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Intervista

Elena Grandi: ecco come Milano contrasta gli eventi climatici e ripristina la natura 

Sono passati oltre sei mesi dall’entrata in vigore della Nature Restoration Law, la legge europea sul ripristino della natura, che punta a migliorare lo stato degli ecosistemi degradati in Europa. La norma stabilisce alcuni obiettivi giuridicamente vincolanti: gli Stati Membri devono ripristinare il 20% delle aree terrestri e il 20% dei mari entro il 2030 e tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050. Per definire le esigenze di risanamento di ciascun Paese e le misure necessarie a raggiungere i target, gli Stati devono presentare e adottare entro due anni dall’entrata in vigore, quindi a metà 2026, dei Piani nazionali di ripristino (PNR) che descrivano dettagliatamente come raggiungere gli obiettivi e gli obblighi della legge. Obiettivi sfidanti, a cui devono partecipare i diversi soggetti interessati a iniziare dai Comuni, come conferma Elena Grandi, Assessora all’ambiente e al verde del Comune di Milano, intervistata da ESGnews.

Al coordinamento nazionale, infatti, la norma prevede il coinvolgimento di tutti gli stakeholder interessati. D’altro canto, tra i target specifici figurano, per esempio, la necessità di invertire il declino delle popolazioni di impollinatori entro il 2030 e raggiungere una tendenza crescente gli impollinatori, con una metodologia per monitorarli regolarmente, di raggiungere una certa connettività forestale, abbondanza di uccelli forestali comuni e stock di carbonio organico e di identificare e rimuovere le barriere che impediscono la connettività delle acque superficiali, in modo che almeno 25.000 km di fiumi siano ripristinati a uno stato di flusso libero entro il 2030. Obiettivi che richiedono il contributo di organizzazioni della società civile e amministrazioni locali.

E in questo quindi anche le città devono fare la propria parte, garantendo nessuna perdita netta di spazio urbano verde e copertura arborea entro il 2030 e un aumento costante della loro superficie totale dal 2030. Del resto, i centri urbani sono già impegnati nel far fronte alla crisi climatica che sta colpendo sempre più le città della Penisola: tra eventi estremi e ondate di calore, la cui portata è aggravata dal consumo di suolo e dall’inquinamento, in città la qualità della vita e il benessere passa da azioni concrete.

In questa intervista a ESGnews Elena Grandi, Assessora all’ambiente e al verde del Comune di Milano illustra i progetti e le iniziative realizzati dal capoluogo lombardo. Piantumazione di nuovi alberi più resistenti ai sempre più intensi fenomeni climatici (siccità prolungate, bufere, alluvioni…), selezionati grazie alla collaborazione di università ed esperti, depavimentazioni per rendere più drenanti i suoli e misure per favorire gli insetti impollinatori sono alcuni esempi di interventi su cui l’amministrazione sta già lavorando e che, al contempo, sono in linea con la normativa per il ripristino della natura in città. 

Il 18 agosto è entrata in vigore la legge sul ripristino della natura (Nature Restoration law) che impone alle amministrazioni locali di non adottare più misure in grado di causare una perdita netta di spazio urbano verde e di copertura arborea entro il 2030. A che punto è la città di Milano? 

Abbiamo accolto con grande soddisfazione questa legge. Ovviamente, c’è molto da fare in tema di tutela del suolo, ripristino degli ecosistemi e, più in generale, rispetto a quanto previsto dalla Nature Restoration Law.

Stiamo già lavorando in questa direzione: all’interno del nostro Piano Aria e Clima, sono previste diverse azioni per la salvaguardia degli ecosistemi e della biodiversità, il rafforzamento delle connessioni ecologiche nelle città e il recupero dei suoli, trasformandoli in superfici drenanti anziché impermeabili. Alcune iniziative, necessarie anche per contrastare gli impatti del cambiamento climatico sono già in essere. Per esempio, la vasca di laminazione del Seveso, una soluzione che impedisce alle acque di piena di invadere alcuni quartieri, tra cui Niguarda e Isola, e che, quando non ci sono emergenze meteo, è un laghetto immerso nel verde, un parco alberato aperto a tutti con una pista ciclabile e un’area per bambini inserito nel Parco Nord, piantumato con circa 200 nuove alberature e 2.400 arbusti e con zattere al centro dell’invaso per la nidificazione degli uccelli.

Un tema cruciale è infatti proprio quello della biodiversità e del ripristino di oasi ecosistemiche, in cui la diversità biologica possa diventare un elemento chiave per l’applicazione delle Nature-Based Solutions.

