Oltre 2,2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso sicuro all’acqua potabile mentre la domanda continua a crescere. L’Atlante dell’Acqua 2026 di Legambiente analizza lo stato delle risorse idriche tra crisi climatica, consumi industriali e fragilità delle infrastrutture.
Oltre 2,2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso sicuro all’acqua potabile, mentre la domanda globale continua ad aumentare sotto la spinta di agricoltura, industria e trasformazione digitale. A pesare non è solo la disponibilità fisica di risorse idriche (il 97% dell’acqua disponibile nel mondo infatti è salata), ma soprattutto la combinazione di crisi climatica, gestione inefficiente delle infrastrutture e forte pressione delle attività economiche.
Basti pensare che circa il 70-72% dell’acqua dolce disponibile viene impiegato nell’agricoltura, mentre industria ed energia rappresentano un’altra quota significativa dei consumi. Nel frattempo il cambiamento climatico sta alterando sempre più il ciclo idrico globale, intensificando fenomeni estremi come siccità e alluvioni e riducendo la capacità degli ecosistemi di garantire riserve d’acqua stabili nel tempo.
A delineare questo scenario è l’Atlante dell’Acqua 2026, il dossier realizzato da Legambiente insieme alla Fondazione Heinrich Böll, che raccoglie dati e analisi sullo stato delle risorse idriche nel mondo e in Italia.
Indice
I Paesi più assetati e il peso della crisi climatica
Circa un quinto della superficie terrestre e il 30% della popolazione mondiale si trova ogni anno in condizioni di stress idrico. Una situazione difficile che continua ad aggravarsi con l’aumento delle temperature che, da un lato, incrementa l’incidenza della siccità, dall’altro, l’intensità delle precipitazioni atmosferiche. L’aria più calda, infatti, trattiene circa il 7% di umidità in più per ogni grado di aumento della temperatura, favorendo il prolungamento di periodi senza pioggia che culminano con precipitazioni estreme. Fenomeni che generano perdite economiche significative: circa 9 miliardi di euro l’anno di perdite causate dalla siccità e circa 7,8 miliardi per danni da alluvioni, stando ai dati riportati da Legambiente. È così che la crisi idrica non riguarda più solo alcune aree aride del pianeta ma interessa una parte sempre più ampia della popolazione mondiale.
Un altro dato significativo, che emerge dall’Atlante, riguarda le persone senza accesso sicuro all’acqua potabile che si attestano, oggi, a oltre un quarto degli abitanti del globo.
L’analisi rileva che le regioni più vulnerabili sono quelle dove si sommano crescita demografica, cambiamenti climatici e sovra sfruttamento delle falde. In particolare, il Medio Oriente, il Nord Africa, l’India, il nord della Cina e il sud-ovest degli Stati Uniti sono tra le regioni più colpite dalla scarsità idrica e le più assetate. Il Nord Africa e il Medio Oriente, nello specifico, rappresentano il 5% della popolazione mondiale ma dispongono solo dello 0,7% delle risorse idriche in gran parte (80%) utilizzate per l’agricoltura. Da questo punto di vista il cambiamento climatico e i suoi impatti in termini di aumento delle temperature e dalle variazioni nelle precipitazioni (come detto) stanno aggravando in molti casi la situazione in aree critiche: è l’esempio dell’Africa occidentale dove il lago Ciad ha perso circa il 90% della sua superficie negli ultimi decenni, compromettendo la sicurezza alimentare di milioni di persone e costringendo la popolazione locale a spostarsi.

Italia: prelievi idrici, crisi climatica e qualità delle acque
Il quadro non è meno complesso in Italia. Nonostante la disponibilità di risorse idriche relativamente elevata rispetto ad altri Paesi mediterranei, il sistema nazionale è esposto a una combinazione di fattori critici, quali crisi climatica, gestione frammentata e infrastrutture spesso obsolete.
La Penisola è tra i Paesi europei con i prelievi più alti di acqua dolce per uso potabile. Nel 2022 hanno raggiunto 9,1 miliardi di metri cubi, pari a circa 155 metri cubi per abitante. Valori che fanno dell’Italia la terza per prelievi pro capite dopo l’Irlanda con 200 metri cubi per abitante e Grecia con 159.
Il bacino del fiume Po rappresenta l’area con la maggiore pressione idrica del Paese, con il 30,7% dei prelievi nazionali, seguito dal distretto dell’Appennino meridionale. Andando a vedere nel dettaglio, le regioni con maggiori consumi sono Lombardia (16,2%), Lazio (12,2%) e Campania (9,8%).
L’Italia si caratterizza inoltre per un forte utilizzo delle acque sotterranee: circa l’85% dell’approvvigionamento idropotabile proviene da pozzi e sorgenti, mentre solo il 15% arriva da acque superficiali e solo una minima quota proviene dalle acque marine.

A pesare sul sistema è il problema delle perdite nelle reti idriche. Secondo i dati Istat riportati nel rapporto, in media il 42,4% dell’acqua immessa nelle reti, pari a 3,4 miliardi di m³ l’anno, si disperde prima di arrivare ai rubinetti, con picchi che nel Sud Italia raggiungono il 60%, valori ben superiori alla media dei Paesi ad alto reddito.

