Giuseppe Dimaria - osapiens eudr | ESGnews

Interviste

Dimaria (osapiens): chi tratta l’EUDR come un adempimento sta perdendo un vantaggio competitivo

La pubblicazione, da parte della Commissione europea, degli ultimi chiarimenti sull’EUDR (European Union Deforestation Regulation) ha ormai definito l’ambito di applicazione del nuovo regolamento contro la deforestazione. Per le aziende è quindi giunto il momento di valutare concretamente il coinvolgimento della propria catena di fornitura e di avviare le attività necessarie per adeguarsi.

La normativa, che entrerà in vigore alla fine del 2026 per le grandi imprese e a metà 2027 per le PMI, richiederà di dimostrare in modo chiaro l’origine e la sostenibilità di materie prime considerate a rischio, come legno, cacao, caffè e soia. Diventa quindi essenziale comprendere nel dettaglio i requisiti introdotti, valutarne gli impatti sulle proprie attività e avviare fin da subito un percorso strutturato di conformità.

Si tratta però di un cambiamento che va oltre il semplice adeguamento normativo. L’EUDR introduce infatti un livello di trasparenza senza precedenti lungo le filiere globali, spingendo le imprese a ripensare il modo in cui raccolgono, gestiscono e utilizzano le informazioni. La vera sfida sarà trasformare questo obbligo in un’opportunità di trasformazione dei modelli produttivi, capace di creare valore e rafforzare il posizionamento competitivo.

Di questo si parlerà il prossimo 13 maggio durante il webinar “EUDR: aggiornamenti sul quadro normativo e le implicazioni per le imprese”, organizzato da osapiens in collaborazione con KPMG. Ad anticipare alcuni dei contenuti dell’incontro è Giuseppe Dimaria, Regional Director Sud Europa di osapiens.

In che modo l’EUDR si inserisce nel percorso tracciato dalla Commissione europea per rendere l’Europa più sostenibile?

Il regolamento EUDR nasce come parte integrante della strategia delineata dalla Commissione europea per rendere l’Europa più sostenibile, avviata con il Green Deal. Solo collocandolo in questa prospettiva è possibile coglierne appieno il significato. Non si tratta infatti di una norma finalizzata esclusivamente a disciplinare l’utilizzo di alcune materie prime, ma di uno strumento volto a ridurre l’impatto ambientale dei consumi europei. In quest’ottica, il regolamento promuove filiere produttive “deforestation-free” e contribuisce a rafforzare gli obiettivi di contrasto al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità.

Il regolamento sulla deforestazione, tuttavia, non esaurisce la sua portata alla sfera ambientale, ma intende agire contemporaneamente sulle tre dimensioni che definiscono l’approccio ESG. Accanto alla tutela della risorse naturali, introduce elementi legati alla sfera sociale, come i diritti dei lavoratori, delle comunità locali e l’uso del suolo, infine la governance, che si traduce in maggiore trasparenza lungo le filiere e nella tracciabilità delle informazioni.

L’EUDR viene spesso percepita come un tema normativo: perché in realtà è soprattutto una leva di vantaggio competitivo e da dove dovrebbe partire oggi un’azienda che è ancora indietro?

Possiamo dire che l’EUDR non è soltanto una norma, ma rappresenta uno strumento in grado di favorire un’evoluzione da parte delle aziende nell’approccio alla gestione della propria supply chain, passando da una logica documentale a un approccio di gestione strutturata e coerente dei dati. In questo senso costituisce un acceleratore di vantaggio competitivo per la trasformazione della catena di fornitura. Per realizzare questo passaggio, le aziende devono dotarsi di strumenti in grado di raccogliere le informazioni provenienti dai diversi fornitori della catena produttiva, analizzarle, valutare scenari alternativi e trasformarli in decisioni strategiche.

La piattaforma osapiens si configura esattamente in questo modo, a tutti gli effetti come una control tower: consente di raccogliere e analizzare i dati, costruire scenari “what if” e guidare le decisioni. Resta comunque all’azienda la responsabilità finale, basata sugli insight generati dal sistema.

L’EUDR riporta al centro il tema del controllo della catena di fornitura, che con le modifiche omnibus alla CSDDD sembrava riguardare solo le aziende più grandi?

In realtà si tratta di ambiti diversi, ma complementari. L’EUDR interviene sul prodotto, quindi sulla tracciabilità delle materie prime e sulla loro conformità. La Corporate Sustainability Due Diligence Directive, invece, riguarda il rischio d’impresa, in particolare quello legato ai fornitori. È vero che la CSDDD è stata ridimensionata, ma questo non cambia il punto centrale, ovvero che le aziende non dovrebbero ragionare per singole normative, bensì per obiettivi di business.

Diventa quindi fondamentale gestire insieme tre dimensioni: il valore del prodotto, il rischio dei fornitori e la governance dei dati. La CSDDD introduce infatti una serie di categorie di rischio che servono a ridurre l’esposizione lungo la supply chain, ma il punto non è la conformità in sé, è evitare che fornitori non affidabili compromettano il business. Per questo motivo, affrontare queste normative separatamente è limitante. Il vero valore emerge quando vengono integrate in una visione unica che consente di migliorare trasparenza, controllo e capacità decisionale.

