Secondo il Global Risks Report 2026 del World Economic Forum in collaborazione con Boston Consulting Group, il 68% dei leader prevede un ordine mondiale multipolare o frammentato entro dieci anni, con potenze grandi e medie in competizione regionale.
Il 2026 si apre sotto il segno dell’incertezza: un mondo sospeso tra frammentazione geopolitica, accelerazione tecnologica e crisi ambientale. A scattare una nitida fotografia dello scenario globale è la 21ª edizione del Global Risks Report, frutto della collaborazione tra il World Economic Forum e Boston Consulting Group.
Il report, basato su oltre 1.300 interviste a leader di imprese, istituzioni finanziarie, governi e organizzazioni internazionali, mostra come il 50% degli intervistati si aspetti nei prossimi due anni uno scenario “turbolento” o “tempestoso”. La quota cresce al 57% se se si estende l’orizzonte temporale ai dieci anni, mentre solo l’1% prevede uno scenario “calm” in entrambe le prospettive di tempo. Ma se soprattutto nel breve periodo a fare da padroni sono i rischi geopolitici e i conflitti armati, nel lungo termine il clima continua a essere il pericolo principale per la stabilità economica e sociale con i rispondenti che indicano eventi estremi, collasso di ecosistemi e biodiversità e cambiamenti critici del sistema terrestre come i tre rischi principali da qui ai prossimi 10 anni.
Indice
Rischi attuali per i leader: gli eventi estremi scendono al terzo posto
Il rischio attuale più significativo per leader ed esperti riguarda l’assetto della politica globale: il 68% degli intervistati prevede un ordine internazionale multipolare o frammentato entro un decennio, nel quale grandi e medie potenze che imporranno regole regionali, mentre appena il 6% immagina una rivitalizzazione dell’ordine multilaterale guidato dagli Stati Uniti.
In particolare per i prossimi 12 mesi, i rischi che più di altri porteranno crisi materiali su scala globale sono gli scontri geoeconomici per il 18% e i conflitti armati per il 14%. Gli eventi estremi sono invece al terzo posto (8%), poco sopra polarizzazione sociale e disinformazione, pari merito al quarto posto con il 7%, diversamente da come previsto nell’ultimo report che li vedeva sul podio.
Confronto geoeconomico e fragilità finanziarie
Nel breve termine, la principale minaccia del 2026 è rappresentata dal “confronto geoeconomico”, ovvero l’uso strategico di dazi, sanzioni e strumenti finanziari per ottenere vantaggi geopolitici, indicato dal 18% dei rispondenti. Seguono il rischio di conflitti armati tra Stati (14%) e una crescente instabilità economica, accentuata dal debito globale che ha raggiunto i 251.000 miliardi di dollari, pari al 235% del PIL mondiale. Circa il 45% del debito sovrano dei Paesi OCSE dovrà essere rifinanziato tra il 2025 e il 2027, in un contesto di tassi più elevati rispetto al decennio precedente.
Questa combinazione di fragilità macroeconomiche e pressioni geopolitiche aumenta la probabilità di correzioni improvvise nei mercati finanziari, come evidenziato dalla crescita dei rischi legati a recessione economica e inflazione, rispettivamente all’11° e al 21° nella gerarchia dei rischi globali, e lo scoppio di bolle speculative, che si attesta al 18° posto. La volatilità economica, avvertono gli esperti, non è più una conseguenza delle tensioni politiche, ma diventa essa stessa terreno di confronto internazionale.
Sul fronte sociale, la polarizzazione è il terzo rischio più severo nel breve periodo, mentre la disuguaglianza resta il rischio più interconnesso, capace di generare instabilità in altri ambiti. La diffusione della disinformazione e le vulnerabilità digitali completano il quadro, mostrando come le tecnologie trasformino non solo l’economia, ma anche la coesione sociale.
L’intelligenza artificiale, in particolare, emerge come rischio in rapida crescita: le conseguenze avverse dell’AI passano dal trentesimo posto nella graduatoria a due anni al quinto posto su un orizzonte decennale. L’intersezione tra automazione, mercato del lavoro e applicazioni militari apre scenari complessi, nei quali produttività e disoccupazione possono crescere insieme, accentuando le fratture sociali.
L’ambiente come rischio sistemico
Sul lungo periodo, i rischi ambientali restano al centro delle preoccupazioni globali, pur se nel breve termine la loro priorità percepita appare in diminuzione. Il Global Risks Report 2026 evidenzia infatti come, per l’orizzonte biennale, molti rischi ambientali abbiano registrato un calo nella classifica di gravità: gli eventi meteorologici estremi scendono dal 2° al 4° posto, l’inquinamento dal 6° al 9°, mentre il cambiamento critico dei sistemi terrestri e la perdita di biodiversità e collasso degli ecosistemi calano rispettivamente di sette e cinque posizioni, collocandosi nella seconda metà della graduatoria. Questo andamento riflette non solo una diminuzione relativa rispetto ad altre categorie di rischio, ma anche uno spostamento assoluto dell’attenzione dai problemi ambientali nel breve periodo.
Tuttavia, sull’orizzonte dei prossimi dieci anni, i rischi ambientali mantengono la loro posizione predominante: gli eventi meteorologici estremi sono identificati come il rischio più grave e metà dei primi dieci rischi nella gerarchia del decennio hanno natura ambientale. Questo evidenzia come, sebbene temporaneamente meno urgenti rispetto ai rischi geopolitici ed economici, i problemi climatici e ambientali siano percepiti come minacce sistemiche di lungo periodo. Quasi tre quarti dei leader globali intervistati esprimono un pessimismo marcato, prevedendo uno scenario “turbulento” o “tempestoso”, segno che l’attenzione agli effetti dei cambiamenti climatici non è completamente secondario.
A rafforzare la preoccupazione è la crescente vulnerabilità delle infrastrutture critiche. L’invecchiamento delle reti energetiche, le tensioni sulle catene di approvvigionamento e la dipendenza da sistemi digitali interconnessi espongono le società a shock potenzialmente sistemici. Gli eventi climatici estremi già in corso, insieme a rischi cyber-fisici e pressioni geopolitiche, amplificano le conseguenze di fenomeni locali trasformandoli in crisi di portata globale. La combinazione tra cambiamenti climatici, infrastrutture fragili e interdipendenza dei sistemi impone un rafforzamento strategico e preventivo delle infrastrutture, non solo per mitigare i danni immediati, ma anche per prevenire effetti a cascata sulle economie e sulle società, garantendo resilienza e continuità dei servizi essenziali.
Il report si conclude con un messaggio chairo: il futuro non è predeterminato. Le traiettorie globali dipenderanno dalle scelte di governi, imprese e società civile. La sfida principale sarà gestire simultaneamente pressioni geopolitiche, tecnologiche, economiche e ambientali, evitando che le tensioni locali diventino crisi sistemiche a livello globale.
