Ogni anno in Italia quasi 102 milioni di vestiti per bambini finiscono in discarica, di questi il 37% non è mai stato indossato.
Ogni anno in Italia vengono scartati quasi 102 milioni di capi di abbigliamento per bambini, un fenomeno che mette in luce la crescente crisi dei rifiuti tessili nel paese. Dati allarmanti ma non si tratta solo di numeri: dietro ogni capo inutilizzato ci sono scelte di consumo, modelli di produzione intensiva e una scarsa consapevolezza del ciclo di vita dei materiali.
A cercare di fare luce sulla situazione attuale è una recente ricerca Epson e 3GEM, che ha preso in considerazione un campione di 7.000 genitori europei provenienti da Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna e Regno Unito di età pari o superiore a 18 anni e con figli di età compresa tra 1 e 16 anni.
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Quanto sprechiamo davvero: i vestiti mai indossati
I dati raccolti da Epson evidenziano che ogni bambino italiano riceve in media 60 capi di abbigliamento all’anno fino al compimento del 16 anno di età, per un totale di oltre 500 milioni a livello nazionale. Di questi, circa il 37%, non viene mai indossata ma resta nell’armadio con le etichette ancora attaccate.
I dati diventano ancora più preoccupanti durante le festività, dal compleanno al Natale, dove vengono acquistati in media 6 capi di abbigliamento da amici e familiari. di questi circa il 17% non verrà mai indossato.
Per rendere l’idea visiva dei numeri di cui si parla, se provassimo a immaginare questi vestiti impilati uno sopra l’altro con uno spessore medio di 1 centimetro, raggiungerebbero un’altezza pari a 115 volte quella del Monte Everest. Questo esempio, semplice ma potente, che mostra chiaramente l’entità del problema dei rifiuti tessili in Italia, e come la gestione inefficiente dei vestiti dei più piccoli possa avere un impatto ambientale enorme.
Il comportamento dei genitori e le scelte di consumo
Il problema non riguarda solo la quantità di abbigliamento acquistato, ma anche le modalità di smaltimento. Nonostante il 51% dei genitori italiani dichiari di considerare l’acquisto di capi sostenibili per sé stessi, il 33% ammette di disfarsi dei vestiti dei propri figli nel modo più rapido possibile, spesso gettandoli nella spazzatura (23%) o affidandoli a canali poco controllati.
Inoltre molti genitori acquistano capi non informandosi sulle caratteristiche dei materiali. Il risultato è che il 52% ignora che la maggior parte dei vestiti per bambini contiene fibre sintetiche che possono impiegare fino a 450 anni per degradarsi.
Il costo economico dell’abbigliamento per bambini
Oltre all’impatto ambientale, lo spreco di vestiti ha un costo economico significativo per le famiglie italiane. Una famiglia spende mediamente 909 euro all’anno per il guardaroba di ciascun figlio, con capi che vengono indossati in media solo 25 volte. Una frequenza che, seppur alta rispetto ad alcune mode effimere, resta insufficiente a compensare l’impatto ambientale della produzione e dello smaltimento dei tessuti.
Gli articoli più soggetti allo spreco includono magliette, pantaloni, abiti eleganti o da festa e scarpe, spesso acquistati in quantità eccessive rispetto all’effettivo bisogno.
Moda sostenibile e innovazione tecnologica: la risposta di Epson e Priya Ahluwalia
Per affrontare la crisi dei rifiuti tessili, Epson ha lanciato una collaborazione innovativa con la designer Priya Ahluwalia. La collezione di moda a misura di bambola, creata con scarti tessili, sfrutta la tecnologia Dry Fibre, che trasforma i vecchi tessuti in nuove fibre senza acqua o sostanze chimiche aggressive.
La collezione utilizza anche la stampante tessile digitale Monna Lisa, capace di ridurre fino al 97% il consumo di acqua nella fase di stampa a colori. Questo approccio dimostra come la tecnologia e la creatività possano essere strumenti potenti nella riduzione dei rifiuti tessili e nella promozione di una moda sostenibile, anche per i bambini.
Maria Eagling, Chief Marketing Officer di Epson, sottolinea come l’iniziativa non sia solo un progetto di moda, ma un esempio concreto di come innovazione, responsabilità e consapevolezza possano andare di pari passo. La collaborazione con Ahluwalia punta a stimolare una riflessione su come i consumatori scelgono, acquistano e smaltiscono i capi, promuovendo un impatto positivo sul pianeta.
