificarne ragionevolmente la validità dal punto di vista normativo.
Il primo passo è quindi capire il proprio ruolo nella filiera, individuare i prodotti coinvolti e scegliere gli strumenti più adatti per gestire correttamente il processo.
Quali sono i dubbi interpretativi più frequenti che le imprese vi sottopongono sull’applicazione dell’EUDR?
Uno dei dubbi più frequenti riguarda sicuramente l’identificazione dei codici HS, cioè la corretta classificazione dei prodotti rispetto a quelli previsti dal regolamento. Questo è un passaggio fondamentale perché non sempre è immediato capire se un prodotto aziendale rientri effettivamente nell’ambito dell’EUDR, specie con gli ultimi aggiornamenti che hanno aggiunto anche prodotti molto specifici, come il caffè solubile, e questo rende ancora più importante una verifica puntuale.
Un secondo tema riguarda l’integrazione con i sistemi aziendali, dato che molte imprese si chiedono come utilizzare i dati già presenti nei propri gestionali per rispondere ai requisiti informativi previsti dal regolamento.
Un altro punto critico riguarda i fornitori. Le aziende devono capire come coinvolgerli e come ottenere da loro tutte le informazioni necessarie. Infine, c’è il tema organizzativo interno: chi deve occuparsi del processo? Quali funzioni aziendali devono essere coinvolte?
La vera sfida diventa quindi riuscire ad automatizzare il più possibile il processo, soprattutto nelle attività più complesse come la gestione dei dati geografici e la verifica dei requisiti legati alla deforestazione.
La tracciabilità richiesta dall’EUDR impone un livello di trasparenza senza precedenti. Quali informazioni dovrebbero iniziare a raccogliere le aziende che non hanno ancora avviato il percorso di adeguamento?
Per le aziende che importano materie prime destinate alla produzione di prodotti finiti coinvolti dal regolamento, il primo elemento fondamentale è la tracciabilità. Questo significa riuscire a ricostruire il percorso della materia prima, dalla sua origine fino al prodotto finale.
Un esempio è quello del cioccolato: una tavoletta può essere composta da cacao proveniente da diverse origini e quindi è necessario riuscire a tracciare le diverse fave di cacao utilizzate e il collegamento con il prodotto finito. La tracciabilità richiesta dall’EUDR rappresenta quindi un cambio di paradigma perché richiede alle aziende di avere una visibilità molto più profonda sulla propria catena di fornitura.
Molte aziende stanno inoltre sfruttando questo percorso per andare oltre quanto richiesto dalla normativa e costruire una tracciabilità più completa, sia verso monte sia verso valle. Questo perché la direzione europea è quella del Digital Product Passport, cioè un modello nel quale il prodotto sarà sempre più accompagnato da informazioni relative alla sua origine, composizione, sostenibilità e ciclo di vita. L’EUDR può quindi rappresentare un primo passo verso una gestione più completa e digitale delle informazioni di prodotto.
Quale ruolo può svolgere la tecnologia nel semplificare la raccolta dei dati, la gestione della documentazione e la verifica della conformità lungo tutta la filiera?
La tecnologia è l’elemento che facilita e rende gestibile un processo che, se affrontato manualmente, rischierebbe di diventare estremamente complesso. Il suo primo contributo è l’automazione dei processi. Una piattaforma dedicata permette infatti di collegare i sistemi gestionali aziendali, i portali dei fornitori, il sistema europeo EUDR Information System (TRACES) e gli strumenti di tracciabilità già presenti in azienda. In questo modo il flusso delle informazioni diventa continuo: il fornitore inserisce i dati richiesti dal regolamento, questi vengono integrati con le informazioni relative ai prodotti aziendali, viene generato automaticamente il pacchetto di due diligence, inviato al sistema europeo e, una volta registrato, viene restituito il codice di riferimento da condividere con i clienti lungo la filiera.
Un processo che, svolto manualmente, richiederebbe molto tempo e comporterebbe un elevato rischio di errori può così essere completato in pochi minuti, con un notevole risparmio di tempo e una maggiore affidabilità dei dati.
Un secondo livello riguarda l’impiego dell’intelligenza artificiale. Non parliamo di intelligenza artificiale generativa, ma di Agenti AI, sistemi progettati per automatizzare attività ripetitive e supportare processi decisionali complessi. Questi agenti sono infatti in grado di analizzare grandi quantità di informazioni provenienti da fonti diverse, verificare la completezza della documentazione e svolgere controlli che richiederebbero molte ore di lavoro se effettuati manualmente.
Una capacità che diventa particolarmente preziosa nelle attività di verifica della conformità e dell’analisi di legalità, che comprendono, ad esempio, il controllo dei geodati, delle informazioni sui fornitori, delle certificazioni disponibili e delle altre evidenze richieste dalla normativa.
