Se la condanna a mine antiuomo e bombe a grappolo è pressoché unanime e chiara, non può dirsi lo stesso
della normativa italiana che vuole contrastare la produzione e il finanziamento di queste armi controverse.
Il riferimento è alla legge 220/2021 che è poco trasparente e, anche se valida nei propositi, difficile da attuare anche per gli investitori esteri che vogliono adeguarvisi e prevede sanzioni penali che possono colpire chi ha scelto un indice o un fondo, senza avvedersi di avere investito in qualche modo in titoli di imprese legate al settore delle mine
antiuomo e bombe a grappolo. È questa la situazione messa in luce dal seminario “Mine antiuomo e
bombe a grappolo, una legge che ha mandato in confusione gestori e authority” su cui si sono confrontati
Giulio Centemero, membro della Camera dei deputati dal 2018, Francesco Paolo Crocenzi, studio legale
Crocenzi & Associati e Claudio Kofler, amministratore delegato di Nummus.Info, centro di ricerca per la
finanza etica e sostenibile.
La confusione espressa nel titolo fa riferimento al fatto che in Italia possono esserci banche che rifiutano
investimenti in Etf specializzati nel settore della Difesa, perché le azioni sono in black list, mentre altri
intermediari possono autorizzare gli stessi investimenti facendo riferimenti ad altre valutazioni.
L’applicazione di questa normativa che prevede misure per contrastare il finanziamento delle imprese
produttrici di mine antiuomo e bombe a grappolo da parte degli istituti di credito, compagnie di
assicurazione, Sim, società di gestione di fondi comuni, fondi pensione ed emittenti di Etf, ha molte zone
grigie. E questo fa sì che circa 300 strumenti finanziari venduti in Italia rischiano di essere proibiti per alcuni
o tutti gli investitori italiani. I dubbi interpretativi relativi a questa legge non si sono risolti con le istruzioni
fornite al mercato nel luglio 2024 dalle authority (Bankitalia, Covip, Ivass e Mef) e che sono entrate in
vigore da febbraio di quest’anno. Questa legge italiana di recepimento, inoltre, supera i vincoli previsti dalle
Convenzioni internazionali secondo gli operatori e crea una situazione per cui, ad esempio, i piccoli
investitori non hanno tutti le stesse opportunità di investimento.
A fare una black list pubblica che ha messo in chiaro i titoli da escludere in un portafoglio, anche per essere
in linea con questa normativa, ci ha pensato Nummus che si è basata su liste pubbliche, vari infoprovider,
ricerche dirette e talvolta anche con richieste di informazioni dirette all’esercito italiano per capire il
funzionamento di determinati armamenti. Per i casi più difficili da valutare, non è mancato il dialogo diretto
con le aziende oggetto di analisi. Questa lista, è stato detto, viene controllata e aggiornata mensilmente. Si
tratta, è stato sottolineato, di società quotate e quindi con obblighi di disclosure verso il pubblico e con una
regolamentazione da seguire: per contestare l’inserimento e quindi ottenere la spunta dalla black list, ha
sostenuto Kofler, occorre un documento pubblico che attesti il non coinvolgimento in questo settore.
Le convenzioni internazionali in questo ambito (come quelle di Oslo e Ottawa) sono chiare nello stabilire i
divieti, la normativa in Italia invece ha ampliato a tal punto i criteri di valutazione da produrre
un’indeterminatezza che rende il perimetro di inclusione o esclusione di titoli molto variabile. A complicare
le cose anche i tempi lunghi dei percorsi legislativi, non sempre adeguati alle evoluzioni tecnologiche. Per
Centemero un comitato interministeriale e un question time, di cui intende farsi promotore, potrebbero
essere occasioni per approfondire le criticità evidenziate.
La regolamentazione in questo ambito, ha commentato Crocenzi, non dovrebbe essere lasciata ai singoli
paesi (anche se alcuni hanno fatto meglio dell’Italia, come la Francia) ma dovrebbe essere coordinata a
livello europeo e quindi l’ente deputato a redigere una black list di riferimento dovrebbe essere ESMA
(European Securities and Markets Authority). Un’altra criticità emersa, infine, è che ogni info provider usa
parametri diversi per fare la valutazione di esclusione dei titoli da esaminare.
