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Costruzioni, per le pmi italiane la sostenibilità resta un cantiere aperto

Nel settore delle costruzioni solo il 27% delle aziende di medie dimensioni pubblica un documento di impegno ambientale, contro il 73% delle grandi. Sono questi i principali risultati dello studio sulla Sostenibilità delle società italiane del settore costruzioni pubblicato da Standard Ethics. L’analisi prende in esame 30 società italiane, tra cui Webuild, Itinera, Pizzarotti, Ghella, Rizzani de Eccher, Bonatti, Salcef, Cmb, Trevi, Techbau e quindici imprese di medie dimensioni con fatturato superiore ai 50 milioni di euro, con l’obiettivo di misurare il livello di maturità nella gestione dei temi ambientali, sociali e di governance.

La distanza tra grandi e medie aziende si allarga di fronte agli obiettivi di decarbonizzazione: nessuna tra le imprese con fatturato superiore ai 50 milioni di euro ha adottato target “net zero” o piani per l’uso di energie rinnovabili; appena il 7% dichiara di voler ridurre le proprie emissioni di CO₂. Tra i grandi gruppi però la sensibilità sembra essere più diffusa con il 27% che aderisce a target di neutralità carbonica, il 73% che affronta il tema dei consumi energetici e il 67% che rendiconta le proprie emissioni di gas serra.

Le diseguaglianze tra le due fasce del campione si ripetono anche sul fronte sociale. Nessuna delle imprese minori dispone di policy in materia di diritti umani o intelligenza artificiale, e solo il 27% pubblica documenti dedicati a diversità e inclusione. Le grandi si attestano rispettivamente al 47% e al 60%. In entrambi i casi, però, la governance sull’intelligenza artificiale resta inesistente.

Meglio per quanto riguarda la parità di genere dove il 67% delle imprese di media dimensione pubblica policy sulla gender equality, superando il 33% registrato tra le maggiori. Nonostante questo segnale, la rappresentanza femminile nei vertici resta marginale. Venti società su trenta hanno consigli di amministrazione composti esclusivamente da uomini o non ne comunicano la composizione; nove presentano una partecipazione femminile insufficiente e solo una raggiunge la soglia di equilibrio indicata dalle linee guida internazionali.

Sul piano della trasparenza e della governance, il quadro migliora solo in parte. L’87% e il 60% della totalità delle società esaminate adotta e pubblica rispettivamente il Codice Etico e il Modello 231, ma soltanto il 13% dei Codici Etici risulta effettivamente conforme ai principi ESG promossi da Onu, Ocse e Ue.

Infine la rendicontazione ESG compare nel 47% dei casi, mentre la relazione con le agenzie di rating indipendenti rimane sporadica: solo due aziende su trenta pubblicano valutazioni strutturate, e il 30% si limita a citare premi o riconoscimenti non verificabili.

Il divario dimensionale, sottolinea lo studio, rappresenta il principale discrimine tra chi investe in sostenibilità e chi la interpreta ancora come adempimento formale. Le grandi società, come Webuild, Itinera, Pizzarotti o Ghella, mostrano una maggiore aderenza ai protocolli internazionali e una più ampia disponibilità di strumenti di gestione ESG. D’altro canto le imprese medie, pur registrando progressi limitati sul fronte della parità di genere, appaiono invece distanti dagli standard richiesti per una reale integrazione dei principi di sostenibilità nel business model.

Nel complesso, l’analisi di Standard Ethics conferma quindi un settore in transizione. Se da un lato infatti l’attenzione agli aspetti ESG cresce, dall’altro sembra rimanere concentrata nelle fasce più alte del mercato.

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