Dall’EU Taxonomy Barometer 2025 di EY emerge un miglioramento nella qualità delle informazioni ESG rendicontate dalle aziende non finanziarie europee, ma esiste ancora un divario tra attività e investimenti che sono in linea con gli obiettivi ambientali europei e quelli veramente allineati ai principi di sostenibilità e quindi alla tassonomia.
La qualità informativa della rendicontazione di sostenibilità in Europa fa passi avanti, ma solo una piccola parte delle attività dichiarate “green” dalle aziende può davvero essere considerata tale secondo i criteri UE. In media, infatti, appena il 10% del fatturato risulta pienamente allineato alla tassonomia europea, nonostante livelli molto più alti di attività potenzialmente sostenibili. Un segnale chiaro: le imprese stanno investendo nella transizione, ma faticano ancora a rispettare tutti i requisiti richiesti. È quanto emerge dall’EU Taxonomy Barometer 2025 di EY che analizza 332 società non finanziarie in 20 Paesi europei.
Indice
- 1 Cos’è la tassonomia UE e come si applica
- 2 Migliora la rendicontazione ESG, ma è percepita ancora come un obbligo
- 3 Il gap tra attività “potenziali” e reali
- 4 Restano ampie le differenze tra Paesi e settori
- 5 Omnibus: meno burocrazia, più responsabilità
- 6 Le difficoltà operative delle imprese
- 7 Sei cose che le aziende devono fare per restare competitive e diventare sostenibili
Cos’è la tassonomia UE e come si applica
La tassonomia europea (Regolamento UE 2020/852) è il sistema con cui l’Unione Europea definisce quali attività economiche possono essere considerate sostenibili dal punto di vista ambientale. Il suo obiettivo è orientare gli investimenti verso attività realmente a ridotto impatto negativo sugli ecosistemi e la natura, che possano contribuire a raggiungere gli obiettivi al 2050 del Continente.
Le imprese soggette alla normativa devono distinguere tra attività “ammissibili” (eligible), cioè quelle che rientrano negli obiettivi ambientali europei, e attività “allineate” (aligned), che oltre a essere ammissibili rispettano anche criteri tecnici rigorosi e il principio di non arrecare danni significativi ad altri obiettivi ambientali.
Questa classificazione viene misurata attraverso tre indicatori chiave. Il primo è il fatturato (turnover), che indica quale quota dei ricavi deriva da attività sostenibili. Il secondo è il capex, cioè gli investimenti in beni e infrastrutture legati alla transizione. Il terzo è l’opex, ovvero i costi operativi quotidiani associati ad attività sostenibili. In questo modo è possibile capire non solo quanto un’azienda è già sostenibile, ma anche quanto sta investendo per diventarlo.
Migliora la rendicontazione ESG, ma è percepita ancora come un obbligo
L’analisi di EY evidenzia un miglioramento significativo nella qualità delle informazioni pubblicate. La grande maggioranza delle aziende (93%) oggi spiega come calcola i propri indicatori ESG e sempre più imprese chiariscono anche come evitano il doppio conteggio delle attività (66%). Inoltre, la verifica indipendente dei dati è diventata la norma per l’86% delle aziende analizzate, spinta dall’entrata in vigore della Corporate Sustainability Reporting Directive.
Nonostante questi progressi, però, solo una piccola minoranza delle aziende (5%) va oltre quanto richiesto dalla normativa. Un dato che, stando a quanto si legge nel report, suggerisce che la rendicontazione di sostenibilità è ancora percepito soprattutto come un obbligo regolatorio, più che come uno strumento strategico.
Il gap tra attività “potenziali” e reali
Il nodo centrale resta il divario tra ciò che le aziende dichiarano come potenzialmente sostenibile e ciò che lo è davvero secondo i criteri europei.
I dati mostrano che una quota significativa delle attività economiche rientra già nella tassonomia come “ammissibile”: ovvero il 36% del fatturato e dell’opex e il 46% del capex. Eppure quando si passa all’allineamento effettivo, le percentuali crollano drasticamente (10% del fatturato, 12% dell’opex e 16% del capex). Questo significa che molte aziende stanno orientando le proprie strategie verso la sostenibilità, ma non riescono ancora a rispettare pienamente i criteri tecnici richiesti.
Il divario è particolarmente evidente negli investimenti (con una differenza di oltre il 30%), segno che la transizione è in corso ma ancora incompleta. In sostanza, le imprese stanno pianificando e finanziando attività sostenibili, ma la loro implementazione concreta richiede tempo, competenze e adeguamenti operativi.

