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Settore tessile

Shein e Temu, dalla Francia, una legge contro l’ultra fast fashion

Il Senato francese ha approvato con larghissima maggioranza (337 voti favorevoli e solo uno contrario) un disegno di legge che punta a regolamentare i giganti dell’ultra fast fashion come Shein e Temu. Il testo prevede tre misure chiave: l’introduzione di eco-tasse per i prodotti con forte impatto ambientale, la possibilità di vietare la pubblicità di questi marchi e nuove restrizioni per gli influencer che promuovono i loro articoli.

Si tratta di un passo significativo in un momento in cui, a livello europeo, molte normative ambientali vengono ridimensionate o rimandate come nel caso della tassa sui pacchi low cost da poco posticipata al 2028. Ma il cuore della norma non è solo ecologico: è soprattutto economico. L’intento principale è infatti proteggere i produttori europei, concedendo loro un vantaggio competitivo. Di fatto, la legge risparmia marchi come Zara e H&M, che contribuiscono a loro volta alla sovrapproduzione di abiti, lasciando comunque intatto il modello di iperconsumo.

L’obiettivo di questo testo è duplice:

  • incoraggiare il consumatore a privilegiare un consumo responsabile attraverso un’informazione obbligatoria sull’impatto della moda veloce e una regolamentazione della pubblicità;
  • responsabilizzare maggiormente i produttori, modulando i contributi ambientali in base all’impronta ecologica dei capi d’abbigliamento immessi sul mercato della moda e rafforzando i mezzi di contrasto alle frodi sui contributi ambientali.

Nonostante l’approvazione della proposta da parte del Senato, il percorso legislativo non è ancora concluso: è prevista a settembre una commissione mista che avrà il compito di redigere il testo definitivo.

Tra le misure che potrebbero entrare in vigore c’è anche una tassazione fino a 5 euro per articolo con i punteggi più bassi, che potrebbe arrivare a 10 euro nel 2030.

I numeri dell’ultra-fast fashion

Stando a dati ADEME (Agenzia per la transiizone ecologica francese), tra il 2010 e il 2023, il numero di capi di abbigliamento immessi sul mercato in Francia è passato da 2,3 miliardi a 3,2 miliardi, con un aumento del 39%, a causa di un cambiamento nella percezione del prêt-à-porter da parte dei consumatori, che lo considerano un bene di consumo come un altro. Nel 2024 sono entrati in Francia 800 milioni di pacchi, di cui il 90% provenienti dalla Cina.

Alla base di questo modello economico basato sull’usa e getta, su prezzi molto bassi e la spinta a un eccesso di consumo, che pone diversi interrogativi dal punto di vista della sostenibilità (mancanza di economia circolare, materie prime e trattamenti di finissaggio spesso non ecologici e impronta climatica dei trasporti), ci sono piattaforme di vendita da parte di aziende che vendono esclusivamente i loro prodotti su piattaforme digitali, offrono ampie gamme di capi d’abbigliamento, frequentemente rinnovate, con milioni di referenze ogni anno (fino a circa 3.500 nuove referenze giornaliere su alcune piattaforme), spesso ideate con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.

Per capire le dimensioni del fenomeno basti pensare che in Francia ogni anno vengono gettate 600 mila tonnellate di abiti, mentre a livello mondiale è come se ogni anno fosse gettato il corrispondente come peso della Tour Eiffel.

Le imprese più emblematiche di questo modello economico di coseddetta “ultra fast fashion” sono grandi società con sede nel Sud-Est asiatico, come Shein o Temu che, anche attraverso pubblicità particolarmente aggressiva, spingono il consumatore all’acquisto. Questo segmento è responsabile dell’8% delle emissioni globali del settore oltre a contribuire all’esaurimento delle risorse idriche (Fonte: ADEME (dati Francia) e rivista Science Advances).

Perché la Francia vuole combattere l’ultra fast fashion

La moda express favorisce una concorrenza sleale che penalizza la filiera francese del tessile nuovo, già in difficoltà: tra il 2019 e il 2023, la frequentazione dei negozi ha registrato un calo del 19%. A differenza della moda express, queste imprese creano posti di lavoro non delocalizzabili grazie alla loro rete e contribuiscono, attraverso la loro presenza nei centri città e nelle aree periurbane, a uno sviluppo economico equilibrato su tutto il territorio.

La moda express mette inoltre a rischio il settore della moda circolare, che comprende la riparazione, il riciclo e la vendita di abiti di seconda mano. Il riutilizzo o il riciclo di questi capi, prodotti con materie prime di bassa qualità, è spesso impossibile. Inoltre, i prezzi molto bassi della moda express minano la sostenibilità del mercato dell’usato, che fatica a competere con i prezzi del nuovo. Eppure, la moda circolare rappresenta spesso un’opportunità d’inserimento per persone lontane dal mondo del lavoro, oltre a essere vantaggiosa per l’ambiente.

Infine, la moda express solleva anche interrogativi riguardo ai rischi per la salute dei consumatori, poiché alcune sostanze nocive (ftalati, piombo, cadmio) talvolta utilizzate nella produzione tessile superano i limiti consentiti.

Shein in Italia: tra delocalizzazione e diritti dei lavoratori

Oltre ai problemi ambientali legati ai materiali, allo smaltimento e alla sovrapproduzione, Shein solleva anche importanti questioni sociali. Circa 500 lavoratori del magazzino di Stradella (Pavia), unico in Italia e addetto alla gestione della logistica per il colosso cinese, rischiano il posto: Shein ha infatti deciso di non rinnovare il contratto triennale con il partner Fiege Logistics, spostando le attività in Polonia.

La scelta garantisce all’azienda dell’ultra fast fashion un risparmio medio di circa 1.000 euro al mese (pari a un risparmio del 30% circa) per ogni posto delocalizzato, grazie al minor costo del lavoro, agli orari più lunghi, all’assenza di tredicesima, quattordicesima e TFR nei contratti polacchi.

Shein afferma di non essere direttamente responsabile, avendo semplicemente deciso di non rinnovare il contratto in scadenza con il partner operativo. Tuttavia, l’effetto pratico è la cancellazione di centinaia di posti stabili in Italia, sostituiti da lavoratori polacchi, spesso studenti o migranti, con salari netti inferiori a 5 euro l’ora. Questa dinamica mette in concorrenza i lavoratori europei tra loro, sfruttando le disuguaglianze salariali e normative esistenti tra i Paesi dell’Unione.