L’ESG and Sustainability Barometer 2026 di MainStreet Partners rileva che il 25% dei fondi Articolo 8 e il 30% degli Articolo 9 non raggiungono le soglie minime di qualità ESG, in un mercato segnato da standard più severi e crescente scrutinio regolamentare
Solo il 14% dei fondi europei e britannici sarebbe oggi classificabile come “Sustainable” secondo la futura SFDR 2.0, mentre circa il 25% dei fondi Articolo 8 e il 30% degli Articolo 9 non raggiungono le soglie minime di qualità ESG attese dal mercato. È questo uno dei dati più rilevanti che emerge dalla quinta edizione dell’ESG and Sustainability Barometer di MainStreet Partners, uno dei report più completi sullo stato della sostenibilità nei fondi di investimento pubblici europei e britannici. Il Barometro 2026 fotografa un settore in rapida trasformazione, attraversato da un muscolare rafforzamento normativo, da un crescente scrutinio sulle dichiarazioni ESG e da un netto innalzamento dell’asticella per i prodotti che ambiscono a qualificarsi come sostenibili. L’analisi si basa su un campione estremamente ampio, oltre 10.600 fondi gestiti da quasi 500 asset manager, e offre una visione articolata dell’evoluzione delle pratiche ESG nei mercati dei fondi pubblici.
Indice
I Risultati del barometro ESG di Main Street Partner
Una delle conclusioni centrali del Barometro riguarda il contesto regolamentare, che si è rivelato più dinamico e frammentato di quanto il mercato avesse previsto. Come sottolinea Sophie Meatyard, Head of Fund Research di MainStreet Partners, le aspettative di stabilità nel 2025 non si sono concretizzate: “le linee guida di ESMA sulla nomenclatura dei fondi, il regime SDR del Regno Unito e l’annuncio della SFDR 2.0 hanno complessivamente intensificato il livello di analisi e alzato gli standard di trasparenza”.
Le indicazioni ESMA, l’entrata in vigore del Sustainability Disclosure Requirements nel Regno Unito e l’evoluzione della normativa SFDR stanno incidendo profondamente sulle scelte dei gestori, imponendo una coerenza sempre più stringente tra nome del fondo, strategia di investimento e obiettivi di sostenibilità dichiarati. La sostenibilità non è più una suggestiva narrazione, ma un elemento strutturale che deve essere dimostrato lungo l’intero processo di investimento.
In questo quadro, il tema del greenwashing rimane centrale. Nonostante i segnali di miglioramento nella compliance formale, il fenomeno persiste. Circa un quarto dei fondi Articolo 8 ottiene un punteggio inferiore a 3,0 su 5, soglia minima per la qualifica di ESG Assessed. Ancora più significativo il dato sui fondi Articolo 9: il 30% non raggiunge il punteggio di 4,0 necessario per essere considerato Sustainability Assessed, anche se solo una minoranza scende sotto 3,5.
Questi numeri confermano che la classificazione regolamentare, da sola, non è garanzia di qualità ESG e che una parte rilevante dell’offerta presenta contorni di sostenibilità sfumati e ambigui, dove le intenzioni dichiarate non sempre si traducono in una reale integrazione dei criteri ESG.

L’analisi per asset class evidenzia una marcata eterogeneità nei livelli di integrazione ESG. Tra i fondi Articolo 9, le strategie European e Global Small- e Mid-Cap Equity registrano le valutazioni medie più elevate (4,7), insieme ai comparti obbligazionari European Bonds (4,5) e Global Bonds (4,3). Al contrario, strategie come Long-Short Equities e alcune asset class asiatiche si attestano su livelli più bassi (circa 3,3), penalizzate dalla complessità delle strategie e dalla minore qualità e disponibilità dei dati ESG.
Tra i fondi Articolo 8, Global Large Cap Equities, fondi Thematic Healthcare ed European Large Cap Equities si collocano sui livelli medi più alti (3,5-3,6), mentre segmenti come il Money Market mostrano valutazioni inferiori.
