A cura di Ciro Armigero, CNDCEC

Sostenibilità e controllo della catena di fornitura: nuove sfide dopo le indagini sull’alta moda

Con l’amministrazione giudiziaria nei confronti di Loro Piana, nell’ambito delle recenti indagini avviate dalla Procura di Milano, è ormai chiaro che il dibattito sulla responsabilità sociale d’impresa, in particolare nel settore dell’alta moda, non può essere messo in secondo piano. In questo contributo, Ciro Armigero, Docente in Gestione e sostenibilità delle Imprese, Politecnico di Bari, Componente Commissione studio “Reporting di Sostenibilità” del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili sottolinea la necessità di superare una logica di mera delega ai fornitori e riconoscere la due diligence come elemento strutturale della governance aziendale. Questo nuovo approccio giuridico, che ha la propria origine dalle richieste normative dell’UE, ma che si sta trasformando anche in aspetto culturale, segna una svolta potenzialmente decisiva. Di seguito l’analisi di Armigero.

Le recenti indagini condotte dalla Procura di Milano rappresentano un momento di svolta per la gestione della responsabilità sociale nelle filiere produttive, in particolare nel comparto dell’alta moda. Questo filone mira a dimostrare come la tutela dei diritti dei lavoratori non possa più essere considerata un tema marginale o delegabile esclusivamente ai fornitori, ma debba invece costituire parte integrante della governance delle imprese committenti azione imprescindibile per “rimuovere quelle situazioni tossiche”, per dirla con le parole scritte dal pm Paolo Storari.

Dal punto di vista giuridico, il dato di maggiore rilievo riguarderebbe l’applicazione di una responsabilità oggettiva basata su una forma di negligenza colposa. Le case madri non sarebbero imputate di sfruttamento diretto, bensì di non aver implementato adeguati sistemi di monitoraggio e di controllo nelle imprese subappaltatrici. Questo paradigma segna un passaggio cruciale rispetto alle prassi precedenti, segnando la fine di una delega totale di responsabilità e ponendo l’accento sulla necessità di una due diligence più rigorosa e sistematica lungo tutta la catena di fornitura.

La letteratura e le normative internazionali – come evidenziato dalle linee guida OCSE e dalla recente Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) adottata dall’Unione Europea – sottolineano l’obbligo per le aziende di integrare politiche di sostenibilità e compliance nella gestione complessiva dell’attività e delle relazioni commerciali. Ciò implica l’adozione di modelli organizzativi che prevedano: identificazione e valutazione preventiva dei rischi di sfruttamento, ambientali e sociali; definizione di azioni correttive; monitoraggio continuo e comunicazione trasparente degli esiti delle attività di controllo.

Il mero adempimento formale – quale la semplice sottoscrizione di codici etici o autocertificazioni – lascia il passo all’avvio di una vera e propria cultura della due diligence. A tal fine, la definizione e il monitoraggio di indicatori quantitativi (KPI) costituiscono strumenti fondamentali per misurare il grado di subappalto, la capacità produttiva reale dei fornitori e l’effettiva economicità delle commesse, elementi critici per identificare potenziali situazioni di rischio di sfruttamento o di condizioni lavorative non conformi. Misurazioni che l’applicazione degli ESRS o del GRI agevolano enormemente.

Nonostante questo quadro tecnico normativo avanzato, il recente impulso verso la cosiddetta “sburocratizzazione” – incarnato dai pacchetti Omnibus dell’UE – introduce una tensione nel sistema. Se da un lato la semplificazione normativa e la riduzione degli oneri amministrativi sono auspicabili, soprattutto per le PMI, dall’altro sussiste il rischio concreto che tale alleggerimento indebolisca la qualità e la completezza delle informazioni di sostenibilità necessarie a garantire un controllo effettivo e trasparente delle filiere produttive.

Un equilibrio virtuoso richiede dunque che le imprese e le istituzioni procedano con spirito critico e consapevole, mantenendo al centro l’integrità delle pratiche di governance e la tutela dei diritti umani. La due diligence, infatti, è oggi riconosciuta non solo come una responsabilità normativa e morale, ma come uno strumento strategico per proteggere la reputazione aziendale e assicurare la sostenibilità a lungo termine del made in Italy.

La sostenibilità e il controllo della catena di fornitura non possono essere considerati semplici obblighi regolatori o pratiche di conformità formale. Essi rappresentano un imperativo gestionale e strategico che richiede un cambio di paradigma, in cui il monitoraggio, la trasparenza e la responsabilità sociale divengano pilastri fondamentali per il successo e la legittimazione delle imprese nel contesto globale sul quale costruire sistemi di premialità anche di natura fiscale capaci di innescare meccanismi di vantaggio competitivo e crescita virtuosa.

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