Chiara Rodriquez Presidente Materially | ESG News

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Rodriquez (Materially): come sta evolvendo la sostenibilità tra materiali innovativi e analisi LCA

Come già avvenuto per il packaging e per i prodotti usa e getta, anche nei prodotti durevoli le normative sull’ecodesign guidano la transizione verso materiali con un ridotto impatto ambientale. C’è davvero un gran fermento in tutti i settori industriali attorno alle nuove soluzioni materiali, ma anche verso una migliore comprensione di cosa significa davvero la sostenibilità nell’uso della materia. “Stiamo passando molto velocemente da un concetto di sostenibilità legato solo al riciclo o al “bio”, ad uno più complessivo, fondato su misurazioni di impatto il più possibile accurate, che tengano conto di tutti i passaggi del ciclo di vita di un prodotto” dichiara in questa intervista Chiara Rodriquez, Presidente di Materially.

Materially è un centro di ricerca e consulenza con focus su materiali innovativi e sostenibili per l’industria manifatturiera e per ogni applicazione design driven. Nata a gennaio 2020 la società supporta le aziende in maniera multidisciplinare affiancandole non solo nella scelta dei materiali e nella ricerca dei principali trend di mercato, ma anche nell’integrazione di principi di economia circolare e di ecodesign oltre che in ambito di comunicazione.

E se, da un lato, non è facile classificare i materiali “migliori” o “peggiori” in ambito di performance di sostenibilità in quanto dipende molto dal settore applicativo, sostiene Rodriquez, dall’altro “dal nostro osservatorio possiamo dire che c’è molto interesse verso la comprensione di cosa significa davvero “materiale sostenibile”. E proprio per questo Materially sta collaborando con FederlegnoArredo alla realizzazione di una piattaforma sui materiali in cui vengano messe in evidenza le caratteristiche di sostenibilità ambientali effettive: “niente greenwashing, solo affermazioni sostenute da misure o certificazioni. Il tutto a favore degli associati, con la finalità ultima di aumentare la consapevolezza del settore e ridurre l’impatto complessivo dell’intero comparto” conclude la presidente.

Materially aiuta le aziende a ridurre il proprio impatto ambientale a partire dalla scelta dei materiali. Come si misura la sostenibilità di un materiale?

Esistono metodologie consolidate di Life Cycle Assessment (LCA), che può essere validato attraverso una Environmental Product Declaration (EPD), per analizzare l’impatto complessivo di un materiale. L’LCA aiuta non solo le aziende a farsi un’idea rispetto alle tipologie di materiali più o meno impattanti, ma anche i produttori stessi a capire come fare a migliorare: se è più utile, per esempio, intervenire sulle materie prime, o sui processi produttivi. Per ogni specifica tipologia di materiali esistono poi tematiche di impatto specifiche, che solitamente sono accompagnate da certificazioni relative. Per esempio, nel tessile è particolarmente rilevante la tracciabilità della catena di fornitura, negli interni, l’emissione di composti organici volatili, nelle materie plastiche, il contenuto riciclato o biobased eccetera.

Quali sono i materiali più sostenibili e come garantire che lo siano?

Onestamente è difficile classificare i materiali in termini di “migliore” o “peggiore” perché dipende molto dal settore applicativo. Un esempio classico che si fa sempre è il confronto tra un bene durevole, ad esempio una sedia, realizzata in cartone oppure in plastica. D’istinto, uno potrebbe valutare il cartone come materiale migliore, ma se poi introduciamo la durabilità nel ragionamento, ecco che la sedia in plastica diventa immediatamente più sensata. Per garantire la stessa prestazione a parità di tempo, infatti, servono decine e decine di sedie in cartone, azzerando (oppure addirittura ribaltando) il vantaggio ambientale del singolo prodotto.

Inserite anche la valutazione della circolarità nel vostro modello di analisi?

Sì, anche se non siamo un ente certificatore. Ciò che facciamo è recuperare i dati di sostenibilità dei materiali che inseriamo nei nostri report. Ne verifichiamo la serietà attraverso la presenza di certificazioni o EPD, in modo dare ai nostri clienti anche un orientamento rispetto alle scelte da operare. La cosa più difficile è districarsi tra le affermazioni greenwashing e capire davvero quali sono gli impatti reali del materiale che andiamo a selezionare.

