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La Commissione ECON del Parlamento UE propone di alzare la soglia della CSRD a 3000 dipendenti

L’attenzione e la discussione sul pacchetto Omnibus non cala ed emergono nuove proposte dal Parlamento europeo, in particolare dalla Commissione per i problemi economici e monetari (ECON) che puntano a ridurre ulteriormente l’ambito di applicazione della direttiva, con potenziali effetti dirompenti sull’ecosistema della rendicontazione di sostenibilità in Europa. L’ECON infatti propone di restringere il campo di applicazione della direttiva CSRD solo alle imprese con almeno 3.000 dipendenti (contro i 1.000 attuali proposti dalla Commissione) e un fatturato globale netto superiore a 450 milioni di euro.

Parallelamente, l’ECON raccomanda una semplificazione radicale del quadro degli ESRS, riducendo il numero di standard obbligatori a un massimo di 100 punti informativi, mentre gli standard volontari non dovrebbero superare i 50.

Una proposta, guidata dal relatore Janusz Lewandowski, che se approvata segnerebbe un netto cambio di passo rispetto all’approccio iniziale della CSRD, concepita per ampliare la platea delle aziende soggette alla rendicontazione e promuovere trasparenza e accountability nelle attività aziendali.

Va sottolineato però che le proposte attualmente avanzate dall’ECON sono ancora in fase preliminare e la relazione dovrà essere votata prima di diventare ufficiale.

Il nodo della soglia dimensionale: da 1.000 a 3.000 dipendenti

L’innalzamento della soglia minima a 3.000 dipendenti cambierebbe radicalmente il panorama delle imprese obbligate alla rendicontazione: con la proposta della Commissione si stimava che circa l’80% delle imprese sarebbero rimaste escluse dagli obblighi ESG; con le nuove soglie proposte dall’ECON, quel numero rischia ora di aumentare.

Questa posizione, tra le altre, va in controtendenza rispetto alle raccomandazioni della Banca Centrale Europea che ha suggerito di adottare una soglia più inclusiva, individuando nelle imprese con almeno 500 dipendenti il target ottimale per uno standard semplificato ma obbligatorio.

L’ECON giustifica la propria proposta sostenendo che gli oneri burocratici e i costi di compliance imposti dalle attuali regole siano sproporzionati rispetto alla capacità di molte imprese; sottolinea inoltre che una maggiore selettività nella platea garantirebbe dati più affidabili, coerenti e comparabili. L’argomento centrale è infatti che “troppi dati inutili” rappresentano un ostacolo per le imprese e ridurne la quantità rappresenta un passo necessario per rendere la rendicontazione di sostenibilità “significativa, efficiente e applicabile”.

Altrettanto rilevante è la proposta di ECON di ridurre il numero minimo degli ESRS obbligatori a un massimo di 100, con un tetto di 50 per quelli volontari. La bozza dell’emendamento esprime preoccupazioni riguardo “l’incredibile quantità di dati eccessivamente descrittivi” richiesti dagli attuali standard, i quali – a detta del relatore – rendono particolarmente complessa e costosa la conformità.

Attualmente, gli ESRS contano più di 1.000 punti informativi potenzialmente obbligatori, un carico ritenuto insostenibile da molte associazioni industriali e sul quale è attualmente al lavoro l’EFRAG su mandato della Commissione europea. Tuttavia, secondo alcuni osservatori, la proposta dell’ECON potrebbe indebolire l’approccio basato sulla doppia materialità, principio cardine della CSRD che impone alle imprese di rendicontare sia gli impatti finanziari che quelli ambientali e sociali delle proprie attività.

CSDDD, Tassonomia e linee guida settoriali: le altre proposte dell’ECON

Le proposte dell’ECON non si limitano però alla CSRD. Anche la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) è oggetto di revisione, con la proposta di eliminare l’obbligo di adozione dei piani di transizione climatica, giudicati ridondanti in quanto già previsti dalla CSRD.

In ambito di Tassonomia UE, l’ECON propone che le aziende soggette alla CSRD possano accedere anche al regime semplificato di rendicontazione previsto dalla Tassonomia europea. L’obiettivo è evitare duplicazioni e sovrapposizioni normative: se un’azienda è già tenuta a redigere il bilancio di sostenibilità secondo gli standard della CSRD, non dovrebbe dover affrontare ulteriori complicazioni quando si tratta di rendicontare il grado di allineamento delle sue attività economiche con i criteri della Tassonomia UE. Inoltre, viene raccomandato anche di rendere facoltativa la certificazione esterna delle dichiarazioni sulla Tassonomia, considerata onerosa e non sempre necessaria.

Sollevata anche la questione della protezione delle informazioni sensibili: le imprese non dovrebbero essere obbligate a divulgare dati che potrebbero compromettere la loro posizione competitiva. Un equilibrio difficile da mantenere, soprattutto in contesti internazionali dove la disclosure ESG sta diventando uno standard, anche per gli investitori.

Un ultimo aspetto centrale dell’emendamento proposto è la reintroduzione delle linee guida settoriali, escluse dalla proposta Omnibus della Commissione europea. Secondo l’ECON, l’assenza di indicazioni settoriali specifiche crea incertezza tra le imprese, complicando l’identificazione delle aree a maggiore impatto e incrementando i costi di conformità. Il ritorno agli standard settoriali è quindi visto come uno strumento necessario per garantire un’attuazione della CSRD che sia “pratica, significativa ed efficiente”.

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