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A cura di Geijer Food & Agri

Caffè amaro per gli USA, dolce per l’UE. Il bivio dei dazi per torrefattori italiani

L’industria del caffè continua a subire notevoli problemi a causa di una serie di dazi imposti dagli USA ai principali Paesi produttori ed esportatori di caffè. In particolare, Brasile e Svizzera, rispettivamente al primo e al terzo posto in termini di valore delle esportazioni di caffè verso gli Stati Uniti, sono soggetti a dazi elevati: rispettivamente del 50% e del 39%. Entrambi i paesi stanno negoziando attivamente con gli Stati Uniti per allentare queste barriere commerciali, ma la situazione attuale pone gli esportatori brasiliani e svizzeri in netto svantaggio. Al contrario, altri Paesi produttori di caffè, come la Colombia e diversi Stati dell’America Centrale, si trovano ad affrontare dazi relativamente modesti – del 10% – che conferiscono loro un vantaggio competitivo sul mercato americano.

Brasile e Svizzera nella posizione peggiore con i dazi attuali

I principali 10 esportatori di caffè verso gli USA, ordinati in base al valore totale dell’export nel 2024

*includes coffee beans, instant coffee and roasted coffee - Source: International Trade Administration, Eurostat, ING Research*includes coffee beans, instant coffee and roasted coffee Source: International Trade Administration, Eurostat, ING Research

La continua incertezza del mercato, unita alle diverse caratteristiche del caffè in base alla provenienza, sta causando un lento adattamento tra gli acquirenti statunitensi. I recenti dati commerciali offrono un primo assaggio di questi cambiamenti: le esportazioni di caffè dal Brasile agli Stati Uniti sono diminuite di oltre il 75% ad agosto rispetto ai livelli del 2024, poiché i commercianti brasiliani trattengono le scorte in patria e gli agricoltori ritardano le vendite in previsione di prezzi più elevati. Al contrario, le esportazioni da Colombia e Vietnam sono rimaste stabili fino a settembre. Di conseguenza, le scorte di caffè negli USA si stanno riducendo. Si prevede che la disparità nelle aliquote tariffarie spingerà gli acquirenti statunitensi a riallocare l’approvvigionamento, dal Brasile verso Paesi produttori con imposte più favorevoli.

Le esportazioni di caffè brasiliano verso gli Stati Uniti sono diminuite di oltre il 75% rispetto allo scorso anno

Spedizioni di caffè verso gli Stati Uniti (in TEU, così si indica la dimensione standard di un container), su base settimanale. 

Per quanto riguarda il caffè tostato, il Canada è il maggiore esportatore verso gli Stati Uniti in volume (principalmente caffè decaffeinato), mentre la Svizzera è la maggiore in valore, con l’Italia a completare il podio. Le esportazioni svizzere di capsule di caffè sono cresciute negli ultimi anni, raggiungendo 1,1 miliardi di euro in valore nel 2024. L’export elvetico ha registrato un forte calo durante l’estate, mentre quello italiano si è dimostrato più stabili. Sebbene anche i torrefattori dell’UE che esportano negli Stati Uniti siano soggetti a dazi, attualmente la loro posizione competitiva è migliorata rispetto ai concorrenti svizzeri per via della differenza nelle tariffe.

Forte calo delle esportazioni di caffè svizzero verso gli Stati Uniti. Più stabili le esportazioni italiane

Esportazioni di caffè tostato verso gli Stati Uniti in chilogrammi, fino ad agosto (Svizzera) e luglio (Italia) 

I consumatori USA non hanno ancora visto il lato peggiore dei dazi

Per quanto riguarda i consumatori, l’aumento dei prezzi del caffè ha fatto notizia lungo entrambe le sponde dell’Atlantico, a causa della scarsità delle forniture dovuta ai cattivi raccolti consecutivi nei principali Paesi produttori. Gli indici dei prezzi al consumo del caffè sono aumentati del 20% nell’UE, negli Stati Uniti e in Canada. Fino a luglio, i prezzi nell’UE e in Canada sono aumentati a un ritmo molto più rapido rispetto agli Stati Uniti, ma la situazione sta iniziando a cambiare. Oltreoceano, il caffè “ad alto dazio” non è ancora arrivato sugli scaffali. I torrefattori stanno utilizzando prima le scorte esistenti. L’aliquota tariffaria del 50% sulle esportazioni brasiliane è entrata in vigore il 6 agosto, data dopo la quale va considerato circa un mese per spedire il caffè, che deve poi essere tostato, confezionato e distribuito ai rivenditori. Pertanto, è prevedibile che l’impatto dei dazi inizi a colpire questi rivenditori nel quarto trimestre.

