Il braccio tecnico della Commissione europea chiede maggiore allineamento tra standard globali del GRI sui diritti dei lavoratori e gli European Sustainability Reporting Standards per evitare complessità operative e oneri eccessivi per le imprese.
Maggiore chiarezza, meno sovrapposizioni e un allineamento più immediato con gli standard europei. È quanto chiede l’European Financial Reporting Advisory Group (EFRAG) al GRI (Global Reporting Initiative) in un commento pubblico sulla revisione degli standard dedicati ai diritti dei lavoratori. Il documento analizza le proposte dell’iniziativa internazionale, che da anni è punto di riferimento per il reporting di sostenibilità, riguardanti lavoro minorile, lavoro forzato, libertà di associazione e diritti lungo la filiera. Se da un lato l’EFRAG riconosce la qualità del lavoro svolto dal GRI, dall’altro evidenzia anche una serie di criticità operative per le imprese europee. Secondo il braccio tecnico della Commissione UE che ha stilato gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), ovvero le norme tecniche europee che definiscono come le aziende devono rendicontare il proprio impatto ESG, senza un maggiore allineamento con gli ESRS, le aziende in Europa potrebbero trovarsi ad affrontare duplicazioni informative e un ulteriore aggravio burocratico proprio nel momento in cui stanno implementando la rendicontazione prevista dalla direttiva CSRD.
Nella lettera, l’EFRAG ribadisce il sostegno a ogni iniziativa che rafforzi la rendicontazione di sostenibilità a livello globale, quindi anche al GRI. Tuttavia, accanto a questo apprezzamento, emerge una preoccupazione crescente: l’equilibrio costruito negli ultimi anni tra standard europei e internazionali rischia di incrinarsi. L’interoperabilità, già perseguita attraverso l’indice congiunto pubblicato nel 2023, rimane un obiettivo centrale, ma le nuove proposte del GRI sui temi del lavoro sembrano introdurre elementi di discontinuità, soprattutto nella struttura delle disclosure e nel livello di dettaglio richiesto.
Uno dei nodi più critici riguarda le definizioni, che rappresentano la base stessa della comparabilità dei dati. EFRAG evidenzia come il GRI, nel definire il “lavoratore dipendente”, utilizzi un approccio basato sul “controllo del lavoro”, includendo nel perimetro anche lavoratori non formalmente dipendenti ma di fatto sotto la direzione dell’impresa. Gli standard europei, al contrario, adottano una definizione più restrittiva, fondata sul rapporto contrattuale. Questa differenza, tutt’altro che teorica, rischia di tradursi in problemi operativi concreti: le aziende potrebbero essere costrette a rielaborare le stesse informazioni in modi diversi a seconda dello standard applicato, con un impatto diretto su costi, tempi e coerenza del reporting.
Le criticità non si fermano qui. Anche concetti fondamentali come quello di catena del valore o di “incidenti” presentano divergenze significative. Nel caso degli incidenti, ad esempio, il GRI adotta una visione più ampia, includendo anche non conformità emerse durante audit, mentre gli ESRS tendono a limitarsi a eventi comprovati o sostanziati. Il risultato è il rischio concreto di una frammentazione delle informazioni, che rende più difficile sia la lettura dei dati sia il confronto tra aziende.
Particolarmente delicata è poi la questione della rendicontazione lungo la catena del valore. Le proposte del GRI spingono verso una maggiore trasparenza, estendendo le richieste informative anche oltre il primo livello di fornitura. Si tratta di un obiettivo ambizioso, ma che secondo EFRAG si scontra con la realtà operativa delle imprese. In molti casi, infatti, ottenere dati affidabili su fornitori indiretti è estremamente complesso, se non impossibile. A ciò si aggiunge una certa ambiguità nella definizione dei confini della catena stessa, soprattutto quando si parla di livelli “oltre il primo tier”, un elemento che rischia di generare ulteriore incertezza applicativa.
Un altro elemento di attenzione riguarda l’architettura complessiva degli standard GRI. L’introduzione del nuovo standard dedicato ai diritti del lavoro nelle relazioni d’affari (LRBR) e la sua interazione con gli standard universali e tematici sollevano dubbi sulla possibile sovrapposizione delle informazioni richieste. In particolare, EFRAG segnala il rischio che dati relativi a incidenti, politiche aziendali o meccanismi di reclamo debbano essere riportati più volte in contesti diversi, con un effetto di ridondanza che potrebbe rendere il reporting meno efficace e più oneroso.
Sul tema della libertà di associazione e della contrattazione collettiva, il giudizio è più sfumato. Da un lato, viene riconosciuta una buona base di interoperabilità tra i due sistemi; dall’altro, emerge una lacuna significativa: l’assenza del concetto di dialogo sociale, che rappresenta uno dei pilastri del modello europeo. Anche la scelta del GRI di privilegiare una rendicontazione su base regionale, anziché nazionale, viene messa in discussione. Secondo EFRAG, infatti, molti diritti dei lavoratori sono strettamente legati ai contesti normativi nazionali, rendendo una suddivisione per Paese non solo più utile, ma anche più coerente con le esigenze degli utilizzatori delle informazioni.
Per quanto riguarda gli standard su lavoro minorile e lavoro forzato, EFRAG riconosce un allineamento di fondo sul piano concettuale, ma evidenzia una maggiore profondità e complessità nelle richieste del GRI. L’introduzione di metriche quantitative molto specifiche, come il numero di bambini rimossi dal lavoro minorile, solleva interrogativi sulla loro effettiva utilità e sulle possibili conseguenze indesiderate. In alcuni casi, infatti, un approccio troppo rigido potrebbe spingere le imprese ad adottare soluzioni formalmente corrette ma socialmente controproducenti.
Nel complesso, la lettera di EFRAG lancia un segnale preciso al dibattito internazionale sulla rendicontazione di sostenibilità. L’obiettivo di costruire un sistema globale coerente resta condiviso, ma richiede un maggiore sforzo di allineamento tra standard. Senza questo passo, il rischio è che il reporting si trasformi in un esercizio complesso e frammentato, lontano dalla sua funzione originaria di strumento di trasparenza e accountability.
“Ridurre la complessità e l’ambiguità nell’applicazione degli Standard GRI è fondamentale per garantire il successo degli obiettivi di miglioramento”, scrive Kerstin Lopatta, presidente dell’EFRAG SRB. “Ciò dovrebbe includere un percorso chiaro da parte del GRI che tenga conto del necessario processo formale, della fattibilità della rendicontazione e dell’allineamento dell’architettura degli standard con gli Standard Universali GRI”.