Il Barometro mette in luce una crescente polarizzazione negli approcci di integrazione ESG. Circa il 33% dei fondi continua ad adottare strategie di Negative Screening, basate sull’esclusione dal portafoglio di settori controversi come armi e tabacco. Si tratta di un modello orientato alla mitigazione del rischio e alla conformità etica, ma che raramente si traduce in un contributo effettivo alla transizione sostenibile.
All’estremo opposto si collocano le strategie Sustainable e Thematic, focalizzate su biodiversità, economia circolare, inclusività e transizione energetica. Questi fondi mirano esplicitamente a orientare i capitali verso soluzioni sostenibili e registrano, non a caso, rating medi più elevati. Anche la distinzione tra gestione attiva e passiva è significativa: ETF e fondi indicizzati tendono a privilegiare approcci Best-in-Class o di ottimizzazione, mentre i fondi attivi fanno maggiore ricorso a valutazioni qualitative e allocazioni tematiche mirate.
I dati confermano questa differenziazione: i fondi Impact superano in media il punteggio di 4,5, mentre le strategie Engagement o Mixed restano generalmente sotto 4,0, segnalando che non tutte le etichette “sostenibili” esprimono la stessa capacità di generare valore ESG.
Un ulteriore trend evidenziato dal Barometro è il progressivo calo dei rating medi degli asset manager. Lungi dall’indicare un peggioramento delle pratiche ESG, questo andamento riflette l’innalzamento degli standard di valutazione, le divergenze geografiche nelle aspettative ESG e l’ampliamento dell’universo di gestori analizzati.
L’ingresso di nuovi operatori, spesso con una maturità ESG inferiore, ha abbassato le medie complessive, mentre l’inasprimento dei requisiti su risorse dedicate, credibilità istituzionale e governance rende più complesso mantenere punteggi elevati anche per i gestori consolidati. Asset manager top-rated come Lombard Odier, Robeco, Triodos, Sycomore e Mirova dimostrano che punteggi elevati richiedono non solo fondi ben strutturati, ma un approccio alla sostenibilità radicato nell’organizzazione e nella cultura aziendale.

Dal lato dell’offerta, il Barometro evidenzia una persistente disomogeneità nei fondi sostenibili. Le strategie ambientali dominano il mercato, con oltre 75 miliardi di euro in gestione distribuiti su 110 fondi, mentre le strategie sociali raccolgono circa 17 miliardi su 38 fondi. Nonostante la minore diffusione, i fondi sociali presentano un rating medio elevato (4,3 su 5), in linea con i fondi ambientali. La loro scarsa diffusione è quindi attribuibile all’assenza di tassonomia sociale formalizzata e alla maggiore dipendenza da dati qualitativi, che rendono più complessa la strutturazione e valutazione dei prodotti.
Sul piano della regolamentazione, l’introduzione della SFDR 2.0 rimodellerà significativamente il mercato. La riclassificazione dei fondi in ESG Basics, Transition e Sustainable porterà, secondo le simulazioni di MainStreet Partners, circa il 67% dei fondi nella categoria ESG Basics, il 19% in Transition e solo il 14% in Sustainable. Un dato che conferma come la sostenibilità diventi sempre più una scelta selettiva e non un’etichetta generalizzata.
La rivoluzione ESG nei mercati privati

Il Barometro 2026 dedica ampio spazio anche ai mercati privati, sempre più centrali nei portafogli istituzionali e sotto crescente attenzione regolatoria. Gli asset privati dovrebbero raggiungere circa 26.000 miliardi di dollari a livello globale entro il 2030. Parallelamente, il 94% dei gestori dichiara di aver già investito o di voler investire in private markets, mentre l’86% dei General Partners segnala pressione crescente da parte dei clienti per pratiche ESG strutturate. MainStreet Partners valuta questi mercati con un modello “Full-Cycle”, che considera l’intero ciclo dell’investimento: dalla governance e dalle competenze ESG dell’asset manager, all’integrazione dei criteri ESG nello screening iniziale e nelle acquisizioni, fino all’addizionalità, ossia l’impatto concreto generato dalle decisioni di investimento. In definitiva, una valutazione ESG effettiva richiede una comprensione più profonda di come i processi vengano implementati lungo tutto il ciclo di investimento, di come gli impegni si traducano in azioni concrete e di come i gestori utilizzino la propria influenza per guidare miglioramenti nel tempo.
