In Italia la maternità continua a rappresentare uno dei principali fattori di disuguaglianza sociale ed economica. Il nuovo rapporto “Le Equilibriste” di Save the Children fotografa un Paese in cui nascono meno bambini, aumentano precarietà e dimissioni delle madri, mentre il lavoro femminile resta fragile.
In Italia la maternità continua a essere un punto di frattura tra vita personale, lavoro e prospettive economiche. Il tema della natalità occupa ormai stabilmente il dibattito pubblico, ma i dati raccontano un Paese che fatica ancora a costruire condizioni favorevoli per le donne che scelgono di avere figli. L’XI edizione del rapporto “Le Equilibriste, la maternità in Italia”, elaborato dal Polo Ricerche di Save the Children e diffuso a pochi giorni dalla Festa della Mamma, mette in evidenza un quadro fatto di rinunce, precarietà e profonde disuguaglianze territoriali.
Il dato più evidente riguarda il calo delle nascite. Nel 2025 in Italia si registrano circa 355 mila nuovi nati, con una flessione del 3,9% rispetto all’anno precedente. Il tasso di fecondità scende a 1,14 figli per donna, lontanissimo dalla soglia di sostituzione generazionale e inferiore anche alla media europea, che nel 2024 si attesta a 1,34. Aumenta inoltre l’età media al parto, arrivata a 32,7 anni, mentre le madri under 30 rappresentano ormai una quota sempre più ridotta.
Dietro questi numeri c’è soprattutto la difficoltà di conciliare maternità e occupazione. Quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara infatti di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio. Contratti precari, stipendi bassi, servizi insufficienti e carichi di cura ancora sbilanciati sulle donne rendono la genitorialità un percorso spesso incompatibile con la stabilità professionale.
La maternità continua così a trasformarsi in una penalizzazione economica concreta. In Italia il cosiddetto “motherhood penalty”, ovvero il costo occupazionale e salariale associato alla nascita di un figlio, raggiunge il 33%, con effetti che si protraggono nel tempo. Nel settore privato le madri possono perdere fino al 30% del salario dopo la nascita di un figlio, mentre nel pubblico la penalizzazione resta più contenuta ma comunque significativa, attorno al 5%.
Il rapporto evidenzia inoltre come l’Italia continui a scaricare quasi interamente sulle donne il peso della cura familiare. Mentre per gli uomini avere figli aumenta la partecipazione al mercato del lavoro, per le donne accade l’esatto contrario. Una dinamica che contribuisce a rallentare la crescita occupazionale femminile e ad aggravare il declino demografico.
Indice
- 1 Occupazione femminile e figli: perché le madri lavorano meno
- 2 Il divario Nord-Sud pesa sulle madri italiane
- 3 Part-time, precarietà e dimissioni: il costo invisibile della maternità
- 4 Le giovani madri sono le più penalizzate
- 5 Giovani donne tra desiderio di maternità e fuga dall’Italia
- 6 Natalità in crisi e welfare insufficiente
- 7 Le disuguaglianze di genere restano strutturali
Occupazione femminile e figli: perché le madri lavorano meno
I dati sulla partecipazione al lavoro mostrano gli effetti della cosiddetta “child penality”, ossia la penalizzazione sull’accesso al mondo del lavoro che avere un figlio comporta per una donna. Tra gli uomini di età compresa tra 25 e 54 anni, il tasso di occupazione passa dal 78,1% tra chi non ha figli al 92,8% tra i padri con almeno un figlio minore. Per le donne, invece, la maternità coincide spesso con un arretramento professionale.
Nella stessa fascia d’età lavora il 68,7% delle donne senza figli, ma il dato scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne. La percentuale cala ulteriormente al crescere del numero dei figli: è occupato il 67% delle madri con un figlio, ma solo il 58,8% di quelle con due o più figli.

Il fenomeno evidenzia come la maternità resti un elemento di forte vulnerabilità professionale. Molte donne riducono l’orario di lavoro, rinunciano a opportunità di carriera oppure escono completamente dal mercato occupazionale. Una dinamica che non riguarda solo il presente, ma produce conseguenze economiche durature anche sul futuro pensionistico e sull’autonomia finanziaria.

I dati evidenziano, inoltre, come la nascita del primo figlio produca una penalizzazione duratura nelle carriere femminili, modificando stabilmente opportunità e crescita professionale e come sia legata non solo a questioni oggettive (la cura del bambino), ma anche culturali. Studi sulle famiglie omogenitoriali mostrano che questa penalità si riduce più rapidamente, confermando il forte legame tra child penalty e disuguaglianze di genere. Anche nelle famiglie adottive, dove non esistono vincoli biologici o legati all’allattamento, la penalizzazione resta presente, segno che il peso deriva soprattutto dalla costruzione sociale dei ruoli di cura.
Il divario Nord-Sud pesa sulle madri italiane
Le differenze territoriali restano uno degli aspetti più evidenti del quadro italiano. Tra le madri tra i 25 e i 54 anni con almeno un figlio minore, il tasso di occupazione raggiunge il 73,1% al Nord e il 71% al Centro, mentre nel Sud e nelle Isole precipita al 45,7%.
La maternità nel Mezzogiorno continua quindi a essere strettamente collegata all’esclusione dal mercato del lavoro. La scarsità di servizi educativi per l’infanzia, la minore presenza di occupazione stabile e la carenza di infrastrutture sociali rendono molto più difficile conciliare lavoro e famiglia.
Anche il titolo di studio rappresenta un forte elemento di protezione. Tra le madri con figli minori, il tasso di occupazione si ferma al 37,7% per chi possiede al massimo la licenza media. Sale al 62,8% tra le diplomate e raggiunge l’85,4% tra le laureate. Un dato che dimostra come l’istruzione continui a essere uno dei principali strumenti di emancipazione economica femminile.
