L'impatto ambientale dello smart working

EcoAct, l’impatto ambientale del smart working

Lo smart working fa bene all’ambiente? Il fatto che gli uffici siano chiusi e i lavoratori non si debbano recare in ufficio ha un impatto positivo sull’atmosfera? EcoAct, società statunitense che accompagna le aziende ad affrontare le sfide del cambiamento climatico, ha elaborato, insieme a Lloyds Banking Group e NatWest Group, un report intitolato “Homeworking emissions whitepaper” proprio per capire come il lavoro da remoto impatta l’ambiente. La risposta però non è netta.

E’ vero che nelle condizioni attuali le aziende hanno ridotto sia Scope 1 e sia Scope 2, ovvero le emissioni dirette ed indirette, tuttavia risulta difficile determinare l’impatto generato dai dipendenti che lavorano da casa. Il report però aiuta ad arrivare a una risposta identificando gli indicatori che possono determinare l’impatto ambientale del lavoro da remoto.

Il primo indicatore è il consumo energetico dovuto all’uso dei dispositivi elettronici necessari allo svolgimento dell’attività lavorativa quotidiana da parte di ogni dipendente. Secondo lo studio del CIBSE Guide F del 2012, il consumo medio per un desk è pari a 140W.  

Il secondo indicatore è il consumo per il riscaldamento dovuto al fatto che le persone sono costrette ad aumentare il proprio utilizzo. Su questo indicatore si deve considerare il fatto che le fonti di energia consumata sono sia il gas naturale sia l’energia elettrica.

Il terzo indicatore è l’energia consumata per il raffreddamento delle abitazioni. In questo caso saranno considerate solo le emissioni da consumo dell’energia elettrica.