Non sono solo le complicazioni di natura economica a spingere gli investitori a disinvestire dalle società e dai titoli di stato russi in seguito all’escalation dell’occupazione dell’Ucraina da parte del Cremlino, ma anche ragioni etiche fondamentali per gli investimenti ESG.
Uno dei primi gestori a escludere la Russia dai propri portafogli è stato il fondo pensione danese Akademiker Pension. Il fondo aveva messo sotto osservazione i titoli russi già dopo l’ingresso delle truppe sovietiche nelle regioni del Donetsk e Luhansk, sulla base della propria politica di responsabilità. “L’invasione è una chiara e inequivocabile violazione delle leggi e dei regolamenti internazionali e della nostra politica di investimento responsabile. Non c’è quindi altra conseguenza che escludere la Russia”, ha affermato Jens Munch Holst, direttore di Akademiker Pension.
Altra importante presa di posizione è stata quella del fondo sovrano norvegese che ha congelato i propri asset in titoli russi in vista di una cessione. Si tratta di una decisione importante perché il fondo della Norges bank, con asset per circa 1.300 miliardi di dollari, è il più grande al mondo ed è considerato un benchmark per le proprie politiche sulla sostenibilità. Il ministro delle finanze Trygve Slagsvold Vedum ha dichiarato che “vista l’evoluzione della situazione, il governo considera necessario che il fondo disinvesta dai propri asset russi”. Il Norges Bank Investment Management aveva un patrimonio di 2,5 miliardi di euro di investimenti nelle aziende e nel debito sovrano russo alla fine del 2021, incluso una partecipazione dello 0,83% nella Sberbank (la banca di stato russa) e partecipazioni importanti in Gazprom e Lukoil.
Anche il più grande fondo pensione norvegese, KLP, ha annunciato di voler disinvestire le sue partecipazioni (50,3 milioni di euro) in 22 società, incluse Gazprom e Lukoil, e nelle banche VTB e Sberbank. Il fondo pensione, inoltre, ha già venduto le sue attività quotate a Londra ed è in procinto di vendere quelle quotate a New York. “La decisione si basa sul fatto che si tratta di una misura cautelare, perché esiste un rischio inaccettabile di complicità in una violazione delle linee guida di KLP attraverso le operazioni delle società” spiega KLP in una nota. “Invadendo l’Ucraina, la Russia ha violato due norme fondamentali nella Carta delle Nazioni Unite sul diritto degli stati all’autogoverno. La norma della sovranità e il divieto di guerre di aggressione. L’abuso della popolazione civile a causa dell’invasione costituisce una minaccia inaccettabile e grave in Ucraina, e dove il rispetto dei diritti umani fondamentali è messo da parte”, afferma Håvard Gulbrandsen, CEO di KLP Kapitalforvaltning.
Sulla stessa linea, i Commissari della Chiesa e il consiglio delle pensioni della Chiesa d’Inghilterra hanno annunciato di aver venduto le proprie partecipazioni nelle aziende russe e che non faranno ulteriori investimenti nel Paese.
È di ieri, inoltre, l’annuncio della British Petroleum (BP), colosso anglosassone del settore petrolifero e del gas naturale, che ha deciso di vendere la propria partecipazione di quasi il 20% nella petrolifera statale russa Rosneft.
Nonostante le buone intenzioni e lo schieramento netto di molti, non è facile potere realizzare in questo momento le proprie intenzioni anche perché con la chiusura della Borsa di Mosca e con l’esclusione di alcune banche russe dal sistema SWIFT, il mercato è di fatto bloccato. La Banca Centrale Russa, inoltre, ha ordinato agli attori del mercato di interrompere l’esecuzione di tutti gli ordini provenienti da entità straniere volti alla vendita dei titoli russi.