Fonte: EU Taxonomy Barometer 2025, EY
Restano ampie le differenze tra Paesi e settori
Le performance non sono omogenee e dipendono molto dal contesto geografico e industriale. Alcuni Paesi mostrano livelli elevati di attività ammissibili grazie alla struttura delle proprie economie, mentre altri si distinguono per una maggiore capacità di tradurre queste attività in risultati concreti e allineati. In particolare, L’Irlanda è il paese con la percentuale più elevata di attività ammissibili (66%), ma è indietro nell’allineamento reale (6%). La Francia è la seconda con il 58% di fatturato ammissibile ma il 15% allineato: assieme alla Germania beneficia di settori industriali più “compatibili” con la tassonomia, in particolare quello automobilistico e manufatturiero. Spagna e Austria registrano i migliori livelli di allineamento (23% e 19%) comunque inferiori rispetto a quelli dell’ammissibilità (42%).

Anche i settori giocano un ruolo decisivo. I comparti utility e dell’energia risultano più avanti nel percorso di allineamento, con una percentuale di fatturato ammissibile pari al 45% e quella del fatturato allineato pari al 32%, mentre settori come mobilità, costruzioni e biotecnologie presentano ancora ampi margini di miglioramento, con differenze tra i due valori rispettivamente del 60%, 50%, 33%. Questo dimostra che la transizione non è solo una questione di volontà, ma anche di caratteristiche strutturali dei diversi comparti industriali ed economici.

Omnibus: meno burocrazia, più responsabilità
Il quadro normativo europeo continuerà a evolversi nei prossimi anni. Le modifiche previste dal pacchetto Omnibus, puntano a semplificare il sistema, riducendo il numero di aziende obbligate a rendicontare secondo la CSRD (entrano ora nel perimetro solo le grandi imprese con oltre 1.000 dipendenti e 450 milioni di fatturato) e alleggerendo gli adempimenti attraverso una diminuzione significativa (-64%) dei dati richiesti.
Allo stesso tempo, però, le aspettative aumentano. Le aziende che resteranno nel perimetro dovranno garantire informazioni più solide, verificabili e coerenti. In altre parole, secondo EY, questo significa meno quantità ma molta più qualità. Quindi è vero che le aziende che saranno obbligate a rendicontare sono meno, ma le aspettative saranno più elevate in termini di qualità, trasparenza e verificabilità.
Le difficoltà operative delle imprese
Dall’analisi di EY emerge come, nonostante i progressi, molte aziende non dispongono ancora di sistemi adeguati per gestire i dati ESG in modo efficiente e la raccolta delle informazioni è spesso frammentata e manuale.
A questo si aggiungono le difficoltà legate agli audit: l’introduzione dell’assurance obbligatoria ha evidenziato lacune nei sistemi di controllo e nella documentazione. Al contempo, la complessità tecnica della normativa richiede competenze specialistiche ancora non diffuse, rendendo fondamentale investire in formazione. In molti casi, inoltre, manca anche una piena integrazione e collaborazione tra le diverse funzioni aziendali coinvolte nella stesura della rendicontazione e nell’operatività degli aspetti ESG (finanza, sostenibilità e area legale) che molte organizzazioni stanno ancora strutturando.
Sei cose che le aziende devono fare per restare competitive e diventare sostenibili
“L’integrazione della CSRD e della tassonomia dell’UE sta cambiando le aspettative degli investitori. Accuratezza, completezza e verificabilità sono spesso oggi i prerequisiti per l’accesso al capitale e alla reputazione. Nonostante un ambito di applicazione ristretto e alcuni requisiti differiti, la direzione è chiara: le organizzazioni che creano quadri di rendicontazione della sostenibilità trasparenti e pronti per l’audit definiranno gli standard per il mercato. Coloro che agiscono tempestivamente saranno nella posizione migliore per soddisfare le richieste degli stakeholder e i requisiti normativi man mano che l’agenda di sostenibilità dell’UE avanza” si legge nel report EY.
Pertanto, stando a quanto evidenzia la società di consulenza, per restare competitive e affrontare questa trasformazione sostenibile, le aziende devono:
- Investire in sistemi di gestione dei dati solidi e integrati;
- Rafforzare la governance interna;
- Formare competenze tecniche;
- Prepararsi all’assurance;
- Monitorare costantemente l’evoluzione normativa e collaborare con il regolatore;
- Concentrarsi sulla materialità.
