Nel 2024 i prezzi globali del cacao sono aumentati del 300%, le cipolle in India dell’89%, il cavolo in Corea del 70% e l’olio d’oliva europeo del 50% e la colpa è del cambiamento climatico. Lo afferma un recente studio del Barcelona Supercomputing Center ha dimostrato in modo inequivocabile che gli eventi climatici estremi, in particolare le ondate di calore e le siccità, calamità esasperate dal climate change, stanno generando impennate improvvise nei prezzi dei generi alimentari essenziali a livello globale. Il legame tra cambiamento climatico e instabilità economica non è più quindi una proiezione teorica ma è già una realtà concreta.
L’analisi sottolinea come non si tratti purtroppo di eventi eccezionali, bensì della nuova normalità. Le temperature registrate durante questi eventi estremi sono “fuori scala”, tanto che nel 2024 le temperature globali hanno superato per la prima volta la soglia di 1,5 °C. Ma la cosa che più preoccupa sono i tempi: se ricerche precedenti registravano le impennate di prezzi sul lungo periodo oggi si parla addirittura di pochi mesi dopo l’evento climatico estremo. Questo rende il fenomeno altamente imprevedibile e difficile da gestire con strumenti economici convenzionali.
Indice
Gli effetti economici e finanziari del cambiamento climatico sul cibo
Le ondate di calore nell’Asia orientale nel corso del 2024 hanno portato a temperature mensili senza precedenti praticamente in tutta la Corea del Sud e il Giappone, nonché in ampie zone di Cina e India. In quest’ultima, un’ondata di calore a maggio 2023 ha fatto balzare i prezzi delle cipolle dell’89%, mentre in Corea del Sud i prezzi del cavolo sono saliti del 70%. Il riso in Giappone ha subito un rincaro del 48% in seguito a un’estate anormalmente calda, mentre in Cina i prezzi dei vegetali sono aumentati del 30%. Anche le economie occidentali avanzate hanno subito impatti significativi. Negli Stati Uniti, la siccità che ha colpito California e Arizona nel novembre 2022 ha portato a un aumento dei prezzi degli ortaggi dell’80%. In Europa, invece, la prolungata siccità che ha colpito la Spagna che tra il 2022 e il 2023 ha ridotto drasticamente la produzione di olive, causando un aumento del 50% del prezzo dell’olio d’oliva.

Oltre agli effetti sui mercati nazionali, i recenti eventi climatici estremi hanno anche fatto aumentare i prezzi globali di importanti prodotti alimentari. Ad esempio, Ghana e Costa d’Avorio producono quasi il 60% del cacao mondiale. Le temperature mensili senza precedenti nella maggior parte di entrambi i Paesi nel febbraio 2024, sommate a una prolungata siccità nell’anno precedente, hanno portato a un aumento dei prezzi globali del cacao di circa il 300% entro aprile 2024 rispetto all’anno precedente. Effetti simili sono stati osservati per il caffè a seguito di ondate di calore e siccità in Vietnam e Brasile nel 2024. Questa interconnessione dei mercati evidenzia come i rischi climatici possano propagarsi rapidamente lungo le catene di approvvigionamento internazionali, minando la stabilità economica anche nei paesi apparentemente meno esposti.
Dal punto di vista finanziario, le implicazioni sono enormi. Le banche centrali, già impegnate nel mantenimento della stabilità dei prezzi, potrebbero trovarsi sempre più in difficoltà nel raggiungere i propri obiettivi, qualora gli eventi climatici estremi rendano i prezzi alimentari più volatili sia a livello nazionale sia nei mercati internazionali. Il rischio è particolarmente rilevante per i paesi in via di sviluppo, dove il peso dei beni alimentari sull’indice dei prezzi al consumo è significativamente più elevato rispetto alle economie avanzate.
Oltre agli effetti economici, l’inflazione alimentare legata al clima potrebbe acquisire una crescente centralità politica. La storia infatti offre numerosi esempi in cui l’aumento del costo del cibo ha anticipato disordini politici e rivolte sociali: dalla Rivoluzione francese a quella russa, fino alla crisi alimentare del 2008-2009 e alla Primavera araba del 2011. A supporto di questi collegamenti storici, studi recenti mostrano una solida correlazione tra l’aumento mensile dei prezzi alimentari e l’insorgenza di disordini civili. Un esempio più recente è l’embargo russo all’export di grano del 2010, motivato da incendi alimentati da ondate di calore, ha avuto un effetto domino sui prezzi internazionali, provocando proteste per il pane in Mozambico.
Il problema ovviamente non è solo macroeconomico ma anche sociale. L’aumento dei prezzi alimentari ha conseguenze dirette e significative sulla sicurezza alimentare, soprattutto per le famiglie a basso reddito. Queste si trovano spesso costrette a scegliere tra tre opzioni, tutte problematiche: continuare a spendere la stessa cifra ma acquistare meno cibo (con il rischio concreto di soffrire la fame o dover ricorrere all’assistenza alimentare); mantenere invariata la spesa optando però per alimenti più economici e meno nutrienti, eliminando in particolare frutta e verdura (più costose in termini calorici); oppure destinare una quota ancora maggiore del proprio reddito all’alimentazione, con inevitabili ripercussioni sulla capacità di far fronte ad altre spese essenziali. Queste dinamiche sono fortemente regressive, poiché amplificano le disparità esistenti tra i diversi livelli di reddito. Inoltre il fatto che i rincari più marcati si verifichino nei paesi più caldi, che sono spesso anche più poveri, contribuisce ulteriormente ad aggravare questi squilibri.
Infine, l’aumento dei prezzi alimentari comporta rischi rilevanti per la salute pubblica. Quando i consumatori si orientano verso opzioni meno costose, spesso a scapito della qualità nutrizionale, o quando il costo di alimenti fondamentali come frutta e verdura fresca cresce in modo significativo a causa di eventi climatici estremi, le conseguenze sulla dieta diventano tangibili. Malattie legate all’alimentazione, che sono già oggi la principale causa di mortalità globale, potrebbero intensificarsi ulteriormente. Dalla malnutrizione alle patologie croniche come diabete di tipo 2, coronaropatie e alcune forme di tumore, gli effetti sono particolarmente gravi per i bambini, le cui esigenze nutrizionali sono maggiori. A questi si aggiungono i crescenti segnali di correlazione tra insicurezza alimentare, cattive abitudini alimentari e problemi di salute mentale. L’insieme di questi fattori rappresenta una minaccia concreta per i sistemi sanitari, comportando potenziali aumenti significativi della spesa pubblica in ambito sanitario, legati proprio alle impennate dei prezzi alimentari causate dal cambiamento climatico.
Per gli investitori attenti ai criteri ESG (Environmental, Social, Governance), questi dati impongono una riflessione urgente. La resilienza climatica delle catene alimentari, la governance delle politiche agricole e la sostenibilità dei modelli di consumo devono diventare priorità nelle strategie finanziarie. Ignorare questi segnali significa sottovalutare rischi sistemici che possono colpire i portafogli, minare la sicurezza economica e amplificare le tensioni geopolitiche.
