Nel 2026 saranno generati circa 227 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Quasi 72 milioni saranno gestiti in modo inadeguato, con un rischio elevato di dispersione nell’ambiente.
La produzione mondiale di plastica continua a crescere più rapidamente della capacità dei sistemi di gestirne i rifiuti. Nel 2026 il mondo genererà circa 227 milioni di tonnellate di rifiuti plastici e quasi 72 milioni, pari al 31,6%, saranno classificati come mal gestiti, con un elevato rischio di dispersione nell’ambiente. È il quadro delineato da EA – Earth Action nel nuovo report dedicato alla crisi globale della plastica.
Il dato evidenzia una contraddizione: la percentuale di rifiuti gestiti in modo inadeguato è migliorata rispetto al 34,3% stimato nel 2021, ma il volume assoluto continua ad aumentare. In altre parole, raccolta e infrastrutture fanno qualche passo avanti, ma non abbastanza da compensare la quantità crescente di plastica che entra nel sistema. Il risultato è un carico sempre maggiore destinato a discariche non adeguate, dispersione, abbandono o mancata raccolta.
Il Plastic Overshoot Day, che quest’anno è caduto il 6 settembre, fotografa proprio questo squilibrio: la data indica il momento in cui la produzione annuale di rifiuti plastici supera la capacità globale di gestirli in sistemi considerati sicuri. Nel 2026 il periodo di “overshoot” è stimato in 116 giorni. Non si tratta quindi soltanto di una questione legata al riciclo, ma di un problema che parte molto prima, dalla quantità di plastica immessa sul mercato. L’Italia presenta una situazione migliore rispetto alla media globale, con il proprio Plastic Overshoot Day fissato al 5 novembre, ma genera comunque circa 61 chilogrammi di rifiuti plastici per abitante ogni anno.
La pressione si distribuisce inoltre in modo molto disomogeneo. Dodici Paesi concentrano circa il 60% dei rifiuti plastici gestiti male, mentre una parte significativa della popolazione mondiale (circa due terzi) vive in aree dove la capacità locale di trattamento non è sufficiente rispetto ai rifiuti generati. Cina e India figurano tra i principali contributori in termini assoluti, evidenziando quanto il problema sia legato sia alla scala dei consumi sia alle infrastrutture disponibili.

Ma la crisi della plastica non si esaurisce nel fine vita. Il materiale è ormai presente in gran parte degli ecosistemi e la ricerca ha rilevato microplastiche in sangue, polmoni e tessuti placentari, mentre aumentano le evidenze sugli effetti associati agli additivi e alle sostanze chimiche utilizzate nella produzione. Il report Earth Action sottolinea infatti che la plastica ha conseguenze che coinvolgono contemporaneamente ambiente, biodiversità, clima e salute umana.
Per questo la gestione dei rifiuti rappresenta soltanto una parte della soluzione. Earth Action individua tre direttrici: diminuire la produzione di rifiuti plastici alla fonte, rafforzare i sistemi di raccolta e trattamento e sviluppare modelli circolari capaci di mantenere i materiali in uso più a lungo. L’obiettivo non è soltanto evitare che la plastica finisca nell’ambiente, ma ridurre la quantità di materiale che diventa rifiuto. Anche il WWF insiste sulla necessità di intervenire a monte, riducendo l’impiego di plastica vergine, favorendo riuso e riciclabilità e aumentando la responsabilità dei produttori lungo l’intero ciclo di vita.
Il problema, quindi, non è soltanto dove finisca la plastica che utilizziamo. È soprattutto quanta ne continuiamo a produrre, consumare e trasformare in rifiuto. Senza un intervento sulla fonte, il miglioramento dei sistemi di gestione rischia di non essere sufficiente a ridurre la pressione sugli ecosistemi. E il calendario del Plastic Overshoot Day, già passato anche quest’anno, è soltanto uno degli indicatori di una crisi che continua per tutti i restanti mesi.
