Moda, finanza e sostenibilità. La sostenibilità è oramai un tratto distintivo per il settore del fashion, richiesto da consumatori e assimilato al concetto stesso di qualità, un elemento imprescindibile per i brand che vogliono conquistare i clienti più sofisticati. Ma il sistema moda Italia, oramai riunito sotto l’unico cappello associativo di Confindustria moda, non è solo rappresentato dalla quintessenza del lusso e dei marchi più conosciuti. È formato anche dalla filiera del tessile, 40 mila imprese, mezzo milione di addetti e oltre 70 miliardi di euro di giro d’affari. Aziende che spesso contano su una decina di dipendenti, per le quali stare al passo con le rilevanti richieste sul fronte della sostenibilità non è affatto semplice. Per capire meglio le dinamiche di un settore che rappresenta un fiore all’occhiello dell’industria italiana Deloitte ha lanciato un progetto, Fashion and Finance, che fa capo al team guidato da Eugenio Puddu, Partner Deloitte & Touche e formato da Roberta Ghilardi, Manager Deloitte ESG Services, e Francesca Marras, Partner Deloitte & Touche e Fashion and Finance Coordinator, che ha l’obiettivo di creare una community di aziende che possano condividere esperienze e opinioni sulle sfide e sulle opportunità dei questo settore. L’ultimo appuntamento, nel quale si sono confrontati Andrea Crespi, vicepresidente del sistema moda con delega alla sostenibilità di Confindustria moda, Eleonora Rizzuto, Chief sustainability officer di Bulgari e Francesco Freschi, direttore generale Etro, si è tenuto nella nuova sede romana di Deloitte, completamente ristrutturata per essere net zero.
Diversi i capisaldi condivisi dal panel: quello della sostenibilità è un percorso oramai irreversibile, la trasparenza è fondamentale, ma l’eccesso di burocrazia e adempimenti rischia di essere un costo eccessivo per un settore che sta vivendo alcune fragilità. Ben venga, in questo senso, un alleggerimento delle norme previsto dal pacchetto Omnibus, con un elemento di riflessione importante. Il pacchetto non interromperà la necessità di trasparenza e di potere contare su dati riferiti ai temi ambientali, sociali e di governance; tuttavia, darà più tempo alle aziende per prepararsi a una rendicontazione che sia consona al profilo dell’impresa.
“A cosa serve il bilancio di sostenibilità? A misurare, per capire dove si è come azienda rispetto ai parametri non strettamente finanziari. Senza misurazione, non si possono fissare obiettivi né fare passi avanti. È un principio fondamentale”, osserva Crespi, “se invece un’azienda lo faceva solo per adempiere a un obbligo normativo, senza avere compreso la valenza di questo strumento, smetterà non appena non sarà imposto dalle norme. Certo bisogna tenere conto dei costi. Per certe aziende si arrivava con la CSRD a cifre insostenibili”. Numeri che pesano ancor di più tenendo conto del particolare momento di frenata dei consumi, che se per le aziende di lusso è compensata da un incremento dei prezzi, per le imprese della filiera la contrazione in termini di volumi può diventare un ostacolo pesante. Eppure, il vicepresidente di Confindustria moda è convinto che la misurazione dell’impatto non economico di un’azienda debba diventare fondamentale. “Non possiamo più fare business alla “wherever it takes” in stile americano. Dobbiamo pensare in modo più responsabile. Il bilancio di sostenibilità serve proprio a questo: aiutare a riflettere su come migliorare. E migliorare significa creare prodotti di qualità superiore, più longevi, con meno risorse e meno sforzi, in armonia con l’ambiente” conclude Crespi.
