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Intervista

Hsu (Wellington Climate Strategy Fund): i dati sul clima fattore strategico per battere l’indice

Incorporare gli aspetti climatici nell’analisi degli investimenti è sempre più importante e urgente. Ne sono convinti alla Wellington asset management, il cui team di ricerca sul clima è stato nominato come vincitore ai Sustainable investment awards 2022 come capacità di innovazione. Gli impatti delle questioni climatiche sugli investimenti sono spesso sottostimati dal mercato, ma l’attuale crisi energetica dettata dalle tensioni geopolitiche, rende ancora più evidente l’importanza di focalizzarsi su questi temi.

Per comprendere qual è la visione strategica sull’attuale situazione e come poter cogliere le opportunità di investimento legate al clima, evitando le aziende più esposte ai rischi e puntando su quelle che hanno un impatto migliore, ESGnews ha intervistato Alan Hsu, gestore del Wellington Climate Strategy Fund. Il fondo della casa statunitense, lanciato nel 2018, è gestito attivamente con l’obiettivo di battere l’indice MSCI All Country World (performance dal lancio del fondo 11,3% contro il 6,8% dell’indice) e contribuendo al contempo all’obiettivo ambientale di mitigazione del rischio climatico (agendo sulle cause e minimizzando i possibili impatti dei cambiamenti climatici) e adattamento (con l’obiettivo di ridurre gli effetti negativi dei cambiamenti climatici o di aiutare le comunità ad adattarsi all’impatto dei cambiamenti climatici).

Il management di Wellington pone molta enfasi sulla ricerca e ha stretto diverse alleanze con istituzioni scientifiche (Woodwell Climate Research e MIT) per aumentare le proprie capacità di analisi climatica. Qual è il vostro approccio e quali sono gli strumenti distintivi di cui disponete?

Alan Hsu, Managing Director e gestore azionario, Wellington Management

Da oltre un decennio siamo impegnati a comprendere meglio gli impatti del cambiamento climatico sui mercati dei capitali. Grazie alle partnership con istituti primari, abbiamo iniziato ad integrare sia i rischi fisici (ad esempio, caldo estremo, siccità, scarsità d’acqua, inondazioni, uragani, incendi e così via) sia i rischi di transizione (ad esempio, politiche e normative, sconvolgimenti tecnologici, cambiamenti nel comportamento della società, ecc) all’interno delle scelte di investimento.

Oltre a disporre di un team dedicato alla ricerca sui cambiamenti climatici e sugli investimenti sostenibili, abbiamo stabilito partnership esterne con Woodwell Climate Research Center e MIT Joint Program. Grazie alle specializzazzioni dei team coinvolti siamo in grado di comprendere meglio i rischi climatici e come potrebbero influenzare il mercato dei capitali.

Abbiamo integrato la ricerca di Woodwell in uno strumento proprietario chiamato CERA (Climate Exposure Risk Analysis) che ci permette di analizzare in modo agevole gli impatti fisici dei cambiamenti climatici globali. Inoltre, abbiamo accesso al modello (IGSM) creato dagli esperti del MIT per analizzare le interazioni tra l’uomo e il pianeta Terra che derivano dagli impatti inattesi della crescita economica e demografica globale sulla disponibilità di risorse naturali, sul clima e sulla qualità dell’aria e dell’acqua.

Ritiene che la capacità degli asset manager di indirizzare gli investimenti verso aziende con un impatto ambientale positivo possa contribuire efficacemente all’accelerazione verso la transizione energetica, resa ancora più necessaria dall’attuale crisi climatica?

Sì, crediamo che investire in aziende che possano mitigare o adattarsi agli effetti dei cambiamenti ambientali possa accrescere l’ecosistema di soluzioni climatiche. Crediamo che la combinazione di investimenti pubblici e privati sia cruciale per stimolare l’innovazione, ridurre i costi di adozione e rendere queste soluzioni più diffuse. Miliardi di dollari di investimenti sono necessari a promuovere una transizione energetica sostenibile.