Il punto di arrivo del percorso avviato dalla Commissione europea è un mercato in cui ogni prodotto è accompagnato da informazioni affidabili sulla sua origine e sul suo ciclo di vita. Una visione che si collega anche ad altri strumenti come il Digital Product Passport e alla Packaging and Packaging Waste Regulation, che completano il quadro intervenendo rispettivamente sulla tracciabilità e sulla gestione del fine vita dei prodotti.

Molte aziende stanno affrontando l’EUDR come un tema di compliance, quasi a livello burocratico anche se in realtà implica una trasformazione profonda della supply chain. Come vedete l’evoluzione da obbligatorietà a ‘vantaggio competitivo’, e quale ruolo gioca osapiens per trasformare dati frammentati in decisioni strategiche?

Oggi molte aziende affrontano ancora l’EUDR come un esercizio burocratico, basato su raccolta di documenti e verifiche manuali, un approccio che genera complessità e, soprattutto, frammentazione delle informazioni.

Il cambio di prospettiva consiste nel considerare la normativa come un acceleratore di trasformazione e, per farlo, servono strumenti che permettano di avere un controllo reale. In questo senso, la piattaforma osapiens si configura come una vera e propria control tower applicata alla sostenibilità e alla supply chain, che consente quindi di raccogliere, analizzare e correlare i dati, simulare scenari e supportare decisioni operative. La piattaforma dispone infatti di moduli distinti focalizzati sulle diverse specifiche normative, come l’EUDR o il DPP, ma tutti integrati in un unico sistema in grado di dialogare con il gestionale. In questo modo l’azienda non si trova ad avere una visione frammentata e non fluida delle informazioni e riesce a farne uno strumento di guida strategica e controllo dei rischi.

Come si passa, nella pratica, dalla gestione della normativa alla costruzione di un vantaggio competitivo sul mercato?

Il punto è non fermarsi alla singola normativa. Se l’EUDR viene gestita come un adempimento isolato, il risultato è solo la conformità. Un approccio integrato, invece, permette di costruire una visione completa su prodotto, rischi e governance. Quando queste informazioni vengono messe insieme, cambia anche il modo in cui l’azienda si presenta sul mercato.

Prendiamo per esempio il mondo del caffè: poter dimostrare con precisione da dove proviene la materia prima, come è stata lavorata e quale percorso ha seguito lungo la filiera non è solo un requisito normativo, ma diventa parte integrante del valore del prodotto perché per il consumatore sapere che quel prodotto è tracciato, trasparente e gestito in modo responsabile fa la differenza. E per l’azienda significa trasformare un obbligo in un elemento distintivo.

Quali sono gli errori più comuni che le aziende stanno facendo in questa fase di transizione normativa?

L’errore più diffuso è proprio quello di affrontare ogni normativa separatamente, adottando strumenti diversi per ciascun adempimento. Questo porta alla creazione di silos informativi, con dati dispersi e difficili da integrare. Il risultato? Una gestione complessa, costosa e poco efficace, in cui diventa difficile avere una visione chiara della supply chain e prendere decisioni informate.

Il punto non è quindi aggiungere nuovi strumenti, ma cambiare approccio. Serve una gestione unificata, una piattaforma unica che raccolga e armonizzi i dati, dialoghi con i sistemi aziendali e restituisca una visione complessiva.

In concreto, cosa succede quando un prodotto non riesce a dimostrare la propria conformità all’EUDR?

In linea teorica, un prodotto che non è in grado di dimostrare la propria conformità all’EUDR non può entrare nel mercato europeo, viene bloccato già in fase di importazione. Questo vale per tutte le materie prime coinvolte dal regolamento, come legno, caffè, cacao, soia, gomma, olio di palma e pelle. Nella pratica, però, il rischio di aggirare le regole esiste, soprattutto attraverso passaggi intermedi che rendono meno evidente l’origine reale dei prodotti.

Per questo, dotarsi di una piattaforma di controllo rappresenta un vantaggio competitivo e consente di mitigare i rischi. Recentemente, un nostro cliente ha dovuto interrompere il rapporto con un fornitore vietnamita incapace di fornire i dati richiesti dalla normativa per piccoli prodotti in legno. Il fornitore ha poi tentato di rientrare tramite un intermediario europeo, ma grazie al controllo dei dati sulla piattaforma l’azienda ha individuato la triangolazione, bloccato la fornitura ed evitato rischi e sanzioni.

Quali indicazioni pratiche potranno portare con sé le aziende al termine del webinar?

L’obiettivo è fornire alle aziende una visione concreta di come gestire l’EUDR non solo dal punto di vista legale, ma anche operativo e organizzativo. Come abbiamo già detto il tema non è semplicemente “essere conformi”, quello rappresenta il livello minimo, il punto di partenza. La vera domanda che le aziende dovrebbero porsi è cosa fare una volta raggiunta la compliance. Ed è qui che emerge il valore del percorso. Le informazioni raccolte per rispondere alla normativa possono diventare uno strumento molto più ampio, utile, ad esempio, per valutare e confrontare i fornitori, migliorare la tracciabilità lungo tutta la filiera e costruire una visione più completa e affidabile delle proprie operazioni.

In questo senso, il webinar punta a far comprendere come trasformare un insieme di dati, inizialmente raccolti per obbligo, in un asset strategico.

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