La crisi climatica sta poi modificando profondamente il ciclo dell’acqua nel Paese. Il progressivo scioglimento dei ghiacciai alpini riduce le riserve idriche naturali e altera l’equilibrio dei fiumi. Dal 2000 al 2023 i ghiacciai delle Alpi hanno perso circa il 39% della loro massa, uno dei cali più rapidi registrati a livello globale. Se il trend attuale continuerà, gran parte dei ghiacciai situati sotto i 3.500 metri potrebbe scomparire entro metà secolo. Si tratta di un cambiamento destinato ad avere effetti diretti sulla disponibilità di acqua nei mesi estivi, soprattutto dei bacini fluviali che dipendono dalla fusione nivale e glaciale.
A tutte queste criticità si aggiunge, infine, anche il tema della qualità delle acque. Campagne di monitoraggio come Goletta Verde e Goletta dei Laghi mostrano come oltre un terzo dei campioni analizzati presenti livelli di contaminazione di PFAS oltre i limiti di legge, spesso a causa di scarichi non depurati o sistemi fognari incompleti. Un punto importante se si pensa che gli scarichi non trattati incidono sulla qualità del 25% dei fiumi, del 22% dei laghi e di oltre il 50% delle acque costiere.
In totale, rende noto il report di LEgambiente, in Italia sono sei le procedure europee di infrazione attive, una relativa alle acque potabili, in particolare per i livelli di arsenico e fluoruro nel viterbese, una relativa alla Direttiva Nitrati e, infine, quattro su fognature e depurazione, per la prima delle quali paghiamo sanzioni che, si legge in un comunicato dell’associazione ambientalista, “sarebbe più utile investire nell’adeguamento degli impianti”. Solo il 56% delle acque reflue è trattato in conformità con la normativa, contro una media UE del 76% fa sapere Legambiente.
I settori dove viene utilizzata di più l’acqua
Settori come l’energia, l’agricoltura e l’industria sono i maggiori consumatori d’acqua al mondo in quanto necessitano di grandi quantità per raffreddamento, irrigazione e produzione. L’uso varia molto da zona a zona. Nel nord Europa, per esempio, predomina l’agricoltura ma altrove il maggiore consumo di risorse idriche è destinato al raffreddamento degli impianti di produzione di energia elettrica.

A livello globale, invece, il settore agricolo resta il principale utilizzatore di acqua dolce con quasi il 70% dei prelievi. Segue l’industria con il 19% e gli usi civili con l’11%, seppur con ampie variazioni tra i diversi Paesi.
Tra le industrie a più elevato consumo idrico troviamo la produzione di energia termica, l’estrazione mineraria, l’industria chimica, metallurgica e tessile. Anche la produzione di acciaio, la raffinazione del petrolio e la lavorazione della cellulosa e della carta richiedono volumi molto elevati di acqua. Inoltre, l’industria elettronica e dei semiconduttori utilizza acqua ultrapura nei processi di fabbricazione.
Metalli come rame, litio e terre rare sono centrali per energie rinnovabili, mobilità elettrica e dispositivi digitali. Ma la loro estrazione è idro-intensiva: circa 97 litri d’acqua per 1 kg di rame e tra 400 e 2.000 litri per 1 kg di litio. La domanda di terre rare potrebbe più che raddoppiare entro il 2040, mentre quella di litio potrebbe aumentare fino a tredici volte. Oltre il 50% della produzione globale di rame e litio si trova in aree soggette a stress idrico e rischi climatici. A livello globale si registrano quasi 900 conflitti ambientali legati alle attività minerarie, l’85% connessi a uso o contaminazione delle acque. La pressione sulle risorse minerarie si traduce quindi in pressione diretta sulle riserve di acqua dolce e sulle comunità locali.
Il fenomeno è aggravato anche dal commercio internazionale e dall’“acqua virtuale”, cioè quella incorporata nei beni che usiamo e poi gettiamo. Molti prodotti industriali e agricoli richiedono infatti grandi quantità di acqua lungo tutta la filiera. L’industria tessile, ad esempio, utilizza ogni anno circa 93 miliardi di metri cubi di acqua a livello globale, mentre per produrre una semplice maglietta di cotone servono in media 2.700 litri di acqua.

Il tessile non è però l’unico comparto, anche l’elettronica ha un’impronta idrica significativa. La produzione di uno smartphone può richiedere fino a 12.000 litri di acqua, necessari per l’estrazione dei metalli rari, la lavorazione dei componenti e il raffreddamento dei processi industriali.
Data center e intelligenza artificiale: la nuova impronta idrica della digitalizzazione
Oltre ai settori tradizionalmente idrovori anche la trasformazione digitale sta diventando un fattore sempre più rilevante nella domanda di acqua.
Gran parte dei dati generati da servizi online, piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale viene elaborata nei data center, infrastrutture che richiedono grandi quantità di energia e acqua per il raffreddamento dei server. Secondo il rapporto, un data center medio negli Stati Uniti può utilizzare oltre un milione di litri di acqua al giorno, mentre per il solo raffreddamento può arrivare a richiedere fino a 169 litri al secondo.
La diffusione dell’intelligenza artificiale sta amplificando ulteriormente questa dinamica. I modelli di machine learning richiedono, infatti, enormi capacità di calcolo e quindi un grande consumo di risorse. Per addestrare il modello GPT-3, ad esempio, nei data center statunitensi sono stati utilizzati circa 700 mila litri di acqua dolce, mentre l’uso quotidiano di sistemi di AI aumenta il consumo idrico delle piattaforme digitali (nel 2022 Google ha utilizzato il 20% di acqua in più rispetto all’anno precedente; Microsoft addirittura il 34% in più).
Il fenomeno è destinato a crescere rapidamente tanto che si stima che entro il 2027 il fabbisogno idrico globale legato all’intelligenza artificiale potrebbe essere fino a sei volte superiore al consumo annuale della Danimarca.
Secondo Legambiente, la gestione sostenibile dell’acqua dovrà quindi diventare una priorità strategica non solo per l’agricoltura e l’industria, ma anche per le infrastrutture digitali. Ridurre sprechi, migliorare l’efficienza delle reti e adottare soluzioni basate sulla natura saranno elementi chiave per mantenere l’equilibrio del ciclo idrico nei prossimi decenni.
