crisi climatica

Giornata della Terra

Giornata della Terra, record di emissioni e 328 mld di danni nel 2024: la crisi climatica è qui

Le emissioni globali di gas serra hanno raggiunto il livello record di 57,7 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente nel 2024, mentre i disastri climatici hanno causato danni per oltre 328 miliardi di dollari e circa 16 mila vittime. È questo il quadro delineato dagli esperti di Deloitte in un’analisi pubblicata in occasione del NEXT Milan Forum 2026 (in programma dal 4 al 6 maggio), che richiama con forza l’urgenza di un’azione immediata per far fronte al cambiamento climatico. Un messaggio che, nella Giornata della Terra, risuona con ancora più vigore.

“Il 2025 si è confermato tra gli anni più caldi mai registrati, con temperature che hanno superato i livelli preindustriali di quasi un grado e mezzo. Non si tratta più di un’anomalia isolata: il decennio 2015-2024 è stato il più caldo della storia moderna e le proiezioni dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale indicano una probabilità dell’86% che almeno un anno del quinquennio 2025-2029 superi la soglia critica di aumento di 1,5°C. Dati che non appartengono più al solo dibattito scientifico, ma che rappresentano già oggi impatti concreti, misurabili e in molti casi irreversibili sugli ecosistemi, sulle economie e sulle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone”. Così Stefano Pareglio, Presidente di Deloitte Climate & Sustainability, Andrea Poggi, Head of Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Central Mediterranean e Alessandro De Luca, Head of Public Policy & Stakeholder Relations Centre di Deloitte Italy, spiegano come il cambiamento climatico stia ridefinendo investimenti, supply chain e priorità politiche a livello globale.

L’analisi sottolinea come, nonostante l’evidenza scientifica e l’intensificarsi degli impatti, l’andamento delle emissioni non mostri segnali di inversione. Nel 2024 si è registrata una crescita del 2,3% rispetto all’anno precedente, a conferma di un divario ancora ampio tra gli impegni assunti e la loro effettiva attuazione. Tra gennaio 2024 e settembre 2025, infatti, solo 64 Paesi hanno presentato piani climatici aggiornati, coprendo circa il 30% delle emissioni globali.

“Per gestire questa delicata fase, occorre assumere una nuova consapevolezza: la crisi climatica non è più un rischio probabile, da fronteggiare nel futuro, ma una condizione effettiva, da gestire nel presente e che, in ogni caso, avrà effetti permanenti nel lungo periodo”, osservano gli esperti. “È necessario un cambio di paradigma che integri la dimensione climatica nelle scelte strategiche, nelle decisioni di investimento, nella progettazione delle filiere, nella valutazione degli asset, nella relazione con i territori e con le comunità”.

In questo contesto, anche la governance internazionale sta cercando di evolvere. La COP30 ha istituito un Global Implementation Accelerator, riconoscendo la necessità di passare dalla fase negoziale a quella dell’attuazione. Tuttavia, la scala delle sfide richiede uno sforzo collettivo. “Le risposte efficaci non possono venire da singoli attori, per quanto ambiziosi e determinati”, sottolineano Pareglio, Poggi e De Luca. “La scala e la complessità delle sfide in campo, dall’attuazione dei piani climatici nazionali al riorientamento dei flussi finanziari, dalla costruzione di filiere di materie prime resilienti alla protezione dei sistemi ecologici e sociali più vulnerabili, richiedono un coordinamento che attraversa settori, confini e livelli decisionali”.

Gli impatti del cambiamento climatico sono già evidenti e in crescita. Nel 2024 circa 295 milioni di persone hanno vissuto condizioni di insicurezza alimentare acuta, in aumento per il sesto anno consecutivo e con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente, mentre quasi un terzo dei casi è direttamente collegato a eventi meteorologici estremi. Allo stesso tempo, gli spostamenti forzati hanno raggiunto livelli record: 46 milioni di persone sono state costrette a migrare a causa di catastrofi naturali nello stesso anno. Le infrastrutture e le catene di fornitura globali, evidenzia l’analisi, sono costruite su presupposti climatici che non sono più garantiti.

Sul piano finanziario emergono segnali di trasformazione. “Nel 2025 gli investimenti globali in energia pulita hanno raggiunto 2.154 miliardi di dollari, contro 1.148 miliardi in combustibili fossili. Un rapporto di quasi 2 a 1 che testimonia una riallocazione strutturale del capitale nel settore energetico” evidenziano gli esperti. “Ma questo progresso ha un limite: si concentra quasi interamente sulla mitigazione, cioè sulla riduzione delle emissioni future, peraltro con risultati ancora insufficienti, lasciando in secondo piano l’adattamento, ovvero la capacità dei sistemi, delle comunità e delle infrastrutture di reggere agli impatti già in corso”.

Le criticità riguardano anche la disponibilità di risorse. Le stime indicano che entro il 2035 le esigenze di finanziamento per l’adattamento nei Paesi in via di sviluppo saranno almeno dodici volte superiori agli attuali flussi internazionali di finanza pubblica dedicati a questo scopo. Non è solo un problema di scarsità di risorse globali: urge una revisione strutturale dell’architettura del sistema finanziario e delle priorità politiche.

Infine, gli esperti richiamano l’attenzione su una sfida emergente legata alla transizione energetica: “abbiamo davanti un’altra sfida, meno visibile ma altrettanto strategica: la dipendenza crescente della transizione energetica da un ristretto numero di materie prime critiche, concentrate geograficamente in pochi Paesi”. Nel 2024, la domanda di litio è cresciuta di quasi il 30%, mentre quella di rame è destinata a un incremento significativo a fronte di un’offerta in contrazione. “I tre Paesi con la maggiore concentrazione estrattiva per i minerali energetici chiave, Cina, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, controllano oggi il 77% dell’offerta globale“.

“La transizione verso un nuovo sistema energetico, basato su fonti rinnovabili, porta con sé nuove dipendenze geopolitiche che richiedono, con la stessa urgenza degli obiettivi di decarbonizzazione, strategie di diversificazione, circolarità e cooperazione internazionale lungo le filiere”, concludono gli esperti.

La risposta non può limitarsi a interventi settoriali o emergenziali, ma richiede un dialogo strutturato tra più attori per introdurre strategie integrate capaci di connettere politiche industriali, finanziarie, energetiche e commerciali. In questo passaggio si gioca non solo la capacità di far fronte agli impatti del cambiamento climatico, ma anche l’opportunità di costruire modelli di crescita più resilienti, inclusivi e competitivi nel lungo periodo.

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