Dal vostro osservatorio a che punto sono le aziende italiane nella scelta dei materiali? Può fare qualche esempio?

L’Italia è un paese la cui manifattura si basa sull’alta qualità del prodotto finale, un po’ in tutti i settori, per cui le nostre aziende non possono permettersi di restare indietro su temi così importanti. Dal nostro osservatorio possiamo dire che c’è molto interesse verso la comprensione di cosa significa davvero “materiale sostenibile”- Lo vediamo dal successo dei percorsi formativi che proponiamo sull’argomento e dalle richieste che riceviamo per progetti di consulenza. Un esempio significativo che farei riguarda non tanto una singola azienda, quanto un intero comparto, ovvero quello del legno arredo: stiamo infatti collaborando con FederlegnoArredo alla realizzazione di una piattaforma sui materiali in cui vengano messe in evidenza le caratteristiche di sostenibilità ambientali effettive: quindi niente greenwashing, solo affermazioni sostenute da misure o certificazioni. Il tutto a favore degli associati, con la finalità ultima di aumentare la consapevolezza del settore e ridurre l’impatto complessivo dell’intero comparto.

Un tema di cui spesso si dibatte è la non riciclabilità del poliuretano espanso usato per le imbottiture. Esistono alternative valide?

In effetti il poliuretano espanso è un materiale formidabile di difficilissimo rimpiazzo per le sue prestazioni, economicità, durevolezza e facilità di lavorazione. Le alternative attualmente disponibili di solito prevedono la combinazione di più materiali per riuscire a garantire delle prestazioni di comfort simili al PU, ad esempio materiali simili ma termoplastici, e quindi riciclabili, come mesh di polietilene estruso, combinati con TNT con fibre orientate verticalmente. Oppure l’utilizzo di materiali tradizionali e naturali, come la piuma, i cascami di seta, la fibra di cocco, perfino il crine di cavallo. O ancora, soprattutto per materassi, molle insacchettate individualmente che possono essere separate e riutilizzate o riciclate a fine vita. Alcune aziende stanno sperimentando sedute senza il PU, solo con strutture tessili tese su uno scheletro di metallo. Ma anche il settore del poliuretano non resta a guardare: a parte i processi produttivi, che da anni ormai non prevedono più l’utilizzo di sostanze chimiche espandenti, almeno in Italia, i produttori propongono già soluzioni con contenuto parzialmente riciclato (closed loop), o bio-based. Sul fronte fine vita, sono in corso sperimentazioni avanzate per riciclare l’espanso sia meccanicamente (e qui il problema è il mantenimento di prestazioni minime), sia chimicamente (dove l’ostacolo maggiore è il consumo energetico del processo). Insomma, si sta lavorando su tutti i fronti.

Quali sono, invece, le sostanze dalle quali stare alla larga?

Per fortuna esistono degli enti a livello europeo che già definiscono e monitorano i livelli di tossicità dei materiali. Il legislatore poi si muove di conseguenza, ponendo dei limiti ai produttori. Quindi mi sentirei di rassicurare rispetto alla sicurezza dei materiali utilizzati in Europa. Certo, ci sono materiali che hanno storicamente impattato di più (si pensi ai livelli di PFAS nelle falde acquifere venete, dovuti al rilascio dei cosiddetti “forever chemicals” nei passati decenni da parte delle industrie, soprattutto conciarie); ma oggi c’è maggiore consapevolezza e si sta progressivamente andando verso l’abbandono di queste sostanze chimiche, o almeno verso un loro utilizzo controllato. 

Come possono fare i consumatori a capire quali prodotti acquistare per fare scelte sostenibili e arredare la casa in modo sano e durevole?

Come dicevo prima, il settore legno-arredo italiano sta facendo degli sforzi davvero importanti sia verso la sostenibilità, sia verso una comunicazione più trasparente, ed esistono già norme restrittive rispetto alla sostenibilità dei materiali da utilizzare in questo settore. In linea generale, consiglierei di affidarsi alle certificazioni di qualità dell’aria, che valutano i materiali con emissioni minime o nulle di composti organici volatili, e alle certificazioni in generale, purché europee e riconosciute (ad esempio Ecolabel); e di fare scelte improntate alla durabilità e alla riparabilità, direzione verso cui stanno andando comunque le normative, a partire dall’ESPR (Ecodesign for Sustainable Products Regulation).