Un approccio di questo tipo non rappresenta un vantaggio solo per l’EUDR, ma costituisce anche una base importante per affrontare le future normative europee sulla sostenibilità delle filiere, come il regolamento sul lavoro forzato (EU Forced Labour Regulation), che richiederà alle imprese una visibilità sempre più estesa sull’intera catena di fornitura e sulla capacità di dimostrare la conformità dei propri fornitori.
Molte aziende temono che l’adeguamento comporti un forte aumento dei costi e della complessità operativa. Quali attività possono essere automatizzate e quali richiederanno comunque un presidio umano?
Come abbiamo visto una parte molto significativa del processo può essere automatizzata grazie alla tecnologia, dalla raccolta delle informazioni dai fornitori fino alla generazione della documentazione necessaria per rispettare il regolamento. Esiste però una componente che continuerà a richiedere un intervento umano, ed è il rapporto con i fornitori. La fase di onboarding, cioè il coinvolgimento iniziale della supply chain, è spesso il passaggio più delicato dell’intero processo. In media circa il 35% dei fornitori risulta inizialmente non responsive: alcuni non comprendono ancora gli obblighi introdotti dall’EUDR, altri non dispongono degli strumenti necessari per raccogliere le informazioni richieste, mentre altri ancora, soprattutto se si tratta di piccole realtà localizzate in Paesi extraeuropei, incontrano difficoltà organizzative o tecnologiche.
Per questo motivo il dialogo diretto con i fornitori rimane fondamentale. È necessario accompagnarli nel percorso di adeguamento, spiegare quali dati devono essere forniti e supportarli nella raccolta delle informazioni. Si tratta di un’attività che può essere gestita attraverso le nostre soluzioni tecnologiche, grazie a funzionalità dedicate all’onboarding dei fornitori.
Questo non significa che i piccoli produttori saranno necessariamente esclusi dal mercato europeo. In filiere come quelle del cacao e del caffè, ad esempio, stanno già nascendo consorzi e organismi intermedi che raccolgono e gestiscono le informazioni per conto delle realtà più piccole. In alcuni casi sono gli stessi governi dei Paesi produttori a svolgere questo ruolo di raccordo con le grandi aziende internazionali.
Per i fornitori extraeuropei più strutturati, come quelli statunitensi, la sfida è spesso meno culturale e più tecnologica. Chi vuole continuare a vendere sul mercato europeo dovrà necessariamente adeguarsi ai requisiti dell’EUDR; il vero tema è rendere compatibili sistemi, dati e procedure con quelli richiesti dall’Unione europea. È proprio su questo fronte che sia la Commissione europea sia i fornitori di tecnologia stanno lavorando per semplificare l’integrazione e rendere il processo il più fluido possibile.
Oltre alla conformità normativa, quali vantaggi competitivi può ottenere un’impresa che investe in una filiera più trasparente e tracciabile?
L’errore più comune è considerare l’EUDR esclusivamente come un obbligo normativo. In realtà, il modo corretto di affrontare questa transizione è chiedersi quale valore possa generare per l’azienda. E questo valore esiste, almeno sotto tre punti di vista.
Il primo riguarda il mercato e i consumatori. Oggi chi acquista un prodotto è sempre più attento alla sua provenienza, ai materiali utilizzati, alla sostenibilità degli imballaggi e all’origine delle materie prime. Quando compriamo un vasetto di yogurt, ad esempio, ci interessa sapere se il packaging è riciclabile; quando scegliamo delle fragole, preferiamo conoscere il Paese di produzione; quando acquistiamo carne, vogliamo avere la certezza che provenga da una filiera affidabile. Il consumatore magari non conosce il regolamento EUDR, ma chiede sempre più trasparenza, e questa trasparenza si basa proprio sulla disponibilità di informazioni lungo tutta la filiera. Per questo la tracciabilità diventa un vero elemento competitivo.
Un secondo vantaggio riguarda la preparazione alle normative future. L’EUDR rappresenta solo uno dei primi tasselli di un percorso più ampio che porterà progressivamente verso strumenti come il Digital Product Passport e altre normative europee dedicate alla sostenibilità delle filiere. Investire oggi in processi di tracciabilità significa quindi costruire una base che potrà essere riutilizzata anche per i prossimi adempimenti, evitando di dover ripartire ogni volta da zero.
Infine, una filiera più trasparente consente di conoscere meglio la propria supply chain, ridurre i rischi operativi e limitare l’esposizione a sanzioni. In questo senso, la conformità normativa non rappresenta il traguardo, ma il punto di partenza per costruire processi più efficienti, rafforzare la fiducia di clienti e partner e creare un vantaggio competitivo duraturo.
