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Dalla definizione di rischio sociale ai criteri di ammissibilità: come si struttura operativamente la social taxonomy secondo il CNDCEC
La tassonomia sociale è il quadro di riferimento che dovrebbe consentire di classificare le attività economiche in base al loro impatto su lavoro, diritti e comunità. A differenza di quella ambientale, tuttavia, non è ancora stata tradotta in un regolamento europeo: oggi non esiste una disciplina vincolante speculare al Regolamento (UE) 2020/852. Questo vuoto normativo non ha però impedito l’evoluzione del sistema: la rendicontazione e la valutazione degli impatti sociali si stanno già strutturando attraverso altri strumenti, in particolare le direttive su reporting e due diligence, che stanno di fatto costruendo i primi elementi operativi di una tassonomia sociale.
Per rispondere alle richieste provenienti dal settore finanziario, dagli operatori economici e da diversi stakeholder, il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC) ha elaborato un nuovo documento che riepiloga in modo strutturato gli strumenti per classificare e misurare l’impatto sociale delle politiche aziendali sulla produttività, sulle prestazioni, sull’adeguatezza alle esigenze delle persone e alla creazione di valore sociale. “Affinché una Tassonomia Sociale sia adottata in modo diffuso, occorre in primo luogo costruire un largo consenso su alcuni aspetti definitori di fondo, così da assicurare trasparenza, comparabilità e affidabilità dei risultati” ribadisce il documento, sottolineando il ruolo del commercialista nell’interprentare la normativa e aiutare le imprese nell’implementazione.
Il punto di partenza è una constatazione molto concreta: manca oggi un linguaggio comune per definire e misurare l’impatto sociale delle attività economiche. Questa lacuna non è solo teorica, ma ha effetti diretti sul funzionamento dei mercati. Senza criteri condivisi, le imprese faticano a dimostrare il proprio contributo sociale e gli investitori non dispongono di parametri affidabili per orientare i capitali.
Da qui la necessità di costruire una tassonomia che, analogamente a quella ambientale, sia in grado di fornire definizioni univoche, criteri di classificazione e metriche comparabili. Tuttavia, la trasposizione del modello ambientale al piano sociale non è lineare. Se la tassonomia ambientale poggia su basi scientifiche e su soglie tecniche misurabili, quella sociale si fonda su principi normativi e valoriali, con un grado di complessità molto più elevato.
La struttura proposta dal CNDCEC ruota attorno a tre obiettivi fondamentali: lavoro dignitoso, standard di vita adeguati e comunità inclusive e sostenibili. Questi target non sono meri riferimenti programmatici, ma devono essere tradotti in sotto-obiettivi operativi e, soprattutto, in criteri di valutazione delle attività economiche.
In questo quadro, il concetto di rischio sociale assume una centralità assoluta e riguarda l’insieme degli impatti negativi, effettivi o potenziali, che un’attività può generare su lavoratori, comunità e consumatori. Si tratta di una categoria ampia, che include condizioni di lavoro inadeguate, violazioni dei diritti umani, disuguaglianze economiche, impatti sulla salute e sulla sicurezza.
La rilevanza del rischio sociale non è solo etica, ma anche economico-finanziaria. Esso si traduce in rischi reputazionali, legali e operativi, che possono incidere direttamente sulla performance dell’impresa e sul costo del capitale. Per questo motivo, la sua identificazione e gestione diventano parte integrante dei processi aziendali.
Accanto ai rischi, il documento introduce la dimensione delle opportunità sociali. La tassonomia non si limita a individuare ciò che deve essere evitato, ma mira a valorizzare il contributo positivo delle attività economiche. In questa prospettiva, rientrano, ad esempio, la creazione di occupazione di qualità, lo sviluppo delle competenze, l’inclusione sociale e l’accesso a servizi essenziali.
Altro pilastro cardine dell’archiettura tassonomica riguarda i criteri di ammissibilità delle attività economiche. Anche in questo caso, il modello ricalca la struttura della tassonomia ambientale, ma con adattamenti rilevanti. Un’attività può essere considerata socialmente sostenibile se contribuisce in modo sostanziale a uno degli obiettivi sociali, non arreca danni significativi ad altri obiettivi (DNSH sociale) e rispetta garanzie minime in materia di diritti e governance.
Tuttavia, a differenza della tassonomia ambientale, in ambito sociale, non è possibile fare affidamento esclusivamente su soglie quantitative. La valutazione richiede un’analisi qualitativa dei comportamenti aziendali, delle politiche adottate e delle pratiche lungo la catena del valore. Questo rende il sistema più complesso, ma anche più aderente alla realtà delle dinamiche sociali.
Un ulteriore elemento tecnico cruciale è la classificazione degli stakeholder. La tassonomia sociale amplia significativamente il perimetro di analisi, includendo non solo gli investitori, ma anche lavoratori, comunità locali, consumatori e altri soggetti coinvolti. Ogni categoria è portatrice di specifici impatti, che devono essere identificati e misurati separatamente, prima di essere ricondotti a una valutazione complessiva.
Ma il vero nodo tecnico, come sottolinea il documento, è la misurazione. L’assenza di metriche condivise rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo della tassonomia sociale. A differenza dell’ambiente, dove esistono indicatori consolidati e KPI universalmente accettati, la dimensione sociale è caratterizzata da una forte eterogeneità metodologica.
Per superare questa criticità, il CNDCEC propone un approccio articolato. Da un lato, indicatori quantitativi relativi a temi come sicurezza sul lavoro, retribuzioni, formazione, inclusione. Dall’altro, indicatori qualitativi che riguardano aspetti di più complessa misurazione, come la qualità del lavoro, il dialogo sociale o l’effettiva inclusione.
A questi strumenti si affiancano metodologie più avanzate, tra cui il Social Return on Investment (SROI), che tenta di tradurre l’impatto sociale in valore economico, e i sistemi di rating ESG, che aggregano dati diversi in indicatori sintetici.
In questo contesto, le direttive europee svolgono un ruolo determinante. La CSRD introduce obblighi strutturati di rendicontazione degli impatti sociali, imponendo alle imprese di identificare, misurare e comunicare rischi e opportunità. La CSDDD, dal canto suo, estende questa logica lungo la catena del valore, richiedendo alle imprese di prevenire e mitigare gli impatti negativi sui diritti umani.
Questi strumenti non costituiscono una tassonomia in senso formale, ma ne rappresentano una forma di anticipazione operativa. In assenza di un quadro normativo unitario, sono le regole sulla rendicontazione e sulla due diligence a costruire, nei fatti, un sistema di classificazione degli impatti sociali.
Ne emerge un quadro in evoluzione, in cui la tassonomia sociale esiste già sul piano sostanziale, ma non ancora su quello giuridico. Le imprese sono chiamate a misurare e gestire l’impatto sociale con crescente rigore, mentre gli investitori dispongono di informazioni sempre più articolate per orientare le proprie scelte.
La sfida, ora, è trasformare questo insieme di pratiche, criteri e metriche in un sistema coerente e armonizzato.
