La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) non è solo un esercizio di rendicontazione ma è uno strumento di cambiamento comportamentale. Impone infatti alle imprese di valutare, misurare e comunicare non solo i rischi finanziari legati alla sostenibilità, ma anche gli impatti (positivi e negativi) che le loro attività generano su persone e ambiente. Eppure, secondo lo studio pubblicato da PwC sullo stato dell’arte dell’adozione della CSRD, per molte aziende la direttiva è ancora percepita principalmente come un obbligo normativo da soddisfare, non come una leva trasformativa da integrare nei processi chiave di governance, innovazione e pianificazione.
Vi è però un dato promettente che riguarda la presenza di riferimenti ESG nell’80% dei risk report aziendali: un segno che la sostenibilità comincia a essere percepita come parte del rischio sistemico, accanto a rischi finanziari, operativi e reputazionali.
L’analisi ha interessato 250 dichiarazioni di sostenibilità redatte secondo la CSRD, di cui il 70% provenienti da aziende UE situate in Paesi che non avevano ancora recepito formalmente la direttiva nella propria legislazione (Germania, Spagna e Paesi Bassi). La scelta volontaria di conformarsi dimostra che una parte del tessuto imprenditoriale europeo riconosce il valore del reporting ESG come strumento di gestione e posizionamento competitivo.
Indice
Impatti, rischi e opportunità: la situazione delle imprese secondo PwC
Tra i principali dati emersi vi è il numero di impatti, rischi e opportunità (IRO) segnalati: alcune aziende ne hanno dichiarati meno di 10 altre oltre 120. Sebbene la varietà sia in parte giustificata da dimensione e complessità dei business, questo scarto mette in luce quanto le imprese stiano ancora cercando di orientarsi all’interno di un nuovo paradigma di rendicontazione.
Andando a vedere nel dettaglio la maggior parte delle aziende vede più rischi legati alla sostenibilità che opportunità. Dall’altra parte, però, le imprese di tutti i settori hanno anche riconosciuto opportunità di creazione di valore derivanti dall’evoluzione delle esigenze e delle preferenze dei clienti in risposta al cambiamento climatico, alla maggiore consapevolezza delle problematiche ambientali e sociali e alle tecnologie emergenti.

Il numero medio di impatti negativi segnalati supera del 47% quelli positivi. Solo le aziende del settore finanziario hanno dichiarato più impatti positivi che negativi. Ma ciò che colpisce di più è che alcune grandi aziende non hanno segnalato alcuna opportunità o impatto positivo.

I temi più rendicontati
Tra i temi degli Standard Europei di Reporting sulla Sostenibilità (ESRS) più rendicontati vi sono il cambiamento climatico, la forza lavoro e la condotta aziendale: praticamente ogni azienda ha dichiarato almeno un IRO per ciascuna di queste aree.
Al contrario i temi meno citati sono: biodiversità ed ecosistemi con solo il 46% delle aziende che ha incluso almeno un IRO; inquinamento 42%; risorse idriche e marine 36%. In particolare settori come tecnologia, media e telecomunicazioni (TMT) si distinguono per un tasso molto basso di disclosure su questi temi: solo il 9% tratta la biodiversità, il 6% le risorse idriche, il 3% l’inquinamento. Al contrario, circa la metà delle aziende industriali e dei servizi ha incluso almeno un IRO su ciascuno di questi temi ambientali.

Sul fronte climatico, tema che abbiamo visto essere centrale per quasi tutte le imprese analizzate da PwC, la maggioranza ha dichiarato più rischi che opportunità. Circa il 70% ha condiviso i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra (GHG), percentuale che scende intorno al 50% per i settori energia e industriale. Allo stesso modo circa tre quarti delle aziende ha un climate transition plan, ma molti sono ancora “in fase di sviluppo”, una dichiarazione ricorrente soprattutto nel settore finanziario.
Banche e investitori si sono concentrati nello specifico sulle emissioni Scope 3 relative a prestiti e investimenti (74%), mentre altri settori hanno incluso anche le emissioni derivanti da viaggi aziendali, energia e beni acquistati.

Oltre agli standard previsti, il 20% delle aziende ha incluso disclosure “entity-specific” su temi come cybersecurity e protezione dei dati, che sono aree giudicate ad alto rischio dal 36% degli investitori. Solo il 2% ha fatto riferimento all’intelligenza artificiale, trattata quasi esclusivamente come opportunità. L’8% ha parlato di innovazione come fattore positivo, mentre il 5% ha introdotto il tema della fiscalità, anticipando l’obbligo di reporting country-by-country previsto dal 2026.
Assurance tra novità e incertezze
Uno degli elementi distintivi della CSRD è l’obbligo di sottoporre le dichiarazioni di sostenibilità a una garanzia indipendente, almeno a livello di assurance limitata, che fornisce un primo livello di credibilità ai dati comunicati. Tuttavia, alcune aziende hanno deciso di andare oltre, adottando un livello di assurance ragionevole, solitamente richiesto per i bilanci finanziari, su specifiche aree come le emissioni di gas serra o i dati relativi alla forza lavoro. In un solo caso, tra le 250 aziende analizzate da PwC, è stata adottata una garanzia ragionevole sull’intera dichiarazione di sostenibilità.
In generale però la maggior parte dei report, pur rispettando i requisiti minimi, ha evidenziato margini di miglioramento: solo un numero limitato ha ricevuto una conclusione qualificata da parte del revisore, ma numerose dichiarazioni contenevano note esplicative, limitazioni intrinseche e osservazioni sui margini di incertezza nella misurazione di molte metriche quantitative.
In ultimo l’analisi di PwC ha evidenziato che i professionisti incaricati della verifica hanno anche segnalato difficoltà nel confronto dei dati tra aziende o nel tempo, nonché criticità legate al processo di doppia materialità, ancora lontano dall’essere applicato in modo uniforme.
