Ci vuole una grande convinzione e un pizzico di coraggio a lanciare un’operazione per la creazione di un polo italiano specializzato negli investimenti sostenibili, proprio in concomitanza con l’onda lunga delle riforme di Donald Trump dall’altra parte dell’Oceano. Ma forse, proprio quello che sta succedendo, rende ancora più importante ribadire che gli investimenti sostenibili non sono giunti al capolinea e c’è una larga fetta di investitori, e operatori finanziari, che mantengono barra dritta con le proprie convinzioni di volere utilizzare gli investimenti finanziari per supportare le realtà più virtuose, quelle che sia dal punto di vista ambientale, sia sotto il profilo sociale ambiscono a migliorare il mondo. A generare un impatto positivo.
In questo contesto, Banca Etica si è affermata come una pioniera in Italia, dimostrando che è possibile investire in modo etico e responsabile senza rinunciare alla redditività. L’istituto ha da sempre anteposto i valori della solidarietà, della giustizia sociale e della tutela dell’ambiente agli interessi puramente economici, offrendo un’alternativa concreta alla finanza tradizionale.
L’operazione, da poco annunciata, è l’acquisizione del 70% di IMPact SGR, società specializzata in investimenti a impatto sociale e ambientale, con l’obiettivo di creare un polo italiano indipendente nella gestione di fondi ESG (Environmental, Social, Governance) e a riportare internamente la gestione degli asset di Etica SGR, finora affidata ad Anima SGR. L’operazione, in linea con la missione di Banca Etica di orientare i flussi finanziari solo verso progetti sostenibili, consentirà di potenziare l’offerta di prodotti etici, di espandere la propria presenza sul mercato e di avvicinarsi ancora di più alle esigenze dei risparmiatori consapevoli. IMPact SGR, fondata da storici gestori di Azimut, gestisce attualmente un patrimonio di 3,5 miliardi di euro e condivide con Banca Etica l’obiettivo di sostenere imprese che generano un impatto positivo sulla società e sull’ambiente.
“Ho una speranza di fronte alla scossa “trumpiana”. Che l’approccio aggressivo e sprezzante nei confronti delle istituzioni internazionali e del dialogo del nuovo presidente degli Stati Uniti possa avere un effetto inaspettato: risvegliare l’Europa. Se, in nome di un bene collettivo, riuscissimo a superare le divisioni nazionali, sarebbe almeno un risultato positivo”, osserva Anna Fasano, presidente di Banca Etica e figura di riferimento nella strategia del gruppo, “Von der Leyen ha reagito affermando che il mondo sta cambiando, ma noi ci siamo. Non possiamo identificarci completamente nel documento di Draghi, ma ne condividiamo l’apertura: senza coesione non si va da nessuna parte”.
A Fasano abbiamo chiesto in questa intervista di delineare il ruolo del gruppo Banca Etica e del nuovo consolidamento nel panorama della finanza etica italiana.
Creare un polo tutto italiano degli investimenti sostenibili. Come è nata questa operazione?
La decisione di riportare in casa la gestione dei fondi di Etica SGR, dotandoci di una struttura di investimento tramite l’acquisto di IMPact SGR, è stato un naturale passo nell’evoluzione del gruppo, un traguardo già previsto nel nostro piano strategico da diversi anni. L’assenza di una delega di gestione all’interno del gruppo rappresentava, infatti, una eccezione nel contesto internazionale. Tutti i nostri partner naturali, ovvero gli altri attori della finanza etica, dispongono di una SGR con delega di gestione interna. Fino a oggi, la mancanza di questa componente ci ha impedito di confrontarci pienamente a livello internazionale.
In un panorama bancario sempre più complesso, questa evoluzione risulta oggi ancora più giustificata e rappresenta un passo necessario per portare maggiore chiarezza.
L’obiettivo è definire una filiera interamente etica, che vada dalla gestione del credito a quella dei fondi etici. Questi ultimi, data la dimensione di Banca Etica, non possono essere collocati esclusivamente dalla banca stessa, ma devono essere distribuiti anche da altri operatori che si riconoscano nei valori della finanza etica e che non svolgano attività controverse.
Quali prospettive potranno aprirsi grazie alla nuova struttura del Gruppo?
Con il nuovo assetto potremo offrire ai soci e ai collocatori soluzioni arricchite da una maggiore personalizzazione. Fino a oggi, in questi primi 25 anni di storia della finanza etica, operatori di grandi dimensioni come ANIMA, che deve rispondere alle esigenze di una molteplicità di interlocutori ed è ormai parte di Banco BPM, hanno svolto un ruolo adeguato.
