L’intelligenza artificiale sta davvero distruggendo posti di lavoro qualificati o sta piuttosto ridisegnando in profondità il modo in cui lavoriamo?
Da un lato, alcune funzioni vengono messe sotto pressione; dall’altro, emergono nuovi ruoli e competenze che richiedono capacità più analitiche, strategiche e trasversali. Allo stesso tempo, i licenziamenti che osserviamo a livello globale non possono essere letti solo come una conseguenza diretta dei guadagni di efficienza legati all’AI, ma anche come il risultato di vincoli finanziari, pressioni sui margini e, in alcuni casi, della necessità di dimostrare al mercato l’efficacia delle tecnologie adottate.
In questo contesto complesso e spesso ambiguo, Yingwei Lin, Extra-financial Research Analyst di Crédit Mutuel Asset Management, analizza i dati, le narrazioni e i reali meccanismi all’opera dietro l’ondata di ristrutturazioni in corso. Un’analisi che invita a distinguere tra mito e realtà, tra trasformazione strutturale e storytelling aziendale, e che pone una domanda cruciale: l’AI sta davvero rimpiazzando il lavoro umano o ci sta costringendo a ripensarne profondamente valore, competenze e traiettorie di carriera?
Dall’inizio del 2025, abbiamo osservato un ritmo di licenziamenti che raramente si registrava dal periodo della pandemia. In settori come la tecnologia, la logistica, l’automotive e le telecomunicazioni i tagli di posti di lavoro sono stati nell’ordine delle decine di migliaia. Da Intel (24.000) a UPS (20.000), da Amazon (30.000) a Verizon (15.000) e perfino Bosch (13.000), i numeri continuano a crescere, alimentando l’idea di un’economia in cui l’AI rimpiazzerà gradualmente il lavoro umano. Alcune aziende, come Salesforce e Amazon, non esitano più ad attribuire esplicitamente parte della riduzione della forza lavoro all’AI.
Si tratta di un fenomeno globale: riguarda gli Stati Uniti, l’Europa e perfino l’Asia e sembra più una vera e propria ristrutturazione della forza lavoro che un cambiamento ciclico. Inizialmente limitata alle funzioni amministrative e di supporto, ora l’AI sta espandendo la sua portata a compiti più complessi.
Indice
Superare la trasformazione strutturale e i trade-off finanziari
Salesforce stima che l’AI potrebbe gestire fino al 50% dei suoi compiti interni, giustificando parzialmente la sua decisione di attuare licenziamenti. Tuttavia, l’AI non può essere ritenuta la sola responsabile di tutti i cali della forza lavoro, dal momento che entrano in gioco altri fattori:
- Assunzioni eccessive nel dopo pandemia: alcuni settori, come la consulenza e la tecnologia, avevano intrapreso una ricerca di profili su larga scala. Tuttavia, il rallentamento economico attuale richiede un riallineamento.
- Pressione sui margini: le aziende stanno cercando di ridurre i costi e concentrare le loro risorse su attività considerate più strategiche.
È quindi essenziale distinguere le perdite cicliche di posti lavoro da quelle direttamente attribuibili all’AI, in modo da valutarne accuratamente gli effetti sul mercato del lavoro.
Il Metodo Coué dell’AI: una nuova narrativa di facciata
L’AI è diventata ormai una parola di moda nel marketing, percepita come garanzia di progresso e performance. Per alcune aziende, comunque, questa integrazione è più una cortina fumogena che un cambiamento strategico reale o un fattore di crescita. Secondo il Global AI Confessions Report di marzo 2025, il 74% dei CEO teme per il proprio posto di lavoro se non riuscirà a dimostrare rapidamente una crescita misurabile del business per effetto dell’AI. Questa pressione sta favorendo un’impennata dei progetti di AI, nonostante i professionisti intervistati stimano che circa il 35% di queste iniziative siano soltanto una vetrina: un fenomeno noto come “AI washing”.