I torrefattori cercheranno di rinegoziare con i loro clienti. Se continueranno a offrire caffè della stessa qualità, vorranno scaricare sui clienti i maggiori costi di produzione. Oppure, potrebbero cambiare miscela e passare a un caffè di qualità inferiore per mantenere i prezzi stabili. In entrambi i casi, la situazione non è rosea per gli intenditori americani di caffè.

Non sono rosee nemmeno le prospettive della domanda. Torrefattori statunitensi, come JM Smucker e Keurig Dr Pepper, hanno segnalato che i volumi erano già sotto pressione nel secondo trimestre di quest’anno a causa dei forti aumenti dei prezzi. La combinazione di una continua pressione al rialzo sui prezzi e di prospettive più deboli per la spesa delle famiglie statunitensi rende molto probabile che assisteremo a un ulteriore calo della domanda nel corso dell’anno.

I prezzi al consumo del caffè sono aumentati di più nell’UE e in Canada che negli Stati Uniti

IPC del caffè, fatto 100 il valore di gennaio, dati fino ad agosto 2025. 

Source: Eurostat, BLS, Stat Canada, ING Research

Cosa cambia per l’Europa?

Per l’industria del caffè e i consumatori europei, questi sviluppi sono contrastanti. La forza dell’euro sta mitigando alcuni degli aumenti dei prezzi del caffè, poiché questo viene scambiato in dollari statunitensi. Se dovessimo assistere a un ulteriore calo della domanda negli Stati Uniti, ciò potrebbe allentare la pressione sull’offerta e sui prezzi. Ma non lo vediamo ancora nei futures del caffè, che continuano a oscillare intorno ai massimi storici. I dazi rendono più attraente per gli esportatori brasiliani vendere più caffè ai clienti europei. Notizia che possiamo considerare positiva.

Ma l’Europa è anche un centro di scambio e lavorazione del caffè, e gli Stati Uniti sono un’importante destinazione per i commercianti e i torrefattori europei. La Germania, ad esempio, è un importante riesportatore di chicchi di caffè verde verso gli Stati Uniti, mentre Italia e Svizzera sono grandi esportatori di caffè tostato.

Per i trader, la maggiore volatilità e incertezza offrono generalmente l’opportunità di adattarsi alle variazioni della domanda, a patto che mantengano le giuste posizioni. I torrefattori europei, tuttavia, sono diventati meno competitivi negli Stati Uniti rispetto alle aziende nordamericane, che svolgono localmente più attività a valore aggiunto post-dazi. Questo rappresenta un ostacolo, poiché gli Stati Uniti sono stati per anni un mercato in crescita redditizio. Per i torrefattori europei, le discussioni a livello di consiglio di amministrazione si concentreranno su come approcciare il mercato statunitense e se sia opportuno aprire un’attività o aumentare la propria presenza negli Stati Uniti. È un aspetto che aziende come Lavazza e Illy hanno già accennato. Una maggiore presenza locale potrebbe non solo ridurre l’impatto dei dazi, ma anche ridurre gli oneri di conformità dovuti al nuovo Regolamento UE sulla deforestazione. Gli svantaggi di una torrefazione più vicina al luogo di vendita sono principalmente i maggiori investimenti necessari. Inoltre, ci vogliono anni per aprire una struttura e gli stabilimenti europei rischiano di trovarsi con una capacità eccedente.

Rilocalizzare la produzione in settori strategici è stata una priorità per Donald Trump. Sebbene l’introduzione di ulteriori impianti di torrefazione del caffè non fosse un obiettivo esplicito, potrebbe essere un’eccitante conseguenza dell’attuale politica tariffaria.