Quali caratteristiche contraddistinguono il Climate Strategy Fund?

Ci sono quattro aspetti fondamentali distintivi del nostro modo di operare. Puntiamo a combinare rendimenti finanziari competitivi, con una forte attenzione alle sfide climatiche. I nostri team di ricerca beneficiano dello studio della scienza del clima. Consideriamo i cambiamenti climatici come opportunità e rendimento e non solo un costo o rischio da evitare. Questo ci porta a selezionare aziende con un approccio più blend, rispetto a portafogli tipicamente mid-cap growth. Infine abbiamo quindici anni di esperienza nella gestione della nostra strategia sul clima.

Climate Strategy seleziona le aziende non solo in base ai potenziali ritorni finanziari, ma anche valutando il loro impatto sull’ambiente. Quali criteri di selezione utilizzate e quali metriche per valutare l’impatto?

Il nostro processo di misurazione è basato su KPI che fanno leva su report aziendali e modelli proprietari. Per essere idonea all’inclusione, un’azienda deve avere almeno il 50% dei suoi ricavi derivanti da attività coivolte nella mitigazione o adattamento. Il nostro universo proprietario è costruito sulla base di questo framework e ci aspettiamo che il set di opportunità continui a crescere e ad evolversi nel tempo. Su base annua puntiamo a comprendere il beneficio ambientale delle varie tecnologie rappresentate in portafoglio e determinare il contributo ai nostri KPI.

Quali sono i principali KPI che il vostro team di gestione considera nel processo di analisi delle società in cui investe?

I KPI tipici di ciascun titolo sono ad esempio, le emissioni di CO2 evitate (t), la quantità di elettricità rinnovabile prodotta (MWh) o l’acqua trattata (megalitri).

Investite nel gas o nel nucleare?

Il nostro fondo, Wellington Climate Strategy, esclude le principali società di combustibili fossili e carbone, applicando uno screening che scarta le prime 100 società di gas naturale, carbone termico e petrolio in base alle riserve. Il fondo non investe nel nucleare.

Può fornirci alcuni esempi concreti di aziende che soddisfano i requisiti di investimento del Fondo per la strategia sul clima?

Selezioniamo aziende legate a cinque grandi temi: elettricità a basse emissioni di CO2 (energia rinnovabile e progettazione di infrastrutture), efficienza energetica (tecnologia intelligente e soluzioni abitative), trasporti a basse emissioni di CO2 (veicoli elettrici, tecnologia delle batterie, stazioni di ricarica, progettazione di infrastrutture), gestione dell’acqua e delle risorse (controllo dell’inquinamento, materiali chiave, tecnologia agricola) e infrastrutture resilienti al clima (assicurazioni, agenzie di rating, materiali da costruzione e costruttori).

Quali altri settori prediligete?

La maggior parte del portafoglio è esposto ad aziende in servizi di pubblica utilità e industria, in quanto si tratta di settori che tendono a includere società che affrontano le sfide ambientali e/o cercano di migliorare l’efficienza del consumo di risorse. A margine investiamo anche in settori quali la tecnologia, come ad esempio una società che sviluppa inverter fotovoltaici e software per la gestione di impianti solari, ma anche in materiali e real estate.

Investite per la maggior parte in società statunitensi, ritenete che le migliori opportunità siano lì? Investiamo in società di tutto il mondo, ma attualmente abbiamo una posizione conservativa che si concentra principalmente negli Stati Uniti in risposta al conteso economico globale. Abbiamo ridotto la nostra esposizione all’Europa a seguito dell’invasione dell’Ucraina e del crescente rischio di recessione, nonostante la spinta per l’indipendenza energetica e ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas russo. Abbiamo inoltre ridotto la nostra esposizione al Giappone a causa dell’impatto che la politica monetaria dovish della Banca del Giappone potrebbe avere sull’inflazione.