Questo vincolo cosa implicherà per il settore delle costruzioni e immobiliare? Sarà necessaria una modifica al piano regolatore?

Nei prossimi mesi, ci concentreremo sulle modifiche al Piano di Governo del Territorio (PGT), al regolamento del verde, che rientra nella mia area di competenza, e al regolamento edilizio.

Tutto questo intenso lavoro di revisione dei nostri strumenti urbanistici – piano regolatore, regolamento del verde e regolamento edilizio, appunto- si accompagna anche all’elaborazione di un piano del verde, che deve ancora essere definito, ma su cui abbiamo già iniziato a lavorare.

L’insieme delle modifiche dovrà essere realizzato in modo coordinato, affinché i principi di tutela del suolo siano coerenti tra i vari strumenti normativi e non si creino contraddizioni.

La normativa prevede anche un costante aumento della superficie verde e arborea nelle città a partire dal 2030. Su questo fronte è ben noto il progetto Forestami, promosso anche dal Comune di Milano, che prevede la messa a dimora di 3 milioni di alberi entro il 2030. Come sta andando? E ci sono altre iniziative della città su questo fronte?

In parte sì, ma Forestami non crea nuove superfici verdi: il progetto si concentra principalmente sulla forestazione di aree verdi già esistenti, salvo alcune eccezioni. L’iniziativa è stata sviluppata ed è promossa dall’amministrazione comunale in collaborazione con altri enti (Città metropolitana di Milano, Comune di Milano, Regione Lombardia, Parco Nord Milano, Parco Agricolo Sud Milano, ERSAF e Fondazione di Comunità Milano). È nato da una ricerca del Politecnico di Milano grazie al sostegno di Fondazione Falck e FS Sistemi Urbani.

Quindi, non si tratta di un’iniziativa separata del Comune, ma di un progetto integrato. Sia Forestami sia il Comune piantano un gran numero di alberi. Nel frattempo, attraverso bandi PNRR, oneri di urbanizzazione e altri strumenti di finanziamento, si stanno creando nuove aree verdi. Su queste può intervenire sia il Comune, piantando alberi, arbusti e altre specie, sia Forestami, a seconda delle zone e delle rispettive competenze.

A partire dal novembre 2024 sono in programma numerose azioni con cui saranno messe a dimora oltre 20mila piante tra alberi e arbusti forestali. A Milano ci sono in totale oltre 500 mila alberi di cui metà gestiti direttamente dal Comune e il resto da privati, o altri enti, o gestori di parchi, o di parchi agricoli.

In particolare, grazie anche a fondi nell’ambito Pnrr, nell’area verde tra via Lorenzo Valla e via Lampedusa che si estende per circa due ettari saranno messe a dimora 2.000 piante; 1.000 nuove piantumazioni anche nell’area est del Lambro e Cascina Merlata, per un totale di 4.000 nuove alberature, tra alberi e arbusti forestali.

Tra le diverse iniziative ha preso anche il via, nell’ultimo anno, il progetto della Green Circle line lungo il percorso della filoviaria 90/91 condiviso con Forestami: una ambiziosa riqualificazione e rinaturalizzazione di alcuni tratti della circonvallazione, selezionati in base allo stato generale di conservazione, agli spazi e alle condizioni microclimatiche, che punta a migliorare il contesto urbano e la qualità dell’aria.

La legge sul ripristino della natura ha come obiettivo anche quello di invertire il declino delle popolazioni di impollinatori entro il 2030 e raggiungere una tendenza crescente di tali specie. Le città possono avere un ruolo in questo?

Le città devono svolgere un ruolo chiave nell’arrestare il declino degli impollinatori entro il 2030, puntando a un incremento delle loro popolazioni. Alla Green Week dello scorso settembre, ho partecipato a numerosi incontri sulla biodiversità e sulla tutela degli impollinatori, sia selvatici sia domestici, come le api. Sempre più progetti stanno introducendo aree di apicoltura urbana all’interno delle città, ma oltre alla creazione di oasi di biodiversità abbiamo avviato un’iniziativa fondamentale—sebbene inizialmente fraintesa da molti—per favorire questi insetti: la riduzione dello sfalcio in alcune aree verdi cittadine. 