Trend Tematici
Uno dei contributi più rilevanti del Barometro 2026 emerge nella sezione dedicata ai trend tematici, dove l’attenzione si sposta dalla sola mitigazione del rischio alla climate adaptation. Le emissioni globali hanno raggiunto un massimo storico di 56,4 gigatonnellate di CO₂ equivalente nel 2024, mentre il carbon budget residuo per limitare il riscaldamento a 1,5°C si è ridotto a circa 130 Gt. Se le emissioni continueranno ai livelli attuali, il superamento della soglia potrebbe avvenire entro pochi anni.
In questo scenario, l’adattamento non è più un tema marginale, ma un nuovo asse strategico per gli investimenti sostenibili. Circa il 20 – 40% della popolazione mondiale vive già in regioni che hanno sperimentato un riscaldamento stagionale superiore a 1,5°C, con impatti crescenti su salute, sicurezza alimentare e stabilità economica. Il Barometro evidenzia come l’ESG debba evolvere da strumento di riduzione del rischio a leva per indirizzare capitali verso soluzioni di resilienza.
Il tema dell’adattamento climatico si intreccia con l’analisi dei mercati emergenti e di frontiera. Attraverso indicatori come il ND-GAIN Index, MainStreet Partners mostra come molti Paesi emergenti presentino un’elevata vulnerabilità climatica, ma livelli molto diversi di capacità di adattamento. In questo quadro, alcuni mercati evidenziano segnali di miglioramento strutturale: India e Vietnam, ad esempio, hanno ridotto il proprio adaptation gap negli ultimi anni, parallelamente a un aumento delle aziende che adottano obiettivi climatici scientificamente validati. Queste dinamiche, tuttavia, non vengono pienamente catturate dagli indici di mercato, che riflettono la struttura attuale dei mercati sulla base della capitalizzazione e della dimensione dei Paesi, restituendo una fotografia statica del rischio climatico. Al contrario, i fondi attivi con integrazione ESG mostrano una maggiore capacità di selezionare paesi e settori in miglioramento, offrendo al contempo rendimenti cumulati superiori su orizzonti di tre e cinque anni. È in questo senso che l’ESG emerge come strumento di selezione del rischio e del rendimento e non più che come semplice filtro etico.

Tra i temi più controversi affrontati dal Barometro figura la sostenibilità del settore della difesa. Storicamente escluso dagli universi ESG per ragioni etiche, il comparto è tornato al centro del dibattito a causa dell’instabilità geopolitica e della natura dual-use di molte tecnologie. Il report non propone una riabilitazione ideologica del settore, ma invita a un’analisi più rigorosa e trasparente dei trade-off, distinguendo tra esclusione automatica e integrazione ESG basata su governance, utilizzo finale e impatti sistemici.
In conclusione, l’ESG and Sustainability Barometer 2026 restituisce l’immagine di un mercato della sostenibilità sempre più maturo e selettivo, in cui l’inasprimento regolamentare, l’emergere di nuovi temi di investimento e la crescente attenzione alla qualità dei processi stanno ridefinendo l’ESG come un elemento strutturale dell’analisi finanziaria. Guardando al 2026, il contesto normativo dovrebbe entrare in una fase relativamente più stabile: dopo gli annunci della fine del 2025, in particolare sulla SFDR 2.0, l’attenzione si sposterà soprattutto sull’implementazione delle nuove regole e sulla loro applicazione concreta, più che su ulteriori interventi dirompenti, rafforzando il focus su trasparenza, dati e credibilità delle strategie ESG.

