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CSRD, si allontana l’ipotesi del framework unico ESRS-ISSB: la doppia materialità resta centrale

La revisione degli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) pubblicata dalla Commissione europea sembra allontanare l’ipotesi di un framework unico ESRS-ISSB nel segno di una maggiore interoperabilità con gli standard internazionali di rendicontazione. Pur confermando gran parte delle semplificazioni proposte da EFRAG, Bruxelles non ha infatti introdotto i meccanismi che avrebbero consentito alle imprese europee una sostanziale compliance simultanea con i due framework.

Il mancato allineamento tra ESRS e ISSB riflette due diverse concezioni della rendicontazione di sostenibilità: da un lato il modello europeo fondato sulla doppia materialità, dall’altro l’approccio investor-oriented promosso dall’International Sustainability Standards Board.

La revisione degli ESRS, ora entrata nella fase finale di consultazione prima dell’adozione definitiva prevista entro il 30 giugno, introduce un significativo alleggerimento degli obblighi di disclosure. Tra le principali novità figurano la riduzione di circa il 71% dei datapoint richiesti, nuovi meccanismi di semplificazione per le imprese e una maggiore flessibilità nella raccolta di informazioni lungo la value chain. Le modifiche intervengono inoltre su aspetti centrali del framework come materiality assessment, fair presentation, livello di aggregazione delle informazioni e anticipated financial effects.

Il tema che più ha acceso il dibattito nelle ultime settimane, tuttavia, riguarda proprio l’assenza di misure esplicite per favorire la convergenza con ISSB. Diverse imprese europee, in particolare quelle tedesche, insieme allo stesso ISS Board avevano spinto affinché il reporting ESRS potesse essere strutturato in modo da soddisfare più facilmente anche i requisiti degli IFRS Sustainability Disclosure Standards. L’obiettivo era ridurre costi, duplicazioni e complessità operative per le multinazionali chiamate a confrontarsi con framework diversi.

Una delle ipotesi sul tavolo prevedeva l’introduzione di criteri di presentazione delle disclosure tali da evitare che le informazioni relative agli impatti ambientali e sociali “offuscassero” quelle finanziariamente materiali per gli investitori. Ma proprio questo punto ha incontrato forti resistenze da parte di stakeholder europei preoccupati che tale impostazione potesse introdurre implicitamente una gerarchia tra materialità finanziaria e materialità d’impatto, finendo per indebolire la logica della double materiality alla base della CSRD.

Il risultato è che le aziende europee che vorranno dichiararsi pienamente compliant anche con ISSB dovranno continuare a fare riferimento alle linee guida di interoperabilità elaborate da EFRAG e ISSB, integrando ulteriori disclosure rispetto a quelle richieste dagli ESRS. In altre parole, la semplificazione introdotta dalla revisione europea non coincide con una riduzione concreta della complessità regolatoria a livello globale.

Ed è proprio qui che emerge un possibile paradosso della riforma. Da un lato Bruxelles punta a ridurre il compliance burden, l’onere di conformità, delle imprese europee attraverso un alleggerimento degli standard; dall’altro, il mancato avvicinamento a ISSB rischia di consolidare un ecosistema multi-framework nel quale le grandi aziende internazionali dovranno continuare a gestire reporting paralleli, mapping tra standard e processi di riconciliazione delle disclosure.

Non sorprende quindi che il confronto abbia assunto rapidamente anche una dimensione politica. In gioco non c’è soltanto l’architettura tecnica del reporting ESG, ma la leadership normativa sulla sostenibilità. Negli ultimi anni l’Unione europea ha costruito un impianto regolatorio, dalla SFDR alla Tassonomia UE fino alla CSRD, fondato su una visione della sostenibilità che supera la sola prospettiva finanziaria. L’ISSB, al contrario, nasce con l’obiettivo di creare una baseline globale focalizzata sull’enterprise value e sulla materialità per gli investitori.

La decisione della Commissione sembra quindi confermare una linea precisa che punta a garantire l’interoperabilità e a preservare l’autonomia del modello europeo evitando che la convergenza internazionale si traduca, di fatto, in una progressiva finanziarizzazione del reporting ESG europeo.

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