L’ESMA analizza la nuova generazione di fondi europei dedicati alla decarbonizzazione dei settori più inquinanti.
L’Europa sta imparando a investire non solo nel “verde”, ma anche nel cambiamento. L’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) ha pubblicato un’analisi sulle strategie emergenti dei fondi di transizione, una nuova categoria di prodotti d’investimento che si sta ritagliando uno spazio crescente nell’universo ESG.
I fondi di transizione, spiega l’Autorità, non concentrano le risorse su aziende già sostenibili, bensì su quelle che stanno affrontando il loro percorso per diventarlo. Puntano dunque a finanziare la trasformazione dei settori ad alta intensità di emissioni, come industria, materiali o trasporti, contribuendo alla decarbonizzazione dell’economia reale.
Secondo i dati dell’ESMA, a fine 2024 erano attivi in Europa 121 fondi di transizione, per circa 30 miliardi di euro di asset in gestione (AuM), rappresentando circa il 5% in termini di AuM (in aumento rispetto a circa il 2% a gennaio 2022). Il fenomeno è ancora di nicchia, ma la crescita rapida e l’interesse del mercato indicano che questa tipologia di fondi potrebbe diventare un pilastro della finanza sostenibile europea.
Indice
Strategie, obiettivi e dati prospettici: come investono i fondi di transizione
L’analisi di ESMA mostra che la maggior parte di questi fondi definisce la propria ambizione di transizione a livello di portafoglio, con obiettivi come la riduzione delle emissioni complessive o l’aumento dell’esposizione verso attività “verdi”. Circa il 62% dei fondi adotta target dinamici, cioè con un percorso di miglioramento nel tempo, e due terzi traducono tali ambizioni in obiettivi misurabili e scadenze precise. Alcuni si allineano perfino al ritmo di riduzione del 7% annuo previsto dagli indici climatici europei.
Solo una minoranza (43%) dichiara di voler generare anche impatti diretti sull’economia reale, come la riduzione effettiva delle emissioni delle aziende in portafoglio. Nessuno, però, lega il successo del fondo esclusivamente a questo tipo di risultato, perché, come spiega l’ESMA, gli effetti concreti dipendono da molte variabili esterne, come le politiche pubbliche o le innovazioni tecnologiche.
In generale i fondi di transizione si basano su tre leve principali:
- Il positive screening, i gestori selezionano aziende che mostrano una reale prontezza alla transizione, con piani di decarbonizzazione, investimenti coerenti e obiettivi scientificamente validati.
- Il negative screening comporta l’esclusione di imprese o settori che non rispettano criteri climatici minimi o che non hanno un percorso di allineamento credibile.
- Infine, l’engagement rappresenta la componente più attiva e distintiva ovvero il dialogo diretto con le società partecipate, il voto in assemblea e, se necessario, misure di pressione o disinvestimento per stimolare progressi concreti. Secondo l’ESMA, l’88% dei fondi di transizione europei utilizza quest’ultima leva in modo sistematico, spesso fissando obiettivi e tempistiche di miglioramento.
Parallelamente, circa il 64% dei fondi di transizione utilizza dati prospettici, come i science-based targets (SBTs) o i piani di transizione climatica, per individuare le imprese più credibili nel loro percorso verso la sostenibilità. Le aziende con SBT approvati rappresentano in media la metà del portafoglio di questi fondi, a conferma di un orientamento più “scientifico” nella selezione.
L’uso dei rating ESG, invece, resta diffuso ma non sempre trasparente. Oltre l’80% dei fondi usa metriche interne, spesso descritte in modo generico, mentre meno della metà integra anche valutazioni esterne. Inoltre in pochi casi vengono indicati i fornitori o le metodologie, rendendo difficile per investitori e supervisori valutare la solidità dei criteri utilizzati.
In generale le metriche di monitoraggio più diffuse riguardano le emissioni complessive del portafoglio (76%) e l’esposizione a settori o attività in transizione (55%). Solo una minoranza utilizza indicatori legati ai dati forward-looking o ai rating ESG. Ciò riflette una finanza che, pur muovendosi verso la prospettiva di lungo periodo, resta ancora fortemente ancorata agli strumenti di misurazione tradizionali.
Un profilo d’investimento più industriale e azionario
Il quadro dei portafogli conferma che i fondi di transizione si distinguono per la composizione.
Rispetto agli altri fondi ESG, essi mostrano una maggiore esposizione ai settori industriali e dei materiali di base, più 5-10 punti percentuali in media. Questo orientamento verso i comparti più energivori è coerente con l’obiettivo di sostenere la transizione là dove è più difficile e più necessaria.
Parallelamente, i fondi di transizione investono più degli altri in aziende impegnate in soluzioni climatiche, dall’energia pulita alle tecnologie di cattura del carbonio, e in società con obiettivi climatici scientificamente validati.
Anche la struttura del portafoglio è diversa: in media il 60-65% degli investimenti è in azioni, contro circa il 50% dei fondi ESG tradizionali. L’orientamento più azionario consente ai gestori di esercitare un’influenza diretta sulle decisioni delle imprese, coerentemente con la centralità dell’engagement nelle strategie di transizione.
Un tassello chiave nella revisione del quadro normativo europeo
L’ESMA riconosce che i fondi di transizione rappresentano una frontiera avanzata della finanza sostenibile, ma il quadro regolatorio non li inquadra ancora pienamente. È anche per questo che la revisione del Regolamento SFDR dovrebbe introdurre una categoria specifica dedicata a questi fondi.
Una classificazione chiara aiuterebbe a riconoscere e regolamentare un segmento di mercato in rapida espansione, evitando al tempo stesso il rischio di greenwashing. Ma perché sia credibile, questa categoria dovrà essere accompagnata da solidi meccanismi di verifica e da una trasparenza più rigorosa sulle metodologie e sui dati.
Per l’ESMA, il messaggio è dunque chiaro: i fondi di transizione funzionano solo se basati su dati prospettici affidabili, su metriche verificabili e su un impegno reale con le imprese. Se questi elementi verranno preservati anche nelle future regole europee, la finanza potrà svolgere fino in fondo il proprio ruolo nel sostenere la decarbonizzazione e nel trasformare la transizione ecologica da vincolo economico in opportunità di crescita.
