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Dal 1° gennaio 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), la cosiddetta “carbon tax alle frontiere” dell’UE, è diventato uno strumento pienamente operativo e vincolante. Dopo un periodo transitorio per permettere alle aziende di comprendere il nuovo strumento e prepararsi, il CBAM è destinato a incidere in modo strutturale sulle strategie di approvvigionamento, sui modelli di governance e sui presìdi di compliance delle imprese europee più esposte al rischio di carbon leakage, ovvero dello spostamento della produzione in Paesi con politiche climatiche meno stringenti e rigorose rispetto all’Europa. Per capire cosa cambia per le aziende, quali sono le nuove responsabilità per gli importatori e quali sfide, ma anche opportunità, si aprono lungo le catene del valore, ESGnews ha intervistato Pier Paolo Ghetti, Global Trade Advisory Leader di Deloitte.
Dal primo gennaio 2026 il CBAM è entrato nel regime definitivo: cosa significa per le imprese?
L’avvio del regime definitivo segna una discontinuità molto netta rispetto alla fase transitoria. Fino al 2025 il CBAM aveva soprattutto una funzione dichiarativa e di apprendimento, utile sia per le imprese sia per le autorità. Dal 1° gennaio 2026, invece, il meccanismo è diventato pienamente operativo e vincolante, con effetti economici immediati. Le imprese non devono più solo rendicontare le emissioni incorporate nei beni importati, ma internalizzarne il costo, attraverso l’acquisto e la restituzione dei certificati CBAM. Questo implica un impatto diretto sui margini, sulle politiche di sourcing e sulle scelte della catena di fornitura a livello internazionale.
Perché l’UE considera il CBAM uno strumento strategico?
Il CBAM nasce per risolvere un problema strutturale delle politiche climatiche: il rischio di carbon leakage, ossia la delocalizzazione delle produzioni più emissive verso Paesi con standard ambientali meno stringenti. L’Unione Europea ha scelto di affrontare questo rischio non con dazi o misure protezionistiche, ma con uno strumento di allineamento competitivo. In pratica, il principio del prezzo del carbonio, già applicato alle imprese europee tramite EU Emissions Trading System (EU ETS), viene esteso anche alle importazioni. Questo consente di tutelare l’ambiente, preservare la competitività delle imprese UE e rafforzare la credibilità della politica climatica europea a livello globale.
Quali settori sono direttamente coinvolti e quali effetti ha questo meccanismo lungo la catena di fornitura?
Formalmente, il CBAM si applica alle importazioni di specifiche categorie di beni ad alta intensità emissiva, come acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio, energia elettrica e idrogeno. Tuttavia, il meccanismo produce effetti sistemici lungo l’intera catena del valore: coinvolge i fornitori extra-UE, che devono fornire dati affidabili sulle emissioni, influenza le strategie di procurement, impatta sulla rendicontazione ESG e richiede un rafforzamento dei presìdi di governance e di controllo interno. In molti casi, il CBAM diventa un tema che riguarda il board e il top management, non solo le funzioni operative.
Dal punto di vista della compliance, cosa cambia?
Il vero cambio riguarda il passaggio da una compliance formale a una compliance strutturale. Il CBAM non può essere gestito come un adempimento isolato o come una semplice estensione degli obblighi doganali. Richiede l’integrazione di competenze ambientali, fiscali e finanziarie, oltre a sistemi informativi capaci di garantire la tracciabilità e la verificabilità dei dati. Un elemento chiave è la figura del dichiarante CBAM autorizzato, che deve dimostrare non solo requisiti soggettivi, ma anche l’esistenza di processi interni adeguati per la raccolta, la gestione e la tracciabilità dei dati sulle emissioni incorporate, in grado di presidiare il rischio regolatorio in modo continuativo.
Quali sono gli obblighi principali introdotti dal regime definitivo?
Tra i principali obblighi ci sono la dichiarazione annuale CBAM, che dal 2027 dovrà essere presentata entro il 30 settembre e che richiede una ricostruzione puntuale delle emissioni incorporate nei beni importati nell’anno precedente. Poi c’è la scelta tra valori effettivi rispetto a quelli default. Si tratta di decidere se calcolare le emissioni su dati effettivi certificati da un verificatore accreditato oppure se usare quelli di default strutturalmente più elevati e quindi penalizzanti. Infine, l’acquisto e la restituzione dei certificati CBAM che dovranno coprire le emissioni dichiarate e che saranno gestiti tramite una piattaforma della Commissione europea.
Quanto pesa la qualità dei dati nella gestione del CBAM?
Pesa in modo determinante. Il CBAM è, prima di tutto, un meccanismo data-driven. Senza dati affidabili sulle emissioni incorporate, l’impresa si espone a costi più elevati, a rischi di non conformità e a possibili sanzioni. Questo spinge le aziende a rivedere i rapporti con i fornitori extra-UE, a inserire clausole contrattuali specifiche e a investire in sistemi di raccolta e verifica delle informazioni. In questo senso, il CBAM accelera l’evoluzione delle supply chain verso modelli più trasparenti e responsabili.
Il meccanismo è destinato ad evolversi in futuro? Quali sono le criticità ancora aperte?
Sì, il CBAM è pensato come un meccanismo dinamico ed è questo un aspetto spesso sottovalutato. Dal 2028 è prevista una possibile estensione a un numero molto più ampio di prodotti downstream, potenzialmente fino a circa 180 categorie. Questo significa che il CBAM potrebbe coinvolgere componentistica, parti di veicoli e apparecchiature industriali, intercettando fasi sempre più avanzate delle catene del valore. Per molte imprese, prepararsi oggi significa anticipare scenari futuri e non limitarsi al perimetro attuale.
Al contempo restano però alcune aree critiche. Per esempio l’assenza di meccanismi di compensazione per le esportazioni UE, che potrebbe incidere sulla competitività internazionale delle imprese europee, e i dubbi sull’applicazione del CBAM ai regimi doganali speciali. Inoltre, sarà fondamentale il ruolo delle autorità competenti nel fornire chiarimenti operativi tempestivi. Il rischio, altrimenti, è un aumento della complessità e dell’incertezza regolatoria.
Le imprese devono considerare il CBAM come una variabile strutturale del business, non come un semplice obbligo normativo. Questo significa adottare un approccio preventivo e strategico alla compliance CBAM, investendo in governance, processi, tecnologie e competenze specialistiche. Chi saprà farlo per tempo potrà trasformare la compliance in un vantaggio competitivo e una leva di innovazione, migliorando il posizionamento ESG, la resilienza delle supply chain e la capacità di dialogo con clienti, investitori e autorità. Il CBAM, in definitiva, è una sfida complessa, ma anche un potente acceleratore di trasformazione.