Lo scorso anno, nonostante le critiche e le condizioni meteo avverse, abbiamo destinato il 7% delle aree verdi a sfalcio ridotto, con l’obiettivo di mantenere l’erba più alta in spazi idonei, come parchi estensivi, aiuole stradali e altre zone selezionate, riducendo gli sfalci da sette a tre all’anno. A causa delle frequenti piogge, abbiamo dovuto effettuare più sfalci del previsto e il maltempo ha spesso impedito di tagliare l’erba, creando confusione tra le aree a sfalcio ridotto e quelle semplicemente non ancora sfalciate, il che ha scatenato critiche da parte di chi non considera che non è possibile tagliare l’erba bagnata.

Tuttavia, questa strategia ha una funzione essenziale: favorire la biodiversità e creare ecosistemi più adatti agli impollinatori, perché meno si taglia l’erba, più si sviluppano fiori e piante che forniscono nutrimento agli insetti. Paradossalmente, le città possono offrire un ambiente più favorevole rispetto alle campagne, poiché l’uso di glifosati e pesticidi è vietato nei centri urbani, mentre in molte aree agricole purtroppo non lo è ancora, e di conseguenza le zone urbane possono ospitare una biodiversità più ricca e vicina agli equilibri naturali rispetto a certi contesti rurali.

Continuerete con la politica di lasciare crescere maggiormente l’erba in alcune aree?

A Milano, lo scorso anno abbiamo avviato la sperimentazione degli sfalci ridotti in 54 aree della città, con l’obiettivo di ampliare il progetto in base ai risultati. Riducendo la frequenza dei tagli, le piante completano il loro ciclo vegetativo, arrivando alla fioritura e alla produzione di semi, essenziali per il nutrimento degli impollinatori. Uno studio dell’Università Bicocca ha evidenziato che l’abbondanza di api e impollinatori aumenta del 56% nelle aree a sfalcio ridotto rispetto a quelle sfalciate frequentemente, e che l’altezza dell’erba e la presenza di piante a fiore favoriscono la biodiversità, con un incremento del 12% nella ricchezza di specie di api e del 38% nella loro abbondanza, e un aumento del 10% nella ricchezza di specie di farfalle e del 50% nella loro abbondanza. Abbiamo inoltre avviato un monitoraggio con 3Bee e nei prossimi mesi otterremo dati più dettagliati sulla sperimentazione condotta in città.

Oltre agli interventi sugli sfalci, nei parchi di Milano sono presenti diverse oasi di biodiversità, come il tronco della Quercia di Montale ai Giardini Montanelli, che ospita due specie di coleotteri a rischio di estinzione, tra cui lo scarabeo rinoceronte, oltre a varie specie di funghi, lucertole e altri piccoli animali, e il Platano VTA 43474, inserito in una ricerca dell’Università Bicocca per valutare la biodiversità presente sulla sua chioma e sul tronco.

In generale, le misure proposte dalla UE mirano a ripristinare gli ecosistemi degradati per provare a mitigare gli impatti del cambiamento climatico, tra cui gli eventi climatici estremi, sempre più frequenti in Italia, e che negli ultimi tempi hanno colpito anche le aree urbane. È un tema di cui le amministrazioni si stanno occupando?

È il tema principale di cui ci stiamo occupando, senza dubbio tra i più centrali e urgenti, ma era già al centro del nostro lavoro prima che gli impatti del cambiamento climatico diventassero evidenti a tutti. Negli ultimi tre anni, infatti, è successo di tutto: nel 2022 abbiamo affrontato una siccità senza precedenti negli ultimi cento anni, l’anno successivo una tempesta ha abbattuto in una sola notte 5.000 alberi in città, come se fosse passato un terremoto, e lo scorso anno, da aprile a luglio, la pioggia è stata incessante. A un certo punto diventa inevitabile prendere atto che qualcosa sta cambiando. Noi ci stavamo già muovendo in questa direzione da tempo, e il Piano Aria Clima ne è la testimonianza: è il documento che traccia le linee guida per il futuro della città, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche della mobilità, dell’urbanistica e della gestione del suolo, temi che sono strettamente connessi e che richiedono il coordinamento tra diversi assessorati.

Quali sono stati i primi interventi?

