Carbon trading

ETS sotto accusa: per l’ad di BASF il sistema è obsoleto e mette a rischio l’industria

Il sistema europeo di scambio delle emissioni è diventato “obsoleto” e rischia di compromettere seriamente la competitività dell’industria europea. L’allarme arriva da BASF, il più grande gruppo chimico del mondo, attraverso le parole del suo amministratore delegato Markus Kamieth riportate dal Financial Times. Secondo il manager tedesco la politica climatica dell’Unione europea sta aggravando una crisi industriale già profonda, alimentata da costi energetici elevati, concorrenza cinese a basso prezzo e da un apparato normativo sempre più complesso.

Al centro delle critiche c’è EU Emissions Trading System (EU ETS), pilastro della strategia europea per la neutralità climatica al 2050, che impone alle aziende l’acquisto di permessi per compensare le emissioni di CO₂. La prevista eliminazione graduale delle quote gratuite, combinata con l’introduzione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, rischia, secondo il manager che dal primo gennaio di quest’anno è anche presidente del Cefic, il Consiglio dell’industria chimica europea che rappresenta le istanze del settore verso le istituzioni comunitarie, di generare costi insostenibili. Un tema che sarà al centro del dibattito politico nelle prossime settimane, mentre Bruxelles cerca soluzioni per rilanciare un’economia in affanno senza rinunciare agli obiettivi climatici.

Cosa chiede BASF all’UE: riforma dell’ETS e stop ai costi punitivi

Secondo quanto affermato da Markus Kamieth al FT, l’Europa è oggi “l’unica regione al mondo” in cui l’industria pesante deve sostenere oneri così elevati per l’inquinamento, trovandosi in una posizione di forte svantaggio competitivo rispetto a Stati Uniti e Asia. BASF paga già “centinaia di milioni di euro” l’anno per i permessi ETS e, senza correttivi, la cifra potrebbe salire drasticamente già dal prossimo anno, fino a raggiungere un miliardo di euro annui nel 2030.

L’obiettivo del manager del gruppo chimico è rivedere il sistema prima che l’eliminazione delle quote gratuite diventi strutturale. L’idea originaria di compensare l’ETS con una tassa sul carbonio alle frontiere, pensata per proteggere l’industria europea, non sarebbe più adeguata in un contesto segnato da tensioni commerciali globali, sovrapproduzione cinese e prezzi energetici fuori scala. Una posizione, quella del manager a capo del principale gruppo chimico mondiale, condivisa anche dal cancelliere tedesco Friedrich Merz che ha chiesto di sospendere la riforma quando il sistema sarà riesaminato entro la fine dell’anno.

Cos’è l’ETS e perché è centrale nella politica climatica europea

L’Emission Trading System è un meccanismo “cap-and-trade” che stabilisce un tetto massimo alle emissioni complessive e obbliga le aziende ad acquistare permessi per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Una parte delle quote viene assegnata gratuitamente per limitare l’impatto sui settori più esposti alla concorrenza internazionale, ma queste assegnazioni sono destinate a ridursi progressivamente.

Considerato per anni un modello globale di politica climatica, l’ETS rappresenta uno strumento chiave per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia, la combinazione tra riduzione delle quote gratuite, aumento del prezzo del carbonio e alti costi energetici sta mettendo in difficoltà comparti ad alta intensità energetica come quello chimico. Non a caso, il tema è diventato centrale anche nel dibattito politico europeo, con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen chiamata a trovare un equilibrio tra ambizione climatica e tenuta industriale.

La crisi dell’industria chimica europea tra investimenti in calo e burocrazia

Il settore chimico è considerato un vero e proprio termometro della salute industriale europea, perché fornisce materiali di base a numerose filiere produttive. E i segnali sono allarmanti. Secondo i dati di Cefic, gli investimenti nel comparto sono crollati dell’80% nel 2025, mentre le chiusure di impianti sono raddoppiate.

Anche BASF registra un calo delle vendite continuo dal 2022, anno in cui l’invasione russa dell’Ucraina ha fatto esplodere i prezzi dell’energia in Europa. Nel 2025 l’EBIT del gruppo si è fermato a 1,6 miliardi di euro, in discesa rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente. A pesare, secondo Kamieth, non sono solo energia e carbon pricing, ma anche un quadro normativo soffocante: tra 900 e 1.000 norme di legislazione secondaria, molte legate al Green Deal.

Il tema sarà al centro del vertice delle industrie energivore ad Anversa, con la partecipazione, tra gli altri, del presidente francese Emmanuel Macron. BASF avverte però: soluzioni protezionistiche o regole di contenuto locale non bastano. Senza una riforma strutturale, l’Europa rischia di perdere definitivamente il suo cuore industriale.

Photo Credit to Pexels – Tom Fisk

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