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Diritti dei lavoratori

Amazon accusata di discriminazione contro le dipendenti incinte: parte la class action

Amazon affronta una nuova azione legale collettiva di portata nazionale negli Stati Uniti con l’accusa di discriminazione sistematica verso le dipendenti in stato di gravidanza. La denuncia, depositata al tribunale federale di Brooklyn da quattro ex lavoratrici dei magazzini, sostiene che il colosso delle vendite neghi tutele e sistemazioni essenziali sul posto di lavoro. Nello specifico le accuse indicano che alle dipendenti incinte verrebbero negati elementi primari quali l’uso di sedie, pause per l’acqua e il bagno, oltre ai permessi per le visite prenatali. Il ricorso evidenzia anche richieste illegittime di documentazione medica, minacce e licenziamenti per il superamento dei permessi di assenza.

La causa, presentata dall’organizzazione no-profit A Better Balance, contesta la violazione del Pregnant Workers Fairness Act federale e delle leggi del lavoro dello Stato di New York. Una delle sostenitrici del ricorso, Willamina Barclay, ha riferito di essere stata ricoverata in ospedale per dolori addominali causati dal sollevamento di oggetti pesanti nello stabilimento di Rochester. Il giorno dopo essere stata trasportata via in sedia a rotelle, l’azienda le ha notificato un preavviso di licenziamento poiché l’assenza superava i limiti del permesso non retribuito, concretizzando il licenziamento cinque giorni dopo.

L’iniziativa legale richiede il recupero delle retribuzioni arretrate, danni punitivi e un ordine giudiziario per fermare le pratiche discriminatorie nell’azienda, che conta 1,58 milioni di dipendenti negli Stati Uniti. In passato anche gli Stati di New York e New Jersey avevano promosso azioni simili. La portavoce di Amazon, Kelly Nantel, ha difeso la società sostenendo che la salute del personale è prioritaria, precisando che nell’ultimo anno è stato approvato oltre il 99,9% delle richieste di sistemazione per gravidanza e che le accuse contengono inesattezze.

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