Uno dei primi interventi messi in atto all’indomani della tempesta, che è stato il fenomeno più evidente, anche se la siccità ha avuto effetti altrettanto devastanti, ha riguardato la gestione del patrimonio arboreo. Durante la siccità abbiamo perso principalmente alberi giovani, più vulnerabili nei primi anni di vita, mentre la tempesta ha abbattuto alberi di ogni età e condizione, dai più sani ai più fragili, dai ventenni ai bicentenari, senza una logica apparente se non la forza del vento e la loro posizione. Tuttavia, abbiamo notato che alcune specie e alcune situazioni hanno sofferto più di altre, ed è su questo che stiamo lavorando: ripensare la progettazione delle nuove piantumazioni tenendo conto dei corridoi del vento, della qualità dei suoli e dei sottosuoli, scegliendo alberi con apparati radicali più adatti alle condizioni urbane, riducendo l’uso di specie particolarmente esposte ai fenomeni estremi e valutando strategie di mitigazione, come la creazione di siepi e fasce arbustive di supporto. Questo lavoro non lo stiamo facendo da soli, ma in collaborazione con università, agronomi e arboricoltori, per individuare le specie più idonee, le distanze ottimali e le tecniche migliori per garantire un equilibrio più resiliente alla città.

E sull’impermeabilizzazione del suolo state trovando soluzioni?

Certamente, in parallelo, stiamo affrontando un altro tema cruciale: la depavimentazione, fondamentale per contrastare il rischio di allagamenti, sempre più frequenti a causa delle precipitazioni intense e improvvise, oltre che per aumentare la capacità della città di trattenere e gestire l’acqua piovana. Non si tratta solo di creare nuovi grandi parchi, ma anche di intervenire in piccoli spazi urbani, piazze, incroci, aree tra giardini scollegati, rimuovendo asfalto e cemento per rendere permeabili pezzi di città e migliorare il drenaggio locale. 

Laddove possibile, andiamo oltre e implementiamo sistemi innovativi come i SUDS (Sistemi Urbani di Drenaggio Sostenibile), già sperimentati in via Pacini, dove abbiamo trasformato un’area occupata da parcheggi abusivi in uno spazio verde attrezzato con sedute e aree drenanti. Qui l’acqua piovana viene raccolta in modo intelligente: i primi millimetri, più inquinati, vengono convogliati nei depuratori, mentre il resto viene immagazzinato e riutilizzato per l’irrigazione delle aree verdi, creando un sistema autosufficiente e sostenibile. Progetti di questo tipo, ancora poco diffusi persino in Europa, rappresentano non solo un’eccellenza, ma una necessità per il futuro delle nostre città.

Ma come funziona la gestione di queste tematiche? Quali sono le relazioni operative tra regione, comune e città metropolitana?

Questi interventi sono interamente a carico del Comune, realizzati con le nostre risorse, senza ricevere contributi dalla Regione, che richiedono una tempistica più lunga, spesso incompatibile con le esigenze del territorio. Con grande orgoglio, siamo riusciti a portare a termine la vasca del Seveso, completata un anno fa e già operativa. Durante le ultime piogge ha contribuito a proteggere i quartieri di Niguarda e Fulvio Testi, salvo un episodio in cui si è verificata comunque un’esondazione: la vasca aveva ormai raggiunto la sua capienza massima e non poteva più contenere ulteriori volumi d’acqua. Questo problema è reso ancora più evidente dal fatto che a nord della nostra vasca, nel territorio tra Seveso e Brescia, dovrebbero essere realizzate altre tre vasche da parte della Regione, ma ad oggi due non sono ancora completate e una deve addirittura essere avviata. Noi facciamo il possibile per tamponare l’emergenza, ma è evidente che servono interventi strutturali su scala più ampia.

Alla radice dei problemi alluvionali vi è la cementificazione dei letti dei fiumi, trasformati  in canali che impediscono all’acqua di scorrere in modo naturale. E anche le aree circostanti sono oramai costruite, eliminando gli spazi di sfogo che un tempo permettevano alle esondazioni di avvenire senza provocare danni. Le aree golenali, che permettevano una certa elasticità nella postata dei fiumi con esondazioni che poi rientravano nell’alveo senza conseguenze, sono drasticamente ridotte, aumentando il rischio di alluvioni.

Stiamo cercando di ripristinare questa funzione naturale nell’ambito di un progetto finanziato con fondi PNRR, che ci permetterà di ricreare un sistema di aree golenali lungo un tratto del fiume Lambro, tra via Feltre e via Idro, una zona soggetta a frequenti esondazioni. Qui verrà realizzata un’area umida che, oltre a svolgere un’importante funzione di contenimento delle acque, sarà in parte fruibile nei periodi di normalità, con percorsi accessibili lungo gli argini rialzati. Naturalmente, in caso di allerta, l’area verrà chiusa per sicurezza, ma il suo ruolo sarà quello di restituire al fiume un percorso più vicino a quello naturale, compensando almeno in parte gli effetti della cementificazione che lo ha privato del suo equilibrio originario.

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