Tuttavia il livello di istruzione non basta sempre a compensare la fragilità del sistema. Anche le donne con alta formazione spesso si confrontano con ritardi di carriera, salari inferiori e difficoltà di accesso ai ruoli decisionali dopo la maternità.
Part-time, precarietà e dimissioni: il costo invisibile della maternità
Il rapporto di Save the Children mette in evidenza anche la diffusione del lavoro part-time tra le madri. Il 32,6% delle donne tra 25 e 54 anni con almeno un figlio minore lavora con orario ridotto. Tra queste, l’11,7% svolge un part-time involontario, cioè accettato in mancanza di alternative.
Per i padri nella stessa condizione il part-time riguarda appena il 3,5%. Un divario che mostra come la cura familiare continui a gravare prevalentemente sulle donne.
Accanto al part-time cresce anche la precarietà. Aumenta infatti la quota di donne occupate con contratti a termine da almeno cinque anni, passata dal 17,4% al 19,1%. Una situazione che rende ancora più difficile programmare la maternità e costruire stabilità economica.
Preoccupano inoltre le dimissioni delle neomamme, passate da 4,8 a 6,8 ogni 1.000 donne occupate. Sempre più donne lasciano il lavoro dopo la nascita di un figlio, spesso perché impossibilitate a sostenere i costi economici e organizzativi della cura. Il fenomeno coinvolge in particolare le lavoratrici più giovani e quelle occupate nel settore privato.
Le giovani madri sono le più penalizzate
La maternità prima dei 30 anni sta diventando sempre più rara in Italia. Nel 2025 le mamme tra i 20 e i 29 anni sono circa 300 mila e rappresentano appena il 2,9% del totale delle madri. Solo il 6,6% dei giovani nella stessa fascia d’età è genitore.
Dietro questo dato c’è un insieme di fattori economici e culturali che rende sempre più difficile costruire un progetto familiare in giovane età. I giovani si confrontano con precarietà lavorativa, bassi salari, affitti elevati e scarse prospettive di stabilità.
Il rapporto mostra inoltre un forte squilibrio tra uomini e donne. Tra i 20 e i 29 anni, l’occupazione maschile aumenta con la genitorialità: lavora l’87,2% dei padri contro il 52,6% degli uomini senza figli. Per le donne avviene l’opposto. Tra le giovani senza figli lavora il 42%, mentre tra le madri il tasso di occupazione scende al 33,4%.
Il divario si amplia ulteriormente con l’aumentare del numero dei figli. Tra i giovani con due o più figli risultano occupati l’83,7% dei padri, ma appena il 23,2% delle madri.
Giovani donne tra desiderio di maternità e fuga dall’Italia
Nonostante le difficoltà, il desiderio di diventare genitori resta forte tra i giovani italiani. L’81,8% delle persone tra i 18 e i 24 anni dichiara infatti di voler avere figli in futuro. Tuttavia questo desiderio fatica a tradursi in progetti concreti.
Tra le donne tra i 18 e i 24 anni, solo il 14,8% immagina di avere un figlio entro tre anni. La percentuale cresce nella fascia 25-34 anni, raggiungendo il 41,6%, ma resta comunque il segnale di una genitorialità sempre più posticipata. Parallelamente cresce la mobilità femminile. Tra il 2014 e il 2024 le giovani under 35 che si trasferiscono all’estero aumentano del 125%, arrivando a rappresentare quasi una giovane su dieci.
Natalità in crisi e welfare insufficiente
Il rapporto evidenzia con chiarezza come la crisi demografica italiana non possa essere affrontata soltanto attraverso incentivi economici episodici. La denatalità è strettamente collegata alla fragilità del welfare e alla difficoltà di costruire percorsi di vita stabili.
Uno dei nodi centrali riguarda la condivisione della cura. In Italia il carico familiare continua infatti a ricadere prevalentemente sulle donne. Per questo il rapporto chiede una riforma del sistema dei congedi, con strumenti più equi e realmente paritari tra madri e padri. Un altro elemento fondamentale è il rafforzamento del sistema educativo 0-6 anni. La presenza di asili nido e servizi per l’infanzia continua a essere fortemente disomogenea sul territorio nazionale, penalizzando soprattutto il Mezzogiorno.
Nelle regioni del Sud la presa in carico pubblica dei bambini resta molto limitata: Campania, Calabria e Sicilia registrano percentuali comprese tra il 5,9% e il 7,9%, contro una media nazionale del 18,5%. In Friuli-Venezia Giulia il dato raggiunge invece il 40,5%.
Le disuguaglianze di genere restano strutturali
Il rapporto di Save the Children conferma come in Italia la maternità continui a rappresentare uno spartiacque nelle opportunità economiche e professionali delle donne. La genitorialità non viene ancora sostenuta da un sistema capace di distribuire in modo equo il lavoro di cura e garantire stabilità occupazionale.
Le conseguenze non riguardano soltanto le donne, ma l’intero sistema sociale ed economico. Un Paese in cui avere figli comporta un forte rischio di impoverimento e marginalizzazione femminile è inevitabilmente un Paese che vede diminuire le nascite.
La crisi demografica italiana non può quindi essere separata dalla questione del lavoro femminile. Senza salari adeguati, servizi accessibili, welfare territoriale e reale condivisione delle responsabilità familiari, la maternità continuerà a essere vissuta come una scelta ad alto costo personale.
Per invertire la rotta non bastano bonus o misure temporanee. Serve una trasformazione strutturale che renda compatibili occupazione, autonomia economica e genitorialità. Solo così l’Italia potrà affrontare contemporaneamente il problema della denatalità e quello delle disuguaglianze di genere.