Inoltre, questa corsa dell’AI è accompagnata da investimenti massicci: quest’anno, si prevede che i giganti del tech investiranno oltre 380 miliardi di dollari nell’infrastruttura AI. Questo solleva una domanda fondamentale: da dove arrivano le risorse per finanziare questi investimenti colossali? A prima vista, i prezzi azionari in forte aumento delle aziende tech potrebbero sembrare sufficienti ad attrarre i fondi necessari. Tuttavia, le dinamiche di azionariato incrociato tra i principali player del tech, che si alimentano a vicenda, creano un effetto bolla che forza queste società a dimostrare velocemente la profittabilità dei loro progetti di AI. Eppure, a questo punto, gli effettivi aumenti di produttività non compensano i costi sostenuti. Questo divario alimenta una logica che si autoavvera: le aziende sono costrette a validare simbolicamente l’efficacia delle tecnologie impiegate per poter mantenere la fiducia del mercato e prevenire lo scoppio della bolla. Ci si potrebbe chiedere se queste riduzioni di staff siano diventate una delle leve principali per concretizzare i guadagni attesi e rafforzare l’idea che l’AI ne sia la fonte.
Questa logica va oltre il settore tech: altre aziende stanno adottando la stessa narrativa, sostenendo che “licenziano personale perché l’AI le ha rese più efficienti”, nonostante l’integrazione concreta di questi strumenti resti incerta.
AI: quali sono i veri benefici? È la fine dei compiti di routine? Posti di lavoro rimpiazzati o reinventati?
È probabile che il divario tra le promesse che ruotano intorno all’AI e il reale valore creato porti a una graduale correzione di mercato. Secondo Gartner, fino al 40% dei progetti di agentic AI potrebbero essere abbandonati entro il 2027 a causa di costi eccessivi, benefici incerti o rischi mal gestiti.
Cionondimeno, l’impatto dell’AI sull’organizzazione del lavoro è molto concreto. Consente l’automazione di numerosi processi ripetitivi e di informazione (sebbene non tutti), trasformando gradualmente le abitudini di lavoro. Eppure i dipendenti sottostimano spesso la velocità di avanzamento di queste tecnologie. Un esempio rilevante: OpenAI ha assunto circa un centinaio di ex investment banker per allenare un’AI in grado di svolgere compiti complessi di modellazione finanziaria, un compito tradizionalmente assegnato ai giovani analisti. Di conseguenza, i punti d’accesso per queste carriere si stanno riducendo, perfino scomparendo. Vari studi mostrano che le aziende che sfruttano molto questa tecnologia occupano al momento meno giovani professionisti di un tempo. Tra gennaio 2024 e luglio 2025 le offerte di lavoro per giovani talenti sono calate del 24% in tutto il mondo.
I profili senior e di maggiore esperienza restano per ora meno colpiti ma potrebbero essere soggetti a un rapido cambio nelle competenze richieste.
Allenare piuttosto che rimpiazzare: un imperativo strategico
I professionisti devono ora: 1) identificare le competenze differenzianti 2) sviluppare la creatività, il pensiero critico, la competenza sul settore e il pensiero sistemico 3) seguire gli sviluppi del loro settore e dell’azienda 4) imparare a padroneggiare gli strumenti di AI.
Padroneggiare l’AI non significa diventare tecnici esperti ma essere in grado di usarla su base quotidiana, come un qualsiasi altro strumento lavorativo. Riguarda la conoscenza di come saggiare e verificare l’affidabilità e la qualità dei dati, evitare errori nei risultati generati e rispettare principi di confidenzialità ed etica professionale che ne governano l’uso.
Alcune aziende stanno già rendendo i loro requisiti più severi. Ad esempio, Accenture ha licenziato varie migliaia di dipendenti che non erano in grado di integrare l’AI nelle loro abitudini lavorative, mentre KPMG ora richiede a ogni consulente di giustificare il suo uso quotidiano dell’AI. L’AI sta trasformando il modo in cui lavoriamo: la sfida è abbracciare questi strumenti e investire nella formazione continua, non semplicemente sopportare il cambiamento. Il rischio concreto è quindi non solo la perdita del posto di lavoro ma l’obsolescenza professionale.
Le società hanno un ruolo fondamentale da giocare in questa transizione: devono assicurare una transizione giusta in modo che gli aumenti di produttività non producano un deterioramento delle condizioni per i dipendenti. Questo richiede un dialogo sociale costruttivo, programmi completi di formazione, la salvaguardia dell’impiegabilità, la garanzia di equità nei piani d’uscita e la trasparenza del processo decisionale. La formazione non dovrebbe essere vista come un costo ma come un investimento strategico, un elemento a sostegno di stabilità e produttività essenziale per il successo nel lungo termine.

Questo contributo è a cura di Yingwei LIN, Extra-financial research analyst, Crédit Mutuel AM.