“Nel settore del lusso”, afferma Freschi, “la sostenibilità è sempre stata un fattore critico, perché è una richiesta dei nostri clienti. Vogliono prodotti con contenuti sostenibili ed etici, e noi, nelle nostre aziende, integriamo da tempo questi principi, dall’inclusività alla tutela della natura. Abbiamo una forza lavoro giovane, prevalentemente femminile, e da anni adottiamo pratiche sostenibili, come collezioni realizzate con materiali riciclati, collaborazioni con il WWF e piumini in plastica recuperata dagli oceani. Questi valori non sono una novità per noi, ma parte del DNA del nostro brand”. La normativa sul bilancio di sostenibilità risulta quindi un passo naturale per l’azienda nata come produttore di tessuti e ora nel fashion. “La CSRD non cambia il nostro approccio” aggiunge il direttore generale di Etro, “ma ci chiede di creare dei meccanismi di calcolo delle metriche per rendicontare tutto quello che già facciamo. Il sistema di rendicontazione previsto è tuttavia complesso e oneroso. Non si tratta solo di misurare ciò che facciamo direttamente, ma anche di tracciare l’impatto dell’intera filiera, un compito tutt’altro che semplice. Spesso non abbiamo i poteri che avrebbero gli organi di controllo preposti per verificare cosa fanno i nostri fornitori”. Alcune norme, come la CSDDD o la responsabilità di prodotto, sostanzialmente chiedono alle aziende di sostituire i controllori, concorda Rizzuto. Per la Chief sustainability officer di Bulgari siamo di fonte a un periodo di ripensamenti, anche alla luce dei grandi cambiamenti in atto sul fronte geopolitico e alla luce della crisi in atto nel settore del lusso che si inizierà a vedere maggiormente nei prossimi mesi. “Siamo in una fase in cui occorre ripensare la comunicazione e la progettazione su alcuni temi. In 13 anni in Bulgari, abbiamo raggiunto un elevato livello di maturità su materie prime, filiere, emissioni, aspetti sociali, contratti di lavoro e fornitori. Tuttavia” rileva Rizzuto, “gli effetti delle nuove normative, certificazioni e obblighi, possono essere pesanti. Forse è il momento di adottare modelli diversi. Ad esempio, invece di investire in certificazioni costose, dovremmo puntare sul passaporto del prodotto o della materia prima: una soluzione digitale innovativa per tracciare l’origine fino al prodotto finale”. E un modo concreto ed efficace di rapportarsi alle nuove normative è per esempio l’approccio adottato da Bulgari relativamente alla doppia materialità. “Ogni azienda deve partire concretamente dalla propria attività per misurare i propri impatti. Nel nostro caso abbiamo deciso di focalizzarci sull’analisi della produzione di pietre preziose – rubini, zaffiri e smeraldi – dove non esistono ancora criteri condivisi, principalmente per le forti implicazioni geopolitiche. Per questo” dichiara Rizzuto, “stiamo lavorando a un progetto innovativo che, Paese per Paese e miniera per miniera, possa definire criteri di sostenibilità chiari alla luce degli sviluppi globali. L’obiettivo è sostenere la piccola industria nei paesi di estrazione e armonizzare le regole per la commercializzazione e l’uso da parte dei produttori. Questo modello potrebbe permettere, in futuro, una tracciabilità concreta e verificabile”.
Ma i problemi nella catena di fornitura non riguardano solo i Paesi più lontani. Anche la “filiera corta” non è di per sé una garanzia, come hanno messo in evidenza le diverse inchieste sul caporalato che hanno colpito in Lombardia alcuni marchi della moda. Per questo esiste un tavolo di lavoro a cui partecipano diverse aziende, la procura e Confindustria moda, per stilare un Protocollo di legalità. “Per evitare le inchieste in corso sarebbe bastato rispettare il Contratto nazionale dei lavoratori, facendo così, tuttavia il costo del lavoro avrebbe toccato i 16-17 euro l’ora, poco meno del doppio di quanto pagato. Per arrivare al rispetto della legalità e non rischiare di perdere produzioni di operatori esteri si deve trovare un supporto da parte del governo in termini di riduzione del cuneo fiscale o differenziazione dei salari regionale” conclude Crespi.
Dal punto di vista di Deloitte, fa notare Puddu, “nel settore dei Consumer Products, includendo quello del tessile e dell’abbigliamento, sostenibilità e innovazione non sono più considerati elementi secondari, ma veri e propri pilastri strategici per le aziende, che devono ripensare i modelli di sviluppo prodotto e rafforzare il controllo sulla filiera, integrando circolarità, efficienza e trasparenza”. Marras invece sottolinea che “nonostante le incertezze del settore e del contesto geopolitico internazionale, oggi più che mai per un’azienda è fondamentale investire in un approccio alla sostenibilità strutturato e misurabile, utilizzando opportuni indicatori ESG. Questo accresce non solo la resilienza nel lungo periodo, favorendo l’autoanalisi e il miglioramento progressivo delle performance, ma anche la capacità di intercettare le aspettative di un mercato e di consumer sempre più attenti a questi aspetti”.
