La Française AM BALBINOT | ESG News

Intervista

Come decodificare le complessità della temperatura di portafoglio

Con la pubblicazione, lo scorso marzo, dell’ultimo capitolo del Sesto Rapporto di Valutazione (AR6) del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC), il 2023 ha segnato un punto di svolta nella narrazione del cambiamento climatico globale. Nelle sue quasi 10.000 pagine, la massima autorità in materia di scienza del cambiamento climatico ha messo a fuoco la drammatica realtà che il riscaldamento globale molto probabilmente non raggiungerà l’auspicata soglia degli 1,5°C nel breve e medio termine.

Questo punto di partenza ha alimentato il rapporto Global Stocktake della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici tenutasi a dicembre negli Emirati Arabi Uniti, la COP28, che evidenzia come la traiettoria di 1,5° C richieda una riduzione delle emissioni globali del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019 e del 60% entro il 2035. 

All’indomani di entrambi i rapporti di riferimento, Océane Balbinot-Viale, Senior ESG Analyst di La Française AM, spiega in questa intervista a ESGnews l’importanza del ruolo delle istituzioni finanziarie, oggi più cruciale che mai. « Il settore finanziario si è trovato ulteriormente al centro della scena », esordisce così l’esperto di La Française AM. 

Perché il settore finanziario ha un ruolo fondamentale nel percorso verso il net zero ?

L’influenza del settore finanziario sull’allocazione del capitale globale gli offre un’opportunità unica di guidare la transizione verso un’economia sostenibile e a basse emissioni di carbonio. Questo, insieme a normative globali sempre più stringenti, sta portando un numero crescente di istituzioni a impegnarsi ad allinearsi all’Accordo di Parigi. Tuttavia, il percorso verso il “Net Zero” è complesso. 

Quali sono le maggiori sfide e opportunità per gli investitori in questo scenario ?

Mentre la finestra di opportunità per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C si restringe, gli investitori sono alle prese con uno degli strumenti più critici della loro strategia climatica: la valutazione della temperatura del portafoglio. Questa misura è più di un semplice simbolo dell’impatto ambientale di un portafoglio : è un riflesso tangibile del potenziale grado di riscaldamento globale che le emissioni degli investimenti sottostanti potrebbero causare.

Quali sono i vantaggi che porta con sé la valutazione della temperatura del portafoglio ?

La “temperatura” del portafoglio fornisce agli investitori informazioni cruciali su vari fronti. In primo luogo, offre un mezzo per monitorare e misurare i progressi verso gli obiettivi di decarbonizzazione. Le valutazioni periodiche della temperatura possono servire come indicatore di performance, consentendo agli investitori di valutare se un portafoglio è sulla buona strada per raggiungere il “Net Zero”.

In secondo luogo, le valutazioni aiutano a identificare e mitigare i rischi finanziari legati al clima. Un portafoglio orientato verso asset ad alte emissioni non solo non è corretto dal punto di vista ambientale, ma potrebbe anche incorrere in significativi rischi finanziari – normativi, di mercato, di reputazione e di contenzioso – in un mondo che sta passando ad alternative a più basso contenuto di carbonio. Infine, una solida valutazione della temperatura può migliorare la responsabilità e la trasparenza, rispondendo alla crescente domanda degli stakeholder di informazioni complete sul clima e di investimenti etici. Tuttavia, determinare la temperatura di un portafoglio non è un compito semplice. 

Può spiegarci meglio cosa ostacola la valutazione della temperatura del portafoglio ?

L’assenza di un approccio universalmente approvato implica la necessità di navigare in un complesso panorama di metodologie, ognuna con i propri punti di forza, limiti e pregiudizi intrinseci. Che si tratti del “Climate Disclosure Project (CDP) – World Wildlife Fund (WWF) Temperature Rating”, della metodologia “Trucost Portfolio 2°C Alignment Assessment” di S&P, del “The Paris Agreement Capital Transition Assessment” (PACTA), del modello “Implied Temperature Rise” (ITR) di MSCI o della metodologia “Carbon Impact Analytics” (CIA) di Carbon4, gli investitori si trovano di fronte a una serie di strumenti diversi per guidare il loro viaggio verso il net zero.

Come si confrontano queste metodologie e quali sono i loro meriti relativi e le potenziali insidie? E, come investitori, quali conclusioni potete trarre dai vari risultati relativi al contributo dei portafogli a un futuro a basse emissioni di carbonio?

Comprendere la gamma di metodologie è un primo passo necessario. La scelta della metodologia ovviamente condizionerà le strategie climatiche degli investitori, influenzando così le decisioni di disinvestimento, l’allocazione del capitale, l’impegno degli azionisti e la difesa delle politiche. In un mondo che si trova ad affrontare sfide climatiche senza precedenti, queste decisioni potrebbero fare la differenza tra un futuro caratterizzato da cambiamenti climatici inarrestabili e un mondo “net zero.