Guardando al futuro, però, è fondamentale rendere questa filiera più personalizzabile. Il contesto attuale è più complesso e articolato, e diventa quindi indispensabile evitare standardizzazioni, così da mantenere in equilibrio le performance socio-ambientali con quelle economico-finanziarie.
Si tratta di un passaggio, che coinvolge non solo il gruppo Banca Etica, ma anche Etica SGR, di cui non siamo gli unici azionisti. Confidiamo che anche gli altri soci vogliano sostenere questo percorso e continuare a rafforzare la finanza etica che, in un contesto come quello attuale, assume un ruolo ancora più significativo.
E nel contesto attuale come si posiziona il vostro modo di intendere gli investimenti?
Già 25 anni fa abbiamo fatto scelte che non erano dettate dal mercato, né imposte dalla normativa. Non si trattava di una moda o di un approccio ideologico, ma di una convinzione profonda: non solo era necessario finanziare esclusivamente soggetti attenti agli impatti ambientali e sociali delle proprie attività, ma lo stesso principio doveva valere anche nel mondo degli investimenti.
Oggi, questo approccio è ancora più rilevante, soprattutto in un contesto in cui la finanza, intesa non solo come credito ma anche come fondi di investimento, è parte integrante della quotidianità. Dalla previdenza complementare ai fondi pensione, fino agli investimenti alternativi e alla gestione del risparmio, la finanza è ormai una realtà che riguarda tutti.
Per questo, riteniamo che garantire una filiera di finanza etica al 100% non sia solo un valore aggiunto per il Gruppo Banca Etica, ma una ricchezza per l’intero mercato.
Il nuovo team di gestione effettuerà una revisione dei prodotti?
Ai prodotti che attualmente proponiamo non apporteremo alcuna revisione né sotto il profilo della scelta dell’universo dei titoli nei quali investiamo né per quanto riguarda l’ESG EticApproach®, che è un nostro approccio brevettato. Piuttosto, ci sarà un ampliamento della gamma con nuovi prodotti, andando a cogliere le richieste del mercato.
Finora siamo sempre stati essenziali nella nostra offerta, con soli sette prodotti, una proposta piuttosto limitata. In futuro, lo sviluppo si concentrerà su nuove soluzioni in grado di rispondere alle numerose esigenze che ci sono state rappresentate nel corso degli anni.
Quali sono le società nelle quali pensate di continuare a investire, anche alla luce di alcune prese di posizione verso temi sociali – per esempio l’abbandono delle policy DEI di Meta – di alcune società tecnologiche molto presenti nei portafogli ESG?
Ci sono diversi settori, incluso quello finanziario, in cui già oggi scegliamo di non investire. Li abbiamo esclusi per la mancanza di chiarezza e trasparenza nell’identificazione dei prodotti e delle filiere. Il nostro approccio, anche in questo caso, non cambia: seguiamo criteri di selezione che non si limitano a quelli definiti dalla normativa sugli investimenti sostenibili (articoli 8 e 9), ma adottiamo l’ESG EticApproach®, che integra un processo di esclusione rigoroso.
Escludiamo settori ben definiti, come gli armamenti, il settore finanziario, l’industria petrolifera e il gioco d’azzardo. Tuttavia, mentre altri portafogli spesso escludono solo specifiche tipologie di armamenti, come quelli nucleari, il nostro approccio prevede l’esclusione dell’intera filiera. Questo amplia il nostro raggio d’azione etico, ma restringe il perimetro degli investimenti possibili.
Oltre agli elementi di esclusione, però, ci sono anche quelli di inclusione, ed è qui che facciamo la differenza. Nei nostri portafogli accogliamo i best in class, ovvero le realtà che superano tutte le nostre selezioni. Questo processo è soggetto a una revisione continua: nessuna società ha la garanzia di restare nel nostro universo investibile, perché le strategie e le scelte aziendali evolvono nel tempo.
I nostri criteri di valutazione sono stabili, ma misurabili e adattabili in base a nuovi elementi da verificare. Di volta in volta, possiamo quindi decidere se escludere o meno determinate società. Pensiamo, ad esempio, al tema Diversity & Inclusion, sarà fondamentale capire in che misura le dichiarazioni sulle policy si tradurranno in politiche concrete e come andranno a influenzare gli indicatori che utilizziamo come criterio di valutazione. Solo allora potremo valutare eventuali modifiche ai nostri criteri di selezione.
