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Rapporto di Intesa Sanpaolo

Bioeconomia, in Italia vale 433 miliardi e pesa il 10% dell’economia

Vale 3.174 miliardi di euro, occupa oltre 17 milioni di persone e rappresenta l’8,8% dell’intero output dell’Unione Europea. Sono i numeri raggiunti dalla bioeconomia europea nel 2025, uno dei pochi ambiti in cui l’Europa conserva una leadership industriale e tecnologica globale. All’interno di questo scenario l’Italia si conferma tra i protagonisti assoluti, con il valore della produzione che ha raggiunto 433,3 miliardi di euro, in crescita del 2,7%, con oltre 2 milioni di occupati. Oggi la bioeconomia genera circa il 10% delle attività economiche nazionali e il 7,6% dell’occupazione complessiva.

Sono i dati che emergono dal 12° Rapporto sulla Bioeconomia realizzato dal Research Department di Intesa Sanpaolo insieme al Cluster SPRING, che fotografa un settore sempre più strategico non solo per la transizione ecologica ma anche per la sicurezza economica europea.

In termini assoluti la Germania resta il primo mercato della bioeconomia continentale, seguita da Francia, Italia e Spagna. Se però si guarda al grado di specializzazione, sono proprio Italia e Spagna a mostrare un’incidenza della bioeconomia sull’economia nazionale superiore alla media europea, segnale di una maggiore integrazione delle filiere bio-based nei rispettivi sistemi produttivi.

La bioeconomia in Italia

Dal punto di vista territoriale la geografia della bioeconomia racconta molto della struttura produttiva del Paese. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna guidano la classifica per valore aggiunto generato, mentre il Mezzogiorno mostra una maggiore incidenza occupazionale e una forte specializzazione nelle attività agroalimentari e nella valorizzazione delle risorse naturali. Inoltre, tra il 2018 e il 2023 il peso della bioeconomia sull’economia locale è cresciuto soprattutto nelle regioni meridionali, segnalando una progressiva capacità di trasformare le risorse territoriali in valore economico.

Un altro indicatore della vitalità del comparto arriva dal fronte dell’innovazione. Nel 2025 sono state censite 707 startup innovative della bioeconomia, pari al 6,2%. La concentrazione maggiore si registra nelle attività di ricerca e sviluppo, mentre le principali direttrici di crescita riguardano materiali bio-based, valorizzazione degli scarti, nuovi modelli alimentari, bioenergia e costruzioni sostenibili.

Tra tutte le filiere analizzate dal rapporto, quella del legno rappresenta uno dei casi più significativi. A livello europeo la superficie forestale è cresciuta dell’11% tra il 1990 e il 2025, consentendo all’UE di raggiungere una sostanziale autosufficienza negli approvvigionamenti: il legname grezzo importato copre infatti appena il 2% del fabbisogno complessivo. L’Italia mostra una dinamica ancora più marcata. Nello stesso periodo la superficie forestale nazionale è aumentata del 24%, uno dei risultati migliori in Europa. A differenza di molti altri Paesi, la crescita dei boschi è stata accompagnata anche a un’espansione delle attività economiche collegate, come la silvicoltura che tra il 2000 e il 2023 ha visto aumentare l’occupazione del 56,9%.

La filiera del legno continua inoltre a rappresentare uno dei punti di forza del Made in Italy. Il Paese mantiene una posizione di rilievo nella produzione di porte, finestre, parquet e packaging, ma soprattutto nella fabbricazione di mobili. Non a caso, insieme alla Polonia, l‘Italia è il principale produttore europeo di mobili realizzati con materie prime bio-based e conserva la leadership continentale in termini di fatturato sia per l’intero settore sia per la sola componente bio-based. In questo settore il ruolo dei distretti industriali resta decisivo. Nel 2023 il 45,7% degli addetti della filiera del legno era occupato all’interno dei distretti, quota che raggiunge il 65% nel comparto del mobile. Una concentrazione che contribuisce a spiegare la capacità delle imprese italiane di mantenere posizioni di leadership nei segmenti di fascia alta sui mercati internazionali.

Sul fronte della sostenibilità, la filiera del legno si conferma uno degli esempi più avanzati di economia circolare. Tra il 2014 e il 2024 la raccolta dei rifiuti urbani in legno è aumentata del 66,8%. Per gli imballaggi in legno il tasso di riciclo italiano raggiunge il 64,9%, ben al di sopra della media europea del 37,7%. Solo la Spagna registra una performance migliore, con il 77,8%.

Il rapporto evidenzia tuttavia margini di miglioramento ancora significativi. Oltre la metà delle imprese del settore non utilizza materie prime seconde provenienti da riciclo o recupero degli scarti. Molte altre lo fanno solo in modo occasionale, mentre soltanto una quota residuale ne ha fatto un elemento strutturale del proprio modello produttivo. Ancora più limitata è l’adozione di criteri di progettazione circolare: appena il 6,1% delle imprese sviluppa prodotti concepiti fin dall’origine per essere facilmente riciclati o disassemblati.

In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni sulle forniture energetiche e sulle materie prime strategiche, questi numeri mostrano come la bioeconomia non sia più soltanto una leva per la decarbonizzazione. Con 3.174 miliardi di euro di produzione in Europa e 433 miliardi in Italia, il settore si sta trasformando in uno degli strumenti principali per rafforzare competitività, autonomia industriale e resilienza economica del continente.

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