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Opinione - GAM

Cosa c’è dietro ciò che acquisto? Dallo slow food allo “slow investment”

Carlo Petrini, scomparso il 21 maggio scorso, ha rivoluzionato il rapporto con l’alimentazione, ha trasformato il cibo da semplice consumo a scelta culturale, etica e politica, i tre aggettivi “buono, pulito, giusto” sono diventati un manifesto politico. Carlo Petrini ha restituito il cibo ai suoi legami più autentici con la terra, con il sapere contadino, con le conoscenze e le tradizioni che danno valore alla materia prima. Ha insegnato, soprattutto, l’arte di porre le domande giuste. E non è forse anche questo il compito di un buon investitore, saper fare le domande giuste?

Ad esempio, una delle domande “giuste” poste da Petrini, “cosa c’è dietro ciò che consumo?”, trova piena cittadinanza anche nel mondo della gestione del risparmio, dove il risparmiatore consapevole dovrebbe chiedersi “cosa c’è dietro ciò che acquisto?”. È la domanda di coloro che non si fermano al rendimento promesso o alla dinamica di un prezzo, ma vogliono comprendere cosa sostenga davvero il valore di un investimento: quale azienda si sta comprando? Con quali pratiche genera profitto? Qual è la qualità del management e quale la visione industriale? Quali sono i rapporti con i dipendenti, con il territorio, con fornitori e i clienti? E soprattutto, quanto è sostenibile, nel tempo, la sua crescita?

In questa prospettiva, il paradigma di Petrini conserva straordinaria attualità.

Buono” rimanda alla qualità sostanziale, all’attenzione ai fondamentali, importanti in agricoltura come negli investimenti. “Pulito” significa trasparenza: nelle filiere alimentari è la tracciabilità dei processi produttivi, nel mondo finanziario è la qualità della governance, la chiarezza delle strutture proprietarie, l’indipendenza degli organi di controllo, l’affidabilità del reporting.

“Giusto” è la dimensione sistemica. Nel cibo è l’equa remunerazione lungo la filiera, negli investimenti è la capacità di valutare gli effetti che un’impresa genera sull’ambiente, sui dipendenti, sul territorio dove opera e sugli stakeholder con cui interagisce. Non si tratta di filantropia né di moralismo da pochi soldi, al contrario, è una valutazione profondamente economica: un’impresa che scarica sulla collettività i propri costi ambientali o sociali non elimina quei costi, trasferisce rischi al futuro.

È una convergenza interessante, la sostenibilità e il tempo lungo della qualità accomunano lo slow food con lo “slow investment”, con l’impact investing, con i “private market” che danno ai capitali un orizzonte industriale prima ancora che finanziario, il senso di costruzione paziente del valore.

Per decenni, nei mercati finanziari si è cercata l’ottimizzazione del rendimento aggiustato per il rischio, i coefficienti di Sharpe, l’alpha rispetto al beta. Parametri corretti e necessari ma, alla fin fine, non sufficienti a raccontare l’intera storia di un investimento. Enormi flussi di capitale hanno finanziato anche industrie inquinanti, catene di fornitura squilibrate, strutture di governance opache. Si misurava il rendimento senza interrogarsi abbastanza sulla qualità dei processi che lo generavano. È in questo contesto che si è affermato il paradigma ESG.

L’evoluzione non è stata solo teorica (benché ci siano stati e ci siano casi di adesioni ipocrite, di “greenwashing”): la sensibilità degli investitori e l’attenzione delle società di gestione hanno progressivamente attratto capitali verso strategie sostenibili, favorito regolamentazioni e obblighi di “disclosure”, dato impulso alla nascita di fondi tematici e di agenzie specializzate nei rating ESG.

Anche in Italia il fenomeno sta prendendo caratteristiche strutturali. La questione non è l’opposizione nella diade eticità e rendimento, quanto riconoscere che nel lungo periodo le due metriche tendono a coincidere, la qualità non può essere separata dalle modalità con cui viene prodotta. Un’azienda che gestisce bene il proprio impatto ambientale è un’azienda che gestisce bene i propri rischi regolatori futuri. Buone pratiche sociali nelle catene della fornitura proteggono l’azienda da rischi reputazionali. Una governance solida è la migliore assicurazione contro i cigni neri interni.

Un esempio di sguardo lungo che non perde di vista il profitto viene dalla Cina: mentre gli Stati Uniti rilanciano la centralità delle fonti fossili (“Drill baby, drill!”), Pechino ha scelto di presidiare il terreno della transizione energetica globale con investimenti e capacità installata che superano ampiamente quelli di qualsiasi altro paese. Non si tratta di idealismo o filantropia ma di lucida strategia industriale: oggi la Cina controlla gran parte della produzione dei pannelli solari, domina la produzione di polisilicio e di wafer, guida il mercato delle batterie agli ioni di litio e ha cominciato a invadere l’Europa con le sue auto “Tre E”: elettriche, efficienti, economiche.

Il lungo termine è la modalità più intelligente di costruzione del profitto. L’urgenza della prestazione immediata sacrifica la cura paziente del talento. La velocità che comprime il tempo ottimizza il risultato istantaneo a discapito di quello finale.

È tempo di cambiamenti e il “nuovo tempo”, segnato dalla rivoluzione tecnologica, non potrà fare a meno dell’innovazione sociale.


Carlo benetti GAM cat bond

Questa opinione è a cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM

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