Transizione energetica

Tecnologie pulite

IEA: la transizione energetica vale 2000 mld, ma dipende (troppo) dalla Cina

La transizione energetica globale sta entrando in una fase di forte espansione economica, con un mercato delle tecnologie pulite abilitanti destinato a valere migliaia di miliardi nei prossimi anni. Ma dietro questa crescita si nasconde una fragilità strutturale: tutte le principali supply chain hanno almeno un punto critico, un “anello debole”, che, se interrotto, può mettere in crisi l’intero sistema. Il nodo centrale è la forte concentrazione produttiva in pochi Paesi, in particolare in Cina, che rende la corsa più esposta a shock industriali e geopolitici. È quanto emerge dal report Energy Technology Perspectives 2026 pubblicato dall’International Energy Agency (IEA) che delinea un quadro di una trasformazione molto rapida, ma squilibrata.

Il mercato globale delle tecnologie chiave del cleantech, dalle auto elettriche ai sistemi rinnovabili, stando ai dati della IEA, è destinato a crescere fino a circa 2.000 miliardi di dollari entro il 2035, con scenari ancora più espansivi in presenza di politiche climatiche più ambiziose. Tuttavia, questa crescita si innesta su una struttura industriale altamente concentrata, che difficilmente cambierà nel breve periodo.

La principale innovazione analitica del report 2026 è l’introduzione del test di sicurezza “N-1”, che simula l’uscita dal mercato del principale fornitore globale per analizzarne l’impatto sulla filiera. L’esercizio mostra che, sebbene la capacità produttiva al di fuori della Cina possa teoricamente coprire la domanda finale in alcuni segmenti, tutte le filiere presentano almeno un passaggio intermedio critico in cui meno del 25% della domanda può essere soddisfatta senza il principale produttore.

Capacità produttiva delle filiere delle batterie rispetto alla domanda al di fuori della Cina, 2024.

Nelle principali tecnologie della transizione,la Cina controlla oltre l’80% della capacità produttiva in diverse fasi chiave che spaziano dalla raffinazione dei minerali alla fabbricazione di componenti intermedi. Se per le batterie e il solare fotovoltaico la concentrazione sfiora i picchi massimi dell’80-85%, anche in settori come l’eolico la quota cinese non scende sotto il 70%, lasciando a Europa e Nord America un ruolo marginale nella competizione industriale di scala. In altre parole, la resilienza complessiva del sistema resta limitata ed è sufficiente un’interruzione localizzata per generare effetti sistemici.

Percentuali della produzione mondiale di tecnologie per l’energia pulita, 2024.

Le implicazioni economiche di eventuali interruzioni sono significative. Un blocco di un mese delle esportazioni cinesi nella filiera delle batterie comporterebbe una riduzione della produzione globale di auto elettriche pari a circa 17 miliardi di dollari, con oltre la metà delle perdite concentrate nell’Unione Europea. Uno shock analogo nella filiera solare ridurrebbe di circa 1 miliardo di dollari al mese la produzione di moduli fotovoltaici al di fuori della Cina, colpendo in particolare India e Sud-Est asiatico.

“Molte delle tecnologie centrali per l’Era dell’Elettricità non sono più mercati di nicchia, ma componenti sempre più rilevanti dell’economia globale”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo IEA. “Governi e industria devono rafforzare la resilienza delle supply chain e la competitività industriale per ridurre la concentrazione geografica e garantire sicurezza energetica ed economica”.

Il vantaggio competitivo della Cina, sottolinea il report, non si basa unicamente sul costo del lavoro, ma su fattori strutturali come scala produttiva, integrazione industriale ed efficienza. Le differenze strutturali, come i costi di energia e lavoro, rappresentano oltre i due terzi del divario rispetto all’Europa nelle fasi produttive particolarmente intensive sotto questi profili, come la fabbricazione upstream del solare fotovoltaico e la produzione di pale per turbine eoliche. Le economie di scala risultano invece cruciali per le pompe di calore e il solare fotovoltaico, mentre per le batterie oltre il 40% del divario di costo riflette la maggiore efficienza manifatturiera della Cina. Nei settori industriali più energivori, come acciaio e alluminio, il costo dell’energia può superare i due terzi dei costi totali, rendendo strategico l’accesso a fonti rinnovabili a basso costo.

Differenza di costo nella produzione di tecnologie pulite rispetto alla Cina, 2024.

Nonostante l’aumento degli investimenti in tecnologie emergenti, con i progetti di idrogeno a basse emissioni cresciuti dell’80% nel 2025, la geografia delle supply chain appare destinata a rimanere sostanzialmente invariata nel medio termine, anche alla luce dei progetti industriali già avviati.

Il messaggio finale della IEA è chiaro: la transizione energetica non è solo una sfida tecnologica o climatica, ma anche industriale e geopolitica. Senza una strategia di diversificazione e rafforzamento della competitività interna, la crescita del settore rischia di poggiare su basi strutturalmente fragili.

In questo contesto, la resilienza delle filiere dipende dalla capacità degli attori di valorizzare i propri punti di forza attraverso partnership strategiche, compensando così eventuali gap rispetto ai leader di mercato. L’esempio dei costi di produzione del fotovoltaico è emblematico: integrando componenti critici, come i wafer importati dal Nord Africa, l’Unione Europea potrebbe ridurre di circa il 20% i costi di assemblaggio dei moduli rispetto a una filiera interamente domestica.

Costi di produzione dei pannelli fotovoltaici solari per componente e origine, nel 2024.

Questa integrazione geografica e industriale non è più una scelta opzionale, ma il prerequisito per una diversificazione reale. Sfruttando i vantaggi comparati di partner regionali, le economie avanzate possono mitigare la dipendenza da fornitori unici senza compromettere la sostenibilità economica della propria transizione.

In questo scenario, la transizione corre veloce, ma lungo una traiettoria obbligata: quella di un sistema globale che, almeno per ora, continua a dipendere in larga misura dalla capacità produttiva cinese.

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