Quindi serve anche un confronto concreto con le società…
Sì, bisogna capire come le dichiarazioni vengono tradotte in provvedimenti concreti. All’interno di un contesto internazionale e mondiale, interveniamo anche come azionisti nelle assemblee per provare a portare delle suggestioni e partecipiamo proprio all’Assemblea, ma in ottica di sharing for change – agire per il cambiamento.
Laddove riusciamo a coalizzarci, a portare una voce che abbia massa, nel tempo abbiamo portato anche dei risultati. Questa sicuramente è una caratteristica unica del mondo della finanza etica non solo italiana, ma mondiale.
Vista la vostra chiara politica di esclusione come vi ponete con gli investimenti nella transizione, che partono dall’idea di supportare le aziende più inquinanti, anche di settori come l’Oil & Gas, a migliorare le proprie emissioni?
Noi non ci basiamo sulle dichiarazioni, ma sui fatti. Crediamo nelle azioni concrete e nell’analisi dei piani strategici, che monitoriamo attentamente. Se un’azienda dimostra di essere realmente impegnata in un percorso di transizione, con evidenze tangibili della sua capacità di generare impatti sociali e ambientali positivi entro un determinato periodo, allora la valutiamo. Al momento, però, il settore Oil & Gas resta escluso.
Mentre per i titoli di Stato, evitate di investire nel debito di Nazioni che non rispettano i diritti umani o che hanno la pena di morte nel proprio ordinamento?
Il perimetro degli investimenti in titoli di Stato è stretto. Ad esempio, escludiamo i Paesi che adottano la pena di morte, motivo per cui non investiamo negli Stati Uniti. Purtroppo, le Nazioni con le migliori performance di mercato presentano spesso criticità significative sul fronte dei diritti umani.
Su quali comparti o tipologia di aziende focalizzerete i vostri investimenti nel 2025?
Energia rinnovabile, agricoltura e salute, per noi restano settori cardine dei nostri portafogli, insieme a quelli ciclici e ai beni durevoli, che continueranno a rappresentare un pilastro strategico. Anche nel comparto obbligazionario, abbiamo sempre privilegiato investimenti significativi in social bond, strumenti che riteniamo particolarmente interessanti perché spronano le aziende a investire in determinati settori.
Il perimetro dei nostri investimenti, già non ampissimo, non cambia. Vogliamo rafforzare la nostra capacità di analisi. La nostra ambizione è includere sempre più società, che abbiano compreso come la competitività e lo sviluppo del futuro non scaturiscono dalla massimizzazione dei profitti ma dalla rimozione delle disuguaglianze. I premi Nobel ce lo insegnano: se si riducono le disuguaglianze, i Paesi tornano a crescere.
Invece le disuguaglianze nel mondo aumentano, come il rifiuto degli immigrati, che spesso arrivano dalle nazioni più povere del mondo. Non solo, ma rappresentano una risorsa indispensabile per le economie dei paesi sviluppati. Lo asseriscono due recenti analisi una di Mediobanca e una del Financial Times. Cosa ne pensa?
È sconvolgente, sembra anacronistico. Trump deve mantenere le sue promesse e ha agito immediatamente ed è essenziale valutare gli impatti di certe decisioni. Anche solo dopo alcune dichiarazioni si possono determinare conseguenze pesanti, sia sul piano democratico sia su quello culturale. Inoltre, è cruciale comprendere quali effetti queste misure avranno sul sistema Paese, ormai indissolubilmente legato alle logiche globali.
Come investitore valutate anche tutte quelle iniziative sociali delle aziende che beneficiano le comunità?
Il bilancio di sostenibilità racconta proprio questo: gli effetti sugli stakeholder. Pensiamo, ad esempio, al settore bancario, dove è fondamentale monitorare non solo gli impatti interni, ma anche quelli esterni.
Il benessere dei lavoratori rappresenta il motore principale di qualsiasi azienda, sia nel settore dei beni che in quello dei servizi. Anche le tecnologie avanzate e lo smart working hanno fornito importanti spunti di riflessione, nel bene e nel male.
Un altro aspetto cruciale è il rapporto con il territorio, uno degli indicatori più attentamente monitorati, e questi indicatori vengono inclusi anche nei vari rating sociali utilizzati per misurare gli impatti. Quanto agli indicatori considerati, per noi è importante il criterio della proporzionalità: è giusto che non si chieda alle aziende un eccesso di dettaglio nelle loro analisi, ma deve passare il messaggio che neanche il piccolo artigiano può sottrarsi alla responsabilità del proprio agire, che ha un impatto sociale e ambientale che ricade su di sé